
Presenze metalliche di forme differenti – una somigliante ad un carapace di un animale, altre più scheletriche e affini alle vestigia di antichi totem – abitano la prima sala della galleria P420, a Bologna. Sono Armature, nella dicitura scelta da Ana Lupas (Cluj, Romania, 1940), artista tra le più importanti e radicali della scena culturale dell’Europa dell’Est, per il titolo di quella che è la sua prima mostra in assoluto in una galleria privata. Il motivo per cui si può parlare proprio di “armature” in senso letterale è che esse nascono con il preciso scopo di contenere, proteggere e preservare ciò che resta di corone di grano di varie forme che l’artista ha acquisito nella propria pratica in conformità con le tradizioni rurali diffuse in molti villaggi rumeni; rituali codificati che si svolgevano solitamente nel mese di agosto, in occasione della mietitura. Interessatasi a queste pratiche ormai prossime a scomparire in un’epoca di profondi mutamenti, dalla Seconda guerra mondiale all’imposizione del regime comunista in Romania, Lupas ne recuperò e riattivò le usanze, partecipando in prima persona in varie istanze alla realizzazione di nuove “corone d’agosto”, come attestato dalle fotografie (scattate nel 1964) e dai disegni preparatori (1964-1976) presenti in mostra. Già in sé un atto di cura e di ripristino, anche in senso politico, di un aspetto connotante l’identità culturale del suo Paese, nelle intenzioni dell’artista il progetto sarebbe dovuto andare incontro ad un progressivo ampliamento, ma ciò non fu possibile a causa delle condizioni politiche ed economiche del tempo. Col passare del tempo le “sculture” collettive andarono incontro ad un graduale deperimento, a cui Lupas decise di far fronte realizzando involucri metallici atti a contenerle e a fissarne per sempre l’effigie e i suoi connotati simbolici: armature, ma anche portareliquie da cui emana ancora, latente, l’aura arcana degli antichissimi riti della terra. Una versione finale di questo lavoro realizzata tra il 1985 e il 2008 e conservata alla Tate Modern è definita dal titolo che in prima istanza aveva contraddistinto la realizzazione collettiva delle corone in grano, The Solemn Process, a testimonianza della stretta continuità e della sostanziale coincidenza materiale e simbolica tra i due stati fisici, l’uno organico l’altro metallico, di questi manufatti. Nella mostra presso P420, sono invece esposte armature del tutto affini a cui è attribuito il titolo di Wreaths of August (1964-2008). “La riattivazione di riti, di conoscenze, di gesti caduti in oblio, ma presenti in maniera latente nella memoria collettiva, lega il recupero delle proprie radici alla necessità di opporre resistenza al processo di omologazione messo in atto dal regime” – scrive Sara De Chiara nel testo critico – “Il carapace che racchiude i resti di questa esperienza non impedisce il loro disfacimento, ma preserva la memoria, il racconto, i gesti, il genius loci – e garantisce in potenza la loro riattivazione. Come un sarcofago, accoglie le corone che con il loro intreccio dorato celebravano il sole, il raccolto, la fertilità, la vita, ne garantisce la sopravvivenza sotto altre spoglie, ultimo stadio della loro metamorfosi”.


Ecco che nella seconda sala della galleria il significato letterale del termine “armatura” cede il posto ad un suo doppio metaforico, traslato adesso sull’effigie dell’artista riprodotta su oltre cento poster serigrafati che compongono l’installazione Self-Portrait (2000). I poster, prodotti per promuovere una mostra di Lupas in Ungheria (Székesfehérvár, 1998), sono stati successivamente oggetto di interventi di coloritura a pastello o ad acrilico finalizzati ad alterare i tratti dell’artista in modo caricaturale o grottesco, fino alla loro totale annichilazione. La reiterazione di uno stesso volto ridotto alle sue coordinate minime dal processo serigrafico vuole evidentemente giocare su un parallelismo non troppo velato con l’immaginario pop; il processo di standardizzazione dei tratti è accentuato dalla scelta di porre in prossimità di occhi, naso e bocca le parole che li definiscono, forse con qualche assonanza con una tavola anatomica. Ma rispetto all’immaginario patinato à la Warhol, la stampa si riduce al bianco e nero, il volto non è quello di una diva di Hollywood trasposta in pura icona bensì una figura compunta e anonima, e quando il colore interviene è per via di un atto di accentuata e spiazzante “autorialità”, dai connotati espressionisti. Nel definire un “autoritratto” questa eterogenea variatio di stati emotivi estremi interpolati a serigrafie prive di interventi – ma chissà che l’inconscio sommerso non possa presto incresparle a loro volta – si esprime l’intenzione dell’artista di riaffermare la propria individualità contro ogni tentativo di omologazione forzata, ed è in questa alternativa “organica” ad un modello politico di stampo “industriale” connaturante il periodo storico in cui ha vissuto che si può dunque riscontrare un altro tangibile fil rouge della mostra, e più in generale della sua pratica. Del resto l’autoritratto che Ana Lupas restituisce di sé è contraddittorio e polimorfo: se la serigrafia discretizza i suoi caratteri di riconoscibilità, la pittura facciale ne offre maschere tra loro alternative e irriducibili all’uno, cosicché il suo volto diventa in sé emblema di una resistenza insieme individuale e collettiva ai processi omologanti.




