
“Chiudi gli occhi. Resta immobile. Abbandonati all’esperienza. Procedi”. Sono alcune delle indicazioni che Marina Abramović rivolge al pubblico nella sua ultima mostra presso le Gallerie dell’Accademia di Venezia. A quasi ottanta anni, la pioniera dell’arte performativa trasforma ulteriormente la sua pratica in un rituale collettivo: il suo corpo non è più il fulcro dell’azione, ma lascia spazio al visitatore che è chiamato a diventare co-attore dell’opera stessa.
Presentata nell’ambito della 61ª Biennale di Venezia la rassegna Transforming Energy segna il ritorno dell’artista serba in laguna dopo quasi trent’anni dalla performance Balkan Baroque con cui vinse il Leone d’oro nel 1997.
La mostra si apre proprio con un omaggio a quell’emblematico lavoro in cui l’Abramović restituiva la violenza e la memoria del conflitto della Guerra nei Balcani in tutta la sua crudezza. Oggi, però, quel linguaggio di accusa diretta sembra lasciare spazio a una dimensione più rarefatta: gli ambienti espositivi delle Gallerie dell’Accademia difatti si trasformano in un luogo di ritiro e sospensione, dove prende forma un’atmosfera meditativa, soprattutto nei giorni di pre-apertura di questa contestata edizione della Biennale.
Il nucleo principale della mostra è costituito dai Transitory Objects, che, come precisa la stessa artista, non sono sculture ma oggetti esoterici realizzati con materiali minerali, come il quarzo, l’ametista o la tormalina; elementi attraverso cui Abramović indaga il potere occulto dei cristalli e l’energia che essi sono in grado di trasmettere. Il pubblico è invitato a interagire con le opere attraverso gesti essenziali e quotidiani – sedersi, toccare o limitarsi ad osservare – in un’esperienza resa ancora più immersiva dall’uso di cuffie che isolano dai suoni esterni favorendo una dimensione contemplativa.





Per la prima volta nella storia dell’istituzione l’esposizione si sviluppa oltre gli spazi riservati alle mostre temporanee invadendo anche le gallerie della collezione permanente, instaurando pertanto un dialogo inedito tra arte antica e contemporanea. Una scelta che riflette la volontà del curatore Shai Baitel, direttore artistico del Museo d’Arte Moderna (MAM) di Shanghai che nel 2025 ha ospitato la prima retrospettiva di Marina Abramović in Cina.
Così, il rigore formale della Scala Ovata viene interrotto da una nuova versione site-specific di Double Edge (2026) che si innesta nell’originaria struttura palladiana con i suoi gradini di lame affilate, evocando una costante tensione tra l’equilibrio classico e l’impossibilità funzionale.
Non meno eversiva è l’immagine di Marina Abramović che sorregge il corpo inerme di Ulay (Pietà. Anima Mundi 1983-2002) e guarda silenziosamente la straziante raffigurazione del Cristo morto tra le braccia della Vergine Maria, ultimo capolavoro di Tiziano (Pietà 1575-1576).
Due opere unite dalla medesima tensione umana, in cui l’iconografia classica si libera della mera dimensione religiosa per aprirsi a una riflessione universale sul dolore, la compassione e la vulnerabilità.
Un’atmosfera completamente diversa emerge nella sala successiva, dove il lavoro dell’artista serba, Shoes for Departure (1991-2024), viene collocato di fronte al monumentale Convito in Casa Levi (1573) di Paolo Veronese. In questo particolare caso le pesanti calzature, scolpite in massicci cristalli di quarzo giallo e verde, evocano simbolicamente l’idea di abbandonare il mondo materiale per accedere a una dimensione più intima, spirituale e contemplativa.
Quella forza dirompente e sovversiva che per decenni ha abitato il suo corpo, e dunque la sua arte, si dissolve sempre di più in una sorta di misticismo trascendentale. Se nel Manifesto alla vita dell’artista Abramović scrive che “l’artista deve creare uno spazio perché il silenzio entri nel suo lavoro” e “il silenzio è come un’isola in mezzo a un oceano burrascoso”, questa sospensione silenziosa si eleva quindi come controcanto all’assordante rumore del presente. Una possibilità per abitare il contemporaneo o una fragile illusione?








