
«Nell’alchimia coloniale e neocoloniale» – ha scritto Eduardo Galeano – «l’oro si trasforma in ferraglia e i cibi in veleno». Nel narrare del ricco itinerario per l’arte di Cecilia Vicuña (Santiago del Cile, 1948) non ci si può esimere dal ricordare emozionalmente gli anni della formazione di una giovane artista ventenne, costretta all’espatrio nella presa di potere da parte dei militari golpisti. Nella data simbolica dell’11 settembre 1970 il mondo ricorda l’assalto al Palazzo della Moneda cileno assieme alla figura luminosa e immortale del presidente Salvador Allende, che scelse di lottare sino al suo ultimo respiro contro i futuri aguzzini della nazione. Nella Londra, in cui Vicuña per tempo soggiornò, venne a stringersi l’impegno del collettivo Artists for Democracy (1974) accompagnato, appena un anno prima, dalla pubblicazione di un volume censurato in patria e dal titolo Saborami. Nel percorso d’artista, come testimoniato da un ricco bagaglio progettuale, la scrittura e la poesia costituiranno sempre la più resistente impalcatura di una mente raffinata e profonda, decisamente accesa sulle complessità e le dinamiche del sistema mondo.
La terra natìa costituisce il bozzolo – sanguinante, violato, ferito – da cui Cecilia ha paradossalmente avuto il (più infausto) privilegio di osservare le truffaldine dinamiche, che da secoli accompagnano lo sfruttamento della terra e il consumo spropositato delle risorse. Per il Cile – preso a morsi dai conquistadores per le sue ricchezze e quello stesso rame che secoli più tardi, assieme a tutto il resto, porterà alla morte di Allende – figura potentemente l’angolo di mondo da cui Vicuña potrà ragionare l’estetica di ogni precarietà e la più tremenda ingiustizia.
Come evidenzia ancora Galeano nel suo capolavoro Le vene aperte dell’America Latina (1971):
Esiste una struttura di progressive umiliazioni che inizia nei mercati internazionali e nei centri finanziari e termina nelle case di ogni cittadino. […] Dittatori, torturatori, inquisitori: il terrore conta sui funzionari, come la posta e le banche, e si applica perché risulta necessario. Non si tratta di una cospirazione di perversi. Il generale Pinochet può sembrare un personaggio della pintura negra di Goya, un invito a nozze per gli psicanalisti o l’erede di una truculenta tradizione delle repubbliche bananiere. I tratti clinici e folcloristici di questo o quel dittatore servono per condire la storia, ma non sono la storia. […] La divisione internazionale del lavoro prevede che alcuni paesi si specializzino nel guadagnare e altri nel rimetterci. La nostra regione del mondo, quella che oggi chiamiamo America Latina, è stata precoce: si è specializzata nel rimetterci fin dai tempi remoti in cui gli europei del Rinascimento si sono lanciati attraverso i mari per azzannarle la gola.



Con un salto temporale di oltre vent’anni, l’artista cilena torna tra le mura possenti del Castello di Rivoli, a Torino, con una commissione inedita sfociata nella personale Il ghiacciaio scomparso. Incanalando una progettazione dal forte impatto partecipativo e corale, l’intervento pensato da Cecilia brilla nella scelta dell’asse longitudinale dello spazio e, così, soavemente attivato. Dal bagaglio materico di una tradizione latino-americana devota al mito in qualità del primo canto sovversivo in risposta «alla fede e alla spada»imposta dai conquistatori, l’artista estrae la presenza solenne e luminosamente necessaria del quipu inca.
Derivando dal nodo (in lingua quechua khipu), il quipu si presentava come il più riconoscibile artefatto dalle tante cordicelle e molti nodi, utili a conservare la traccia memorabile di quanto considerato decisamente importante per la storia dell’impero. Nella bella trama, accuratamente intrecciata, fili e cordini di colori diversi impersonavano nozioni e riferimenti conoscibili rispetto a particolari e precisati eventi. Storie, cerimonie,contabilità e leggi dello stato abitavano il medesimo e maestoso spazio dell’umano celebrando nel medesimo sposalizio la gran cultura e l’infinita bellezza di una società per molti rimasta imperscrutabile. Come per un quipu acostado, Vicuña e i suoi collaboratori hanno intessuto una trama che, orizzontalmente sospesa, accompagna a più altezze l’itinerario di un manto lasciato scorrere lungo il braccio possente dello spazio offerto. La lana cruda e grezza, all’occorrenza cardata con gran attenzione e cura, accompagna un itinerario che, ancora una volta, dal mito primordiale e dalla forza sovversiva del meticciato sa riprendere l’immagine somma di un mantello di vita, rose e vegetazione che farà della dea azteca Coatlicue, madre di Quetzalcoatl (letteralmente il Serpente Piumato), la signora di ogni rivoluzione in lode della terra e dell’uguaglianza tra i popoli.
Come attivista, ambientalista e femminista, Cecilia Vicuña accompagna la sua pratica di Arte Precario avendo a cuore le rivendicazioni che dall’est all’ovest del pianeta non mettono di intonare la necessità di mettere un freno allo sfruttamento e al furto del suolo, ancor più violento e privo di vergogna in quelle vaste aree tacciate interessatamente come il Terzo Mondo.

Se la tessitura per la memoria collettiva inca si accompagnava alla bellezza stabile di un nodo stretto a suggellare un dato evento, il quipu El glaciar ido di Vicuña prosegue nello slancio di un simbolico scioglimento. Nella traiettoria spazio-tempo, così investigata dalle mani molteplici dei partecipanti alla creazione, il disastro di una sempre più rapida e precaria scivolata nell’abisso del più dispendioso inquinamento rivive dell’impossibilità di bloccare con una metaforica presenza il canto disperato di un’umanità che non vuole arrendersi. Tornando emozionalmente agli esordi il filo labile ma resistente, protagonista di uno spazio scevro e silenzioso, motiva lo spettro insormontabile di migliaia di vite desaparecidos fagocitate dall’incubo e dalla violenza golpista. Marchiato a sangue l’animo di una giovane donna, che ha vissuto in tempo reale il più violento oltraggio di oltre 40 mila esistenze perseguitate (e sovente strappate alla vita), sa richiamare per Torino e in qualsiasi altro angolo del mondo tutta la necessità dell’aver cura delle vite altrui.
Nell’ode e nella poesia lo spazio così sugellato si accompagna alla presenza soave di scritti che, lungo i muri e una vita per l’arte, hanno caratterizzato l’itinerario d’artista e la possibilità di un incontro che rifulge anche nel progetto per gli spazi esterni, nato dalla collaborazione con le studentesse e gli studenti dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino. Nella ricerca di una materia residuale, unica e insostituibile perché raccolta senza ferire la terra e il corso dei suoi fiumi, il workshop che ha preceduto la messa in opera dell’intervento istituzionale ha raccolto frames e restituzioni di un tempo e uno spazio della memoria da mantenersi sentimentalmente sempreverde.
Nello scrigno di uno spazio attivato dai suoni e dai ricordi di una progettualità dai molti decenni tornano così le parole di Eduardo Galeano, quando con la sua penna si apprestò a rimembrare:
Qualsiasi memoria è sovversiva, perché è diversa, e [della stessa natura] è qualsiasi progetto per il futuro. Si obbliga lo zombi a un cibo sciapo: il sale, pericoloso, potrebbe svegliarlo. Il sistema trova il suo paradigma nell’immutabile società delle formiche, per questo non va d’accordo con la storia degli uomini, perché essa è un cambiamento continuo e perché nella storia degli uomini ogni atto di distruzione trova, prima o poi, una risposta in un atto di creazione.

