Fondato nel 2022, Ghëddo – progetto di ricerca e collettivo curatoriale indipendente – ha lanciato lo scorso 11 giugno la nuova open call di TO.BE, rivolta ad artisti ed artiste emergenti provenienti da accademie e corsi di laurea di tutta Italia. Composto da Olga Cantini, Rachele Fassari, Davide Nicastro, Barbara Ruperti e Marta Saccani, il collettivo nasce dalla volontà condivisa di attivare un confronto aperto sulle pratiche artistiche e curatoriali contemporanee. In questa prospettiva, Ghëddo si configura come un incubatore di progettualità emergenti, orientato da un posizionamento etico attento alle criticità e alle anomalie che attraversano il sistema dell’arte.
La selezione, conclusasi lo scorso luglio, ha dato avvio a Intracore, la IV edizione di TO.BE, programma annuale dedicato alla crescita professionale dellə artistə emergenti. L’iniziativa mira ad attivare una rete dinamica tra artistə operanti sul territorio italiano e spazi della città di Torino, promuovendo pratiche di cooperazione e scambio. In linea con gli obiettivi del collettivo, TO.BE mette in relazione il percorso formativo dell’artista con la sua progressiva professionalizzazione, offrendo strumenti di orientamento nel sistema dell’arte contemporanea al di fuori del contesto accademico. Sono 24 gli artisti selezionati all’interno di un progetto sostenuto da Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione Venesio, con il patrocinio dell’Accademia Albertina di Belle Arti di Torino e della Città di Torino.
Il programma di TO.BE si struttura in due momenti principali: da un lato, la mostra collettiva che inaugura la nuova edizione; dall’altro, un articolato calendario di mostre, incontri e progetti diffusi in diversi spazi della città, che accompagnerà l’iniziativa fino al prossimo giugno.
Inaugurata lo scorso 23 ottobre presso la Cripta di San Michele Arcangelo, la collettiva Intracore ha riunito le opere di Anouk Chambaz, Francesco Bendini, Benedetta Ferrari, Giulia Gaffo, Alessandra La Marca, Luce Lee, Sara Lepore, Giacomo Mallardo, Ginevra Mazzoni, Matteo Melotto, Filippo Minoglio, Eleonora Maria Navone, Giulia Querin, Nicole Ranzato, Snem Snem, Miho Tanaka, Pietro Vedovato e Federico Zeltman, sotto la cura di Ghëddo. Gli interventi site-specific hanno dialogato con le architetture ipogee della cripta, esplorando il tema della soglia come dispositivo concettuale e fisico. Le opere hanno indagato il confine tra processualità e risultato, tra incertezza e fiducia, tra tensione emotiva e pratiche di resistenza, trasformando lo spazio in un ambiente di riflessione attiva.

Questo primo momento segna l’avvio di un percorso curatoriale che continuerà a svilupparsi attraverso progetti e incontri volti a consolidare una rete tra artistə emergenti e spazi culturali della città, ribadendo l’impegno di TO.BE nel supportare la professionalizzazione e la sperimentazione artistica in dialogo con il territorio, in collaborazione con realtà cittadine quali MuchoMas!, Museo Nazionale della Montagna, CRIPTA747, Fondazione Merz, Fondazione Recontemporary, Galleria Weber & Weber e Parco Arte Vivente.
Da MuchoMas! – l’artist-run space fondato da Luca Vianello e Silvia Mangosio nel 2018 con la volontà di favorire nuove riflessioni sullo sviluppo della fotografia contemporanea sperimentale – Units/Identity, mostra bipersonale di Giulia Querin e Xinhan Yú, mette in dialogo due pratiche che, muovendosi su piani estetici differenti, condividono un’indagine approfondita sulla perdita di centro del soggetto e sulla sua progressiva dissoluzione all’interno di strutture più ampie che descrivono forme contemporanee di vulnerabilità e controllo.
Radicata nell’analisi dei contesti urbani contemporanei e delle pressioni sempre più acute legate all’emergenza abitativa – distribuite secondo gradienti che variano sensibilmente in base alla classe e alla posizione sociale – la ricerca di Giulia Querin si colloca in una soglia ambigua in cui mobilità e isolamento emergono come manifestazioni complementari della medesima condizione critica. Topografie dell’assenza, intervento site-specific concepito per la mostra, si articola in una costellazione di frecce metalliche che, modellate sulle geometrie dello spazio, tracciano con le loro curvature irregolari percorsi interrotti e zone di attrito. Più che orientare, questi segni traducono in forma simbolica l’accumularsi di scelte, deviazioni e contingenze che strutturano l’esperienza umana. L’installazione restituisce un paesaggio segnato dallo smarrimento di coordinate materiali e affettive certe e dalla conseguente ridefinizione di reti relazionali percepite come frammentarie o lacunose. All’interno di questo dispositivo, la freccia abdica alla propria funzione segnaletica per alludere a una proliferazione di direzioni possibili, spesso accompagnate da messaggi contraddittori. In questa prospettiva, l’incisione «Passato e presente / Passato è presente», nata da una conversazione con la nonna dell’artista, agisce come marcatore emotivo, inscrivendo nell’opera la persistenza dell’affettività sotto forma di eco e memoria.


In dialogo e in continuità con l’intervento di Querin, il video a tre canali di Xinhan Yú, Enemy Drops, estende la riflessione verso i processi di disumanizzazione del soggetto contemporaneo. Attraverso l’estetica e l’infrastruttura del videogioco, l’opera mette a fuoco i dispositivi di controllo – più o meno opachi – che regolano la produzione e la percezione della violenza. In ciascuno schermo, corpi immobili giacciono su superfici virtuali texturizzate mentre, attorno a essi, oggetti fluttuanti si comportano come loot items in attesa dell’intervento di un player esterno. L’opera delinea così un regime di violenza simbolica che salda la grammatica del gameplay a un immaginario eterogeneo, dove creature mitiche, primati e agenti dello Stato vengono ricondotti a unità equivalenti e sacrificabili. Se Querin disarticola gli orientamenti nello spazio fisico e affettivo, Xinhan Yú mostra come, negli ambienti computazionali, i soggetti vengano livellati e riassorbiti in economie procedurali fondate su ripetizione, ottimizzazione e normalizzazione.
Al Museo Nazionale della Montagna la mostra personale di Benedetta Ferrari, Are there Mountains in the Sky Too? / Ci sono montagne anche nel cielo?, esplora, attraverso forme di coesistenza tra saperi locali e ricerca scientifica, industrie estrattive e turismo naturalistico, il significato culturale della montagna. Visual designer e ricercatrice, Ferrari articola pratiche editoriali, installative e visive attraverso cui indaga le modalità di produzione della conoscenza in relazione ai territori. Il suo lavoro mette in tensione saperi locali e ricerca scientifica, economie estrattive e turismo naturalistico, proponendo una lettura stratificata del paesaggio montano come costruzione culturale, politica e simbolica. In questa prospettiva, pensiero ambientale e cultura visiva convergono nell’analisi di come i territori alpini e d’alta quota vengano rappresentati, misurati, sfruttati e immaginati. La mostra al Museo della Montagna si sviluppa negli spazi Vedetta Alpina con una serie di opere chiamate a svolgere la funzione di mappe concettuali e tracciati di lettura del paesaggio montano, dalle pendici alle vette, secondo la costruzione di un dispositivo espositivo che, informato dalla sensibilità progettuale del design, guarda alla montagna come agente attivo e simbolico, come sistema vivente capace di ridefinire il nostro posizionamento ecologico e percettivo in un presente segnato dalla crescente instabilità ambientale.
Gli appuntamenti di questa quarta edizione proseguono con una personale di Anouk Chambaz presso la Fondazione Recontemporary; da Cripta747 con un Open Studio con Giorgio Mattia; il 16 maggio con la performance di Miriam Governatori Leonardi e Stefano Ferrari al Pav-Parco d’Arte Vivente; dal 22 maggio, con un’esposizione di Maria Talotta alla Fondazione Merz; infine, una mostra di Giovanni Borga da Weber & Weber (11 giugno-18 luglio).


