
«La neve cade – un accenno – una sorpresa / in un inverno che si prospettava tropicale / per un intero mattino niente umido / solo pioggia indurita / acqua che si posa e resiste […]». È una mattina di primavera, qui a Bologna, ma una scheggia d’inverno ancora persiste nell’etere a cui attinge la cornetta di uno dei telefoni presenti nella Sala delle Ciminiere del MAMbo. Sto sentendo dalla vera voce di Antonella Anedda l’incipit della sua poesia Fossili, una delle tante – di altrettanti autori e autrici – incluse nell’edizione italiana di Dial-A-Poem, forse il magnum opus di John Giorno (New York, 1936-2019). Sono gli ultimi giorni utili per visitare la sua retrospettiva The Performative Word, a cura di Lorenzo Balbi, in assoluto la più completa sull’opera del grande poeta, artista e attivista americano che ha indagato come pochi altri la vitalità della parola poetica – scritta, enunciata, incarnata – e la sua fruizione come esperienza condivisa. La pratica di John Giorno scaturisce dall’humus culturale d’avanguardia della New York degli anni Sessanta, in stretto rapporto con figure come Andy Warhol, Robert Rauschenberg, Jasper Johns, William Burroughs, John Cage e Patti Smith, e passa attraverso la fondazione nel 1965 della piattaforma no-profit Giorno Poetry Systems, ancora attiva, che ha coniugato la promozione della sua opera con il sostegno ad altri progetti artistici e musicali e con l’attivismo politico.

Dial-A-Poem è un’opera immateriale, collettiva e in qualche modo viva in se stessa, perché tuttora in graduale accrescimento da quel primo avvio, nel 1969, quando si definì come una raccolta di registrazioni audio prodotte da poeti, artisti, musicisti e attivisti, a cui chiunque, da quel momento in avanti fino ai giorni nostri, avrebbe potuto accedere chiamando un numero di telefono. Così l’infrastruttura telefonica venne trasformata in uno strumento avveniristico di diffusione di poesia. Negli anni l’opera si è ampliata fino a raccogliere 282 registrazioni di 132 autori e ad arricchirsi di edizioni con poeti e poete di altri Paesi (Francia, Messico, Brasile, Thailandia, Svizzera). Con la mostra del MAMbo e la curatela di Caterina Molteni è stata ufficialmente inaugurata anche l’edizione italiana, che, come ciascuna delle altre, è fruibile in qualsiasi momento, per sempre, ad un numero di telefono dedicato: +39 051 030 4278. Il museo ha acquisito nella sua collezione permanente l’opera immateriale con la sua controparte “scultorea”, il telefono a cornetta ora esposto in mostra, dunque si impegna a mantenere attivo negli anni a venire il canale telefonico, con l’auspicio che quella raccolta di poesie in lingua italiana, che già consta di oltre trenta registrazioni, possa continuare ad accrescersi in futuro. Il grande volume della Sala delle Ciminiere, occupato adesso soltanto da quella sequenza di telefoni a cornetta che si collegano alle diverse edizioni nazionali, si colma di quelle voci rimaste cristallizzate per sempre in un non-spazio.

Antefatto e contraltare visivo alle mura spoglie della sala principale è il tripudio di colore della serie di dipinti ospitata nell’anticamera dal titolo Perfect Flowers, in cui Giorno dalla fine degli anni 2000 ha incastonato come gemme alcuni versi estratti dalla poesia Welcoming the Flowers del 2004; in un gioco continuo di allitterazioni, le tele parlano di fiori che incarnano desideri terreni e celestiali, la vita e l’amore, il sesso e la morte, componendosi in un giardino traboccante, che avviluppa e lenisce (“lavender laughing lustful”, “ferns unfurling feathers graciously needy”, “chrysanthemums are a garland of skulls”). Ma la mostra è tutta insieme un rizoma di flussi verbali crepitanti che esondano da ogni possibilità di contenimento, e ogni gemmazione fa germinare ulteriori immagini sonore. «È nata una stella / mi somiglia, è pallida e brillante / la polvere granulare è un solletico / dolce / severa, la presa decisa / è un’amica gentile / precisissima […]», è ciò che sento – e “vedo” – ancora in cornetta dalla voce di Eleonora Luccarini (È nata una stella), prima di proseguire alla sezione d’archivio, curata da Nicola Ricciardi con la collaborazione di Eleonora Molignani. Poster, libri, lettere, documenti e testimonianze audio-visive consentono di immergersi, per non uscirne mai più, nella vita e nell’opera dell’artista: dalle prime esperienze a stretto contatto con la Factory di Warhol, che lo portarono a elaborare “found poems” estrapolando frammenti dal linguaggio della società dei media; agli esperimenti con gli Electronic Sensory Poetry Environments, installazioni multisensoriali che moltiplicavano le possibilità espressive della parola poetica; all’esperienza dell’AIDS Treatment Project, che dal 1984 offrì supporto tangibile alla comunità artistica newyorkese stravolta dall’epidemia di AIDS; alla ricerca delle proprie radici familiari in due piccoli paesi lucani, e più in generale ai rapporti sempre stretti con l’Italia; per approdare, infine, alla scoperta del Buddhismo tibetano e al suo legame con il maestro di meditazione Chögyam Trungpa Rinpoche, che lo porta a controllare il respiro, i silenzi, come parte integrante della propria pratica creativa.

Ecco che per la prima volta si manifestano anche la sua voce e persino la sua presenza fisica, nelle registrazioni di alcuni suoi reading performativi; e John Giorno ce lo troviamo davanti nella sala cinema, in cui si proietta THANX 4 NOTHING (2015), l’omaggio in forma di dittico video di Ugo Rondinone, compagno di vita dell’artista fino alla sua morte, che consiste in una registrazione di Giorno che recita la poesia omonima, composta in occasione del suo 70esimo compleanno. Nel flusso cadenzato delle parole, che si giova di un uso sostenuto dell’anafora e della reiterazione di versi cruciali, il poeta ringrazia con limpido distacco buddhista, le persone che, nel bene o nel male, hanno segnato il suo percorso di vita e di lavoro e offre in dono a chi ascolta tutto l’amore e le esperienze condivise con i suoi compagni di strada. L’ultima parte della mostra si configura come una nuova galleria di haiku tratti da plurime serie di dipinti susseguitesi nei decenni, con vari gradi di espressività e una variazione continua nel rapporto tra colori e parole; dall’arcobaleno cangiante dei Rainbow Paintings, legati all’impegno a favore della comunità LGBTQIA+, ai più assertivi e cupi Vinyl Paintings e Black & White Paintings. Questi ultimi campeggiano e si stratificano su altri versi stampati direttamente a parete e da considerare essi stessi come opere murali, in cui la parola esonda libera nel mondo. “You got to burn to shine”, è la scritta che campeggia su un Rainbow Painting monumentale, e che resta impressa a fuoco sulla retina mentre si procede in queste ultime sale, fino a ritrovarla trasposta, come in un processo alchemico, in un dipinto su vinile, nero e oro. Circondati dagli slogan in versi, sentiamo un’ultima volta la voce dell’artista nelle registrazioni fruibili in sala; la ricorsività dei mantra ci avviluppa ancora una volta. Nell’ultima saletta, il meritato riposo: vediamo John che dorme, placido, protagonista inconsapevole del film sperimentale Sleep (1965) di Andy Warhol, all’epoca suo amante. Tutto intorno un altro verso ripetuto, “Space forgets you”, ripetuto fino a saturare tutte le pareti; assioma buddhista che parla di immanenza, ma anche di un anelito all’oblio. In un qualche altrove la voce di Federica Scaringello reitera per sempre un altro, più plumbeo, abbandono al vuoto: «Non ho più energia / sono qui per aspettare / io preda del mio male fluorescente / perdo la postura primordiale / rimango muta […]”.


