
Testo di Francesco Ricci —
Non so spiegarmi perché una testa di Niobe della prima età imperiale, vista nell’Antiquarium del Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli, mi abbia subito riportato alla mente la mostra di Stefano Canto, Sogno di Pietra alla galleria Matèria a San Lorenzo, a Roma.
Forse è per quelle affinità stilistiche tra le teste di ghiaccio realizzate dall’artista e la scultura dell’arte classica. La stessa attenzione nella rappresentazione del volto femminile e nei dettagli, come i capelli raccolti in uno chignon.
Forse per il fatto che questa testa in marmo bianco fosse completamente corrosa dall’acqua tanto che a parte le cavità degli occhi e gli incavi della bocca, il resto dei tratti somatici fosse a malapena riconoscibile.
Ma c’è qualcosa di più della semplice suggestione tra il lavorio dell’acqua sul marmo e l’inevitabile processo di scioglimento del ghiaccio che comincia inesorabilmente non appena le teste sono terminate.
Il mito di Niobe e del suo pianto inconsolabile per la perdita dei figli, tanto da muovere a pietà gli stessi dei artefici del suo triste destino che la trasformarono in un blocco di pietra da cui sgorga una fonte alimentata da quelle stesse lacrime, mi ha fatto pensare al processo dell’acqua che scava la roccia. Una rappresentazione allegorica di quel processo di introspezione che è uno dei temi centrali della mostra di Canto.
È come se quella testa di marmo fosse stata completamente scavata da quelle lacrime, fino quasi a perdere la sua identità in quel dolore. Le opere di Canto invece in quel processo di erosione si vivificano nel cemento, acquisendo così una nuova vita.
Per l’esposizione, visitabile fino al 30 Aprile, l’artista ha trasformato lo spazio della galleria in una cava o come si dice a Roma in uno smorzo, di cui per altro il quartiere di San Lorenzo è pieno. Alcune teste antropomorfe, policrome grazie ad una miscela di ghiaccio, ossidi e pigmenti sono appoggiate, in posizioni diverse, su alcuni sacchi di cemento aperti, posizionati a loro volta su una base di blocchi di cemento armato.
Con lo sciogliersi del ghiaccio, l’acqua impregna la polvere di cemento delle fattezze del volto originale.È nella pietra dunque che l’effimero prende vita.



Come scrive il filosofo francese Henri Bergson lo slancio vitale, che è esigenza creatrice e pura essenza, trova sempre la resistenza della materia fino a che non si esaurisce in essa. La vita non sarebbe altro che ciò che rimane di questa tensione all’interno della materia stessa, come il calco nella pietra nelle sculture dell’artista.
Sogno di Pietra rappresenta per Stefano Canto l’ultimo capitolo, quello più introspettivo, di un ciclo in tre atti iniziato nel 2018 sempre a Matèria con Sotto l’influenza del Fiume. Sedimento e proseguito nel 2021 con Carie, mostra inaugurale della nuova sede a San Lorenzo curata da Giuliana Benassi.
Nella prima esposizione l’artista si interrogava, in dialogo con gli spazi della galleria, sul rapporto tra la sua arte e la città di Roma, eleggendo il fiume Tevere come punto di vista privilegiato di quel processo trasformativo di una metropoli in continuo movimento.
Nella seconda mostra invece l’artista rifletteva sulle modalità della sua pratica scultorea realizzando paesaggi sospesi tra natura e architettura. Ma è solo in questa ultima fase che la riflessione di Canto si fa più intima scavando letteralmente dentro la materia per scoprire cosa rimane di quel processo demiurgico che l’artista pianifica e attiva ma come il dio di Leibniz non può controllare fino in fondo.
Rimane infatti in queste impronte in pietra sempre un qualcosa di imprevedibile come il pigmento nel ghiaccio che cambia colore a contatto con il cemento.
In questo gioco di vuoti e pieni Canto crea dei fossili che non sono però simboli di un passato nostalgico, ma segni di un eterno presente. Un tempo liquido sempre in continua trasformazione. Le nostre idee e i nostri sogni giacciono come materiali di scarto in un deposito di materiale edile, in attesa di diventare reali e concreti.
Il lavoro di Canto però non vuole essere soltanto una rappresentazione plastica del processo creativo, ma una riflessione attenta sul lavorìo della memoria e sul tempo, e di come, proprio come scriveva Bergson, lo slancio vitale si concretizzi solo quando sembra essersi oramai esaurito come il ghiaccio disciolto.
E’ nel percorso lento, inesorabile e imprevedibile che l’essenza si trasforma e alla fine si imprime nella materia donandole nuova vita. Quella vita che alla Niobe trasformata in pietra le è preclusa, costretta ad alimentare quella fonte d’acqua con il suo pianto perenne.
Cover: Stefano Canto, SP8, 2026, ghiaccio, ossidi, cemento/ice, oxides, concrete, 35x50x15 cm. – Courtesy the artist and Matèria, Roma. Photo by Roberto Apa


