
Sul finire degli anni Cinquanta l’orizzonte europeo del dopoguerra (soprattutto per le terre sconfitte come la Germania) ancora raccoglieva una precarietà evocante gli anni della distruzione e, così, un forte stato di abbandono legato per lo più alle aree periferiche, un tempo cadenzate dalla pregnante presenza dell’industria.
Come ha scritto Franco Purini portando la discussione avanti di qualche decennio:
L’accelerazione che ha prodotto l’inaspettato e immediato decadimento dei riferimenti è stata determinata dal passaggio dall’età industriale a quella postindustriale, un passaggio che ha trovato negli strumenti digitali la sua chiave di volta e che si identifica nell’essere divenuta, la produzione, un fabbricare immateriali, cioè informazioni e immagini, e non più oggetti. […] Nell’architettura tale sommovimento ha provocato una trasformazione radicale […] L’architettura è divenuta comunicazione, incorporando tutti gli strumenti e le finalità di questa fondamentale attività umana nella quale, comunque, essa non dovrebbe completamente risolversi. Da qui la centralità dell’immagine, un’entità che non è più il risultato collaterale dell’attività edificatrice, ma il suo obiettivo primario. (Purini; 2008)
Sulle tracce di un’edilizia caratteristicamente industriale, negli anni Cinquanta precedentemente evocati, prende corpo la ricerca sperimentale e fotografica di Bernd Becher (Siegen, 1931 – Rostock, 2007) e Hilla Wobeser (Potsdam, 1934 – Düsseldorf, 2015). L’operatività dei due coniugi, passati alla storia anche per la creazione luminosa e feconda di un gruppo formativo e di lavoro senza eguali (si fa non a caso riferimento alla Scuola di Düsseldorf), si caratterizzerà per l’appello alla ricerca lungo un orizzonte, quello del paesaggio, ragionato attraverso una presa in carico consapevole della costante mutevolezza delle sue istanze e forme in rapporto allo scorrere del tempo. «Il paesaggio […] come […] luogo ideale e insieme concreto nel quale convergono tutte le tematiche urbane e architettoniche diventando forma», sarà al centro di un profondo percorso di scoperta e sperimentazione pioneristica.
La fotografia dei coniugi Becher, decisamente riconoscibile nella scelta sposata della ripetizione più prolifica, segna oggi come allora il passaggio a una testimonianza documentaria che esterna in ogni sua fase la grande propensione verso una ricca memoria archivistica. Come i Becher confidarono in una lontana intervista rilasciata a Jean-François Chevrier nel 1989:
Non possiamo permetterci di giudicare, di stabilire se un oggetto è più o meno valido di un altro, di decidere cos’è bene e cosa è male. C’è un tipo di moralità di cui bisogna liberarsi se ci si vuole comportare democraticamente, cioè senza dare giudizi aprioristici. Bisogna rispettare l’oggetto così […] come si presenta […] A volte un oggetto che non ritenevamo interessante si rivela validissimo in una fotografia perché vi ha acquisito dei significati metaforici […] Sì, bisogna imporsi d’essere neutrali.



All’agire di uno scatto puntualmente stabilito alla luce diffusa e non invadente di un cielo popolato dalle nubi, i coniugi Becher hanno sempre accompagnato la giusta distanza di una rappresentazione, che non ha mai esternato alcun intento teso a privilegiare il dettaglio o una sola, caratteristica specificità dell’edificio ritratto. Lavorando, in qualche modo, a un abbecedario dell’architettura industriale della Germania (e non solo), conosciuta con l’impronta del ricordo e dell’infanzia, il loro impegno rifulge di memorie umane attraversate dal mattone:
[…] fanno parte del paesaggio, sorgono dal terreno, si potrebbe dire addirittura che vi hanno sviluppato delle radici. Un serbatoio non è una tazza, o una macchina da cucire, che chiunque può spostare dove vuole; è inamovibile, è legato indissolubilmente al terreno, anche se non è affatto destinato a durare in eterno ma anzi ha un’esistenza limitata. Ha inoltre delle precise funzioni e dei particolari rapporti con il paesaggio che lo circonda, con la gente che abita e lavora in quella zona, fa parte insomma di un contesto sociale. Quando si fotografa un soggetto di questo tipo bisogna innanzitutto isolarlo, farne il protagonista dell’immagine, ma al tempo stesso mettere in evidenza i suoi legami con l’ambiente circostante. Sono quei legami che lo differenziano da qualsiasi oggetto mobile, da una tazzina di caffè. L’oggetto/soggetto deve avere spazio per mostrare la sua personalità […] in una negoziazione con il fotografo […]
Dovere del fotografo è così lasciare «all’oggetto la libertà di presentarsi, […] di raccontarsi». Lungo l’itinerario di un impegno documentale in lode del paesaggio antropico, la fotografia dei coniugi Becher, nel più caratteristico ricorso a un categorico e necessario bianco e nero, ha tessuto le coordinate stabili e riconosciute di una ricerca serrata sulla natura del paesaggio e l’incanalarsi della sua significanza all’interno del molteplice e frastagliato universo del contemporaneo.
Osserva ancora Purini, tra le pagine del saggio La misura italiana dell’architettura (2008):
Il paesaggio è […] la consapevolezza del rapporto tra l’aspetto iniziale di un intorno della Terra e la configurazione che esso finisce con l’assumere in un certo tempo. Leggere un paesaggio comporta quindi l’intelligenza di una diacronia tra una forma primaria, astratta dalla storia, di per sé al di fuori delle categorie della completezza e dell’organicità, e una forma derivata, risultante, costituzionalmente non finita. […] Qualsiasi scena paesistica è infatti in fieri, processuale e comunque ricava una considerevole autonomia dal fatto di poter essere isolata.
Nell’isolamento dello scatto e nella caratterizzazione voluta di ogni minimo frammento di storia industriale ed edilizia sottratta all’oblio di una futura sparizione, Hilla e Bernd Becher hanno sugellato la forma e la ricchezza di un archivio fotografico, che non ha mai smesso di intonare l’eco di una presenza in vetro, acciaio e cemento richiamante i percorsi di vita e il sogno di un lavoro per tempo vissuto in fabbrica anche dai genitori del piccolo Bernhard. Specularmente all’attività di scrittori e sognatori di inizio Novecento del calibro di Paul Scheerbart, anche i coniugi Becher hanno lottato per mantenere vive le tracce di una stagione al tramonto, già tutta proiettata al nuovo di un preponderante cambiamento.
A partire dal 23 aprile, sino al 27 settembre 2026, la Fondazione MAST di Bologna si appresta a ospitare History of a Method, un’importante retrospettiva dedicata alla fotografia di due figure indimenticabili.
Cover: Bernd & Hilla Becher Titolo: Torri di raffreddamento #: BHB-KT-4 Anno: 1985 Tecnica: Stampa ai sali d’argento ©: Estate Bernd & Hilla Becher, rappresentato da Max Becher Courtesy Die Photographische Sammlung/SK Stiftung Kultur – Bernd & Hilla Becher Archiv, Colonia




