“La metafisica (poesia in altre parole) che si sprigiona da un’opera d’arte, non si riferisce solo alle forme più o meno astratte in cui essa è composta, ma allo spirito che la informa. […] La metafisica è fatta spesso più di semplicità, chiarezza, sonorità e palpito che di ricerca e aridità”.
[Filippo de Pisis, La cosidetta “arte metafisica”, in “Emporium”, novembre 1938, p. 257]
La Fondazione Biscozzi | Rimbaud di Lecce ospita fino al 10 maggio la mostra Filippo de Pisis e les Italiens de Paris, curata da Paolo Bolpagni e Maddalena Tibertelli de Pisis, in collaborazione con l’Associazione per Filippo de Pisis. La mostra si sofferma sull’esperienza artistica degli Italiens de Paris e in particolare del Groupe des Sept, sette artisti italiani che a Parigi tra il 1928 e il 1933 si distinguono per l’apertura alle tendenze europee e un classicismo libero dal punto di vista formale, in parziale opposizione a quello più dogmatico e monumentale del movimento italiano Novecento. Non si tratta solamente di un incontro di pittori residenti in quel periodo a Parigi, ma – come spiega il co-curatore Paolo Bolpagni – “anche un sodalizio connesso da una certa comunanza di riferimenti ideali e consuetudini umane e professionali”. Il critico di origine polacca Waldemar George sostiene in questi anni il Groupe des Sept e lo presenta anche alla Biennale di Venezia del 1930; il gruppo è composto da: Filippo de Pisis, Giorgio de Chirico, Massimo Campigli, René Paresce, Alberto Savinio, Gino Severini e Mario Tozzi.
Filippo de Pisis e les Italiens de Paris ha come protagonista il ferrarese Filippo de Pisis (1896-1956), che a Parigi conosce la propria maturazione artistica e la consacrazione professionale, così da diventare uno dei principali esponenti della pittura italiana del primo Novecento. Delle trentadue opere in mostra, ventitré portano la firma di de Pisis e dialogano sia formalmente che tematicamente con le opere degli altri artisti del gruppo, ognuno con una propria cifra stilistica.




Il trasferimento a Parigi nel 1925 scuote de Pisis, che in quell’anno realizza la tavola Boulevard (Parigi): non una veduta urbana, ma la riproduzione di una sensazione di velocità e di immediatezza che la città comunica, resa attraverso una pennellata vibrante e nervosa. Questa “stenografia pittorica” caratterizza anche i fiori e le nature morte rappresentati da de Pisis.
La tela Fiori a Venezia (1930), forse risalente a un breve soggiorno veneziano dell’artista, raffigura un famoso scorcio veneziano con il Ponte dei Sospiri sullo sfondo, mentre occupa il primo piano un vaso di fiori vari con una rosa rossa che svetta su tutti (probabilmente un omaggio alla madre scomparsa); l’essenzialità compositiva contraddistingue anche l’opera Dalie (1932), tela presente nella prima sala dell’allestimento permanente della Fondazione Biscozzi | Rimbaud, nella quale il colore diventa più rarefatto. Natura morta con bottiglia e alzata di frutta (1926) e I due pesci (1927), la prima olio su cartone e la seconda olio su tela, sono esempi di natura morta in cui de Pisis riesce a infondere agli oggetti, rappresentati in maniera essenziale e con pennellate veloci, una dimensione poetica ed eterna. Quest’ultima caratteristica permette all’artista di superare la Metafisica di Giorgio de Chirico, silenziosa e misteriosa, e allo stesso tempo di discostarsi dal classicismo dogmatico di Novecento. Nella sua unica opera presente in mostra, la tavola Cavaliera cascata (1925) raffigurante una donna caduta da cavallo dopo un combattimento, de Chirico classicista riprende il linguaggio pittorico barocco attraverso la pennellata corposa e la pittura decorativa.




Emergono le affinità tematiche e le divergenze stilistiche di de Pisis con gli altri membri del Groupe des Sept, anche perché il ferrarese, pur esponendo con questi artisti, rimane sempre in una posizione piuttosto defilata. Natura morta con gallo e pesci (Forte dei Marmi) (1931) di Gino Severini presenta un maggior equilibrio compositivo e una resa pittorica più decorativa, pensando ai soggetti animali come allusioni a simboli cristiani. Natura morta con orologio (1926-1927) di Alberto Savinio è ancora abbastanza legata al linguaggio misterioso ed enigmatico della Metafisica, mentre Figure (Donne sul terrazzo, Biografia) (1931) di Massimo Campigli, opera proveniente dal Mart, raffigura donne monumentali dai colori gessosi inserite in uno spazio atemporale. In questi anni il linguaggio di René Paresce, invece, è ancora influenzato dal Cubismo, ma trova una nuova ispirazione nella pittura toscana del Quattrocento (è il caso della tela Il porto del 1928), mentre Mario Tozzi propone un “classicismo attivo” fatto di composizioni monumentali e metafisiche.
La mostra Filippo de Pisis e les Italiens de Paris è accompagnata da un catalogo trilingue (italiano, francese e inglese), edito da Dario Cimorelli Editore.
Filippo de Pisis e les Italiens de Paris
14 febbraio 2026 – 10 maggio 2026
A cura di Paolo Bolpagni e Maddalena Tibertelli de Pisis
Fondazione Biscozzi | Rimbaud, Lecce




