ATP DIARY

ECHOES. Banquet Gallery

La mostra — una doppia personale di Lamar Robillard e Justin Randolph Thompson — non si comporta come due mostre affiancate. È più simile a quando due persone parlano nella stanza accanto e tu non capisci le parole ma senti il tono, le pause...
ECHOES – Il Cielo Si annuvola by Justin Randolph Thompson curated by Jermay Michael Gabriel – Banquet Gallery, Milano – Ph Ale Di Blasio

Sono arrivata a Lambrate in un lunedì che sembrava quasi troppo luminoso per una mostra che si chiama ECHOES. La luce faceva sembrare tutto più semplice di quanto poi si è rivelato. Ero sola. O meglio, c’era il gallerista di Banquet, Giangiacomo Cirla, a inclinare leggermente il mio sguardo, come se lo spazio avesse già deciso una direzione e io stessi solo cercando di raggiungerla. Camminavo come quando entri in una stanza e dimentichi subito perché.
La mostra — una doppia personale di Lamar Robillard e Justin Randolph Thompson — non si comporta come due mostre affiancate. È più simile a quando due persone parlano nella stanza accanto e tu non capisci le parole ma senti il tono, le pause, qualcosa che ti riguarda anche se non sei stata invitata. 
Piano terra. Si entra dentro Intro to Flydom di Robillard come dentro una frase già iniziata. Il titolo è uno scarto, una sostituzione: cambi una parola e improvvisamente tutto si inclina. Non è libertà, non proprio. È qualcosa di più laterale, più instabile. Una libertà che non si dichiara, che si pratica di lato. 
A sinistra, un’ascia conficcata nel muro. Intorno, una bandiera americana fatta a brandelli, come se fosse stata aperta e poi dimenticata così, a metà gesto. È American Dream IV: You Can Fly Too. A destra, un lavoro a parete: volti di star afroamericane coperti da una pelle argentata, sottile e riflettente — sembrano quelle coperture alimentari che non proteggono davvero nulla, solo rimandano la superficie. È bellissimo e un po’ respingente. La materia luccica ma non consola. Il pop qui non intrattiene, si incrina.
Robillard parla di Flydom come se fosse qualcosa che si può solo avvicinare di sbieco. Non una definizione, ma una specie di postura. Parte da lì — da Greg Tate, da Tina Campt — ma più per creare una traiettoria che che per citare. È una tesi visiva che tiene insieme materiali, riferimenti, memoria, e un certo modo di guardare che non è mai neutro.
La blackness qui è il centro di gravità. Tutto si organizza intorno a un’idea di libertà che non è mai dichiarata frontalmente, ma attraversata e complicata da visibilità, resistenza, persino da una forma sottile di addestramento, quasi invisibile.
I materiali sono familiari, o almeno lo sembrano. Legno bruciato, stoffe, oggetti che portano già una storia addosso. Ma è come se Robillard li costringesse a dire qualcosa che normalmente non direbbero.

Penso alla stampa fotografica con la cornice annerita, Myth of a Negro’s Homeland in a Falling Empire / What Happens When You Don’t Burn The House. È un titolo troppo lungo per essere innocuo. Sembra già una domanda che non vuole risposta. Poi Black Madonna V: calze, ceramica, legno bruciato. Un corpo che si costruisce e si nasconde nello stesso momento, come se apparire fosse già un rischio.

L’eco di Robillard si espande e scende, letteralmente, lungo una scala che porta al piano meno uno. È come se il suono cambiasse densità mentre lo segui. Sotto, Justin Randolph Thompson. Le sue opere non stanno ferme. Non nel senso fisico, ma nel modo in cui ti spostano mentre le guardi. Ti accorgi che sei tu a cambiare posizione, non loro.
Thompson lavora su queste figure femminili africane filtrate dall’opera europea — Aida, Didone, Cleopatra — e mentre le attraversi senti che qualcosa non torna. O forse torna troppo bene. C’è una bellezza che non riesci a accettare senza sospetto, come quando qualcuno ti racconta una storia perfetta e capisci che è stata costruita sopra qualcosa che non vuoi vedere.
Le sculture, il suono, i frammenti — tutto sembra trattenere una voce che non si lascia completamente ascoltare. Come se l’opera lirica, con tutta la sua eleganza, fosse ancora lì a fare da filtro, a trasformare la violenza in qualcosa di cantabile.

A un certo punto ho smesso di cercare di capire chi stesse “dicendo cosa”. Mi interessava di più il punto in cui le due voci si sovrapponevano, dove diventavano un rumore unico, quasi fastidioso, quasi necessario.
Ho scritto agli artisti. Anche al curatore, Jermay Michael Gabriel. Volevo fare domande precise, forse troppo precise. Poi la corsa delle giornate ha fatto quello che fa sempre: ha riempito gli spazi. Non li ho più risentiti. E in qualche modo questo è rimasto dentro la mostra, come una risposta mancata che continua a risuonare.
Forse è per questo che ECHOES funziona. Perché non chiude. Perché non ti restituisce una forma chiara, ma una specie di eco interna che non riesci a collocare.
Quando sono uscita, Lambrate era ancora assolata. Tutto sembrava leggermente in ritardo. Come se le cose continuassero a rispondersi anche senza di me.

CHOES
JUSTIN RANDOLPH THOMPSON, Il cielo s’annuvola
LAMAR LOBILLARD, Intro to Flycom
A cura di JERMAY MICHAEL GABRIEL
In collaborazione con Black History Month Milan e con il supporto di Band Gallery, Toronto.
Banquet Gallery, Mialno
Fino al 02.05.2026

ECHOES – Intro to Flydom by Lamar Robillard curated by Jermay Michael Gabriel – Banquet Gallery, Milano – Ph Ale Di Blasio