
C’è qualcosa di sospetto nel parlare di una mostra che ho visto di corsa. Ma dirlo subito mi assolve un po’. Le immagini nelle cartelle stampa arrivano prima delle opere. A volte. Quando lo fanno addestrano. Come algoritmi lenti. Come i falchi. Avevo sette minuti. Sette minuti non bastano per capire niente. Ma sono perfetti per ricordare male.
Sono entrata. Giro. Veloce. Due, tre flash. Una pelle. Tre guanti. Un artiglio. Due. Tre. Cinque. Sette. Nelle note: “coreografia lenta della violenza o educazione sentimentale con errore”. Poi, in treno: “addestramento difettoso”.
Nella corsa mi sono chiesta: quanta Eva e Franco Mattes si è guardata Martina Zanin prima di fare questa mostra. È una domanda cattiva? Ni. Contiene anche affetto. Come il solletico: lo fai per sentirti meno sola. Ma è già una micro-tortura. Mi sento sola.
Nel testo curatoriale Antonio Grulli scrive della pelle. Materiale. Superficie. Deposito di storia. Ho pensato a quando mi sono scottata cucinando. Per qualche secondo niente. Poi tutto insieme. Il dolore. Una lacerazione interna. Peggiore perché l’avevo ignorata.
Forse le opere funzionano così. Oggetti controllati. Composti. Poi, quando credi di averli già visti, tornano. Troppo vicini. Come qualcuno che ti tocca. E tu non eri pronta. Un Vito Acconci risorto.
I guanti da falconeria. Belli. Eleganti. Un po’ fetish. Proteggono. Ma proteggono da cosa? E soprattutto: chi tiene chi? La falconeria è una pratica strana. Fiducia e violenza. Il falco torna. Forse. Il coniglio no. Ci penso il giorno dopo. Mi sento ancora dalla parte sbagliata.
In mostra le immagini restano ambigue. I ruoli non sono fissi. O forse sì. Ma nell’instabilità dubito. Il pericolo è seducente. Si avvicina lento. In uno spazio domestico.
Le fotografie di Please don’t ever come down sono l’inizio. Poi: guanti, artigli, struttura. La ripetizione è ovunque. Guanti assemblati. Artigli moltiplicati. Il gesto del predatore è fermato a metà. Forma. E psiche. Coazione a ripetere. Potere che torna. Sempre nello stesso punto. Un predatore che finisce per predare se stesso. E non se ne accorge.




Quando lo dico a Martina al telefono, lei sposta leggermente il discorso. La ripetizione viene dall’azione. Dai centri di falconeria. Dall’addestramento. Dalla caccia. Dai rituali. Il fotocinetismo è arrivato dopo. Nominato. Riconosciuto. Scritto. Un livello successivo. Quasi involontario. Come quando qualcuno ti dice chi sei. E tu inizi a crederci. Io no. Il fotocinetismo ha 110 anni. Martina no.
Porta avanti questo lavoro da più di sei anni. All’inizio non c’era la falconeria. C’era un falco. Lo vede nel 2018. Un momento complicato con il padre. Ogni volta che appare, è lui. Presenza intermittente. Distante. Carica. Nasce un diario. Date. Luoghi. Specie. Poi cambia. Scrittura ibrida. Un dispositivo. Parlare con una figura metà padre metà animale. Una lingua che esiste solo quando l’altro appare. Alcuni testi vengono incisi sul cuoio. Incidere per non dimenticare. O per non dover più dire. Poi la falconeria arriva davvero. Ma dopo. Come conseguenza. Per dare corpo alla metafora. Per attraversare altro: violenza psicologica, dinamiche familiari, stati di allerta che restano anche quando non servono più. La mostra sta lì. Tra protezione e controllo. Nel punto in cui la cura cambia forma. Every Caress, A Blow.
Verso la fine, una struttura in pelle. Un involucro. Buio. Non vedi. Tatto. Olfatto di cuoio. Suono. Due calamite. Si chiudono. Sei dentro. Nella corsa: venti secondi. Forse meno. Poi lei me lo racconta. E capisco che è l’opera che ho visto meno e immaginato di più. Capsula. Rifugio. Trappola. Le relazioni intime, a un certo punto, possono diventare uno spazio stretto, verticale. Non sai se sei al sicuro o se sei stata catturata. E a volte resti comunque. Uscendo non sono sicura di avere visto davvero la mostra. Poi al telefono, mentre Martina parla, le immagini tornano più precise di prima. Come se qualcuno le avesse rimesse al loro posto dentro di me.
Forse vedere una mostra così, a metà, di fretta, e poi ricostruirla, la rende più fedele. Come un avvistamento. Non sei mai sicura di quello che hai visto. Ma sai che c’era. E che, in qualche modo, guardava anche te.
EVERY CARESS, A BLOW
Martina Zanin
A cura di Antonio Grulli
Fino al 18.04.2026
Fondazione Pastificio Cerere, Roma
Cover: Oh, Whistle, and I’ll Come to You #2, 2026, Martina Zanin – Fondazione Pastificio Cerere – Installation view





