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Dayanita Singh – Il terzo spazio della fotografia 

A partire dal 16 aprile sino al 31 luglio 2026, l’artista di fama internazionale Dayanita Singh torna in Italia con una esposizione, che prende avvio negli spazi dell’Archivio di Stato di Venezia.

Testo di Floriana Savino

Nel finire del marzo 1992, un giovane uomo giunto a Sarajevo documentava, con la sua macchina fotografica da reporter e fotogiornalista freelance, la quotidianità alle porte della minaccia di un impensabile conflitto. Larga parte dei cittadini, che Mario Boccia incontrò sul suo percorso della conoscenza, non smettevano di ripetergli accoratamente che: «Le persone per bene non vogliono la guerra». Il tutto risuonava come un mantra e una più che necessaria forza della speranza dinanzi all’abisso. Passeggiando per i più caratteristici mercati della città, Boccia non poté empaticamente esimersi dal fotografare un modesto portabagagli posteriore d’auto, adoperato in qualità di bancarella, dove convivevano, nella più spontanea e bella armonia, una copia in vendita della Bibbia, scritta in cirillico, e un ben curato libro del Corano. La Sarajevo – che di lì a breve sarebbe stata sventrata dalle bombe e violata dalla mira malvagia e nauseabonda dei cecchini -, era, in qualche modo, ancora l’eterna città cosmopolita dove differenti culture e molteplici credi religiosi, convivevano nella bellezza di un orizzonte armonioso e pacifico. Il 5 aprile dello stesso anno segnò la catastrofe e il protrarsi di un lungo e sanguinoso assedio (protrattosi sino al 29 febbraio 1996). 

Mario Boccia poté far ritorno nella sua Sarajevo imbarcandosi nell’impresa della Carovana della pace, a cui fu permesso di attraversare la città per non più di 48 ore. Richiamando quasi alla mente un romanzo d’avventura, il fotoreporter salì a bordo di quella missione con il fine ultimo di offrir la sua restanza tra i morti, i vivi e le mille macerie della città. Tra gli scatti che, allora, accompagnarono Boccia vi fu l’immagine struggente dell’antica Biblioteca Nazionale di Sarajevo, data in pasto alla distruzione. Come, difatti, aveva testimoniato un semplice scatto che, per mezzo del libro, richiamò l’armoniosa e solidale convivenza tra le culture, la scelta militare di abbattere un inestimabile patrimonio librario giungeva nella violenza e prepotenza mirante ad annientare qualsiasi legame tra le comunità e le diverse fedi professate. Il ponte di carta, che per secoli aveva illuminato gli orizzonti di Sarajevo, andò in fiamme nella notte tra il 25 e 26 agosto del 1993, a un anno e poco più dall’inizio di un terribile conflitto. In quegli stessi anni una giovane donna, giunta in Europa da New Delhi, sceglieva di abbandonare la carriera da reporter per dedicarsi alla necessità del libro e di una fotografia, che ne fosse passionalmente e instancabilmente in ascolto. 

Dayanita Singh (New Delhi, 1961) incontra la forma del libro alle porte della più intimistica esigenza di restituire allo sguardo la dinamicità di operare per l’arte e nel mondo. Nel corso di un’intervista rilasciata nel 2024, l’artista ha ben evidenziato: 

La fotografia è un linguaggio. Cosa farai usando questo linguaggio? Questo è il punto fondamentale. […] Ho sempre detto che bisogna entrare nel mondo per entrare nella fotografia. 

Dayanita Singh, From Venice Pillar 2 © Dayanita Singh/Archivio

Il mondo sondato da Dayanita Singh è un collage potentemente colorato di culture e visioni sul quotidiano. Nell’incontro e sodalizio professionale con editori e creativi del calibro di Walter Keller e Gerhard Steidl, Singh compone e restituisce creazioni, che sovvertono e danno nuova linfa all’idea di costruire e tracciare i passi di una mostra d’arte. Progetti fotografici liberamente editati come The Museum of Chance (2013), con le sue ottantotto diverse e varie copertine, testimoniano la necessità della mente creatrice di sondare le potenzialità dell’arte e della fotografia per mezzo di un’azione anarchica e inesauribilmente sperimentante. 

In nome di una serie di viaggi per il mondo nacque Sent a letter (2007), un progetto in divenire in cui, più che la natura del viaggio d’avventura (di stampo metaforicamente coloniale), ad esser ripercorso era il canto corale di un cammino per immagini sondato dalla forza inesauribile di un ricordo, sentimentalmente condiviso: 

[…] durante questi viaggi [come chiunque altro] avevo scattato foto. Al ritorno, preparavo i miei provini a contatto e poi li ritagliavo e incollavo su piccoli taccuini Moleskine con la piega a fisarmonica […] Erano editati in modo libero e nascevano come una lettera per la persona con cui avevo viaggiato. Questo significava che potevo semplicemente includere immagini del pavimento, o di un caffè in cui eravamo stati seduti, e loro avrebbero creato collegamenti, […] compreso le immagini, semplicemente perché avevamo condiviso momenti. 

L’incontro tanto con la realtà museale, quanto con la portata degli archivi sparsi nel mondo, custodisce per Dayanita Singh la possibilità, tenacemente tentata e raggiunta, di sovvertire un ordine e una lettura degli eventi dettata aprioristicamente secondo leggi e norme ben codificate. Nella ricerca di una terza forma e un terzo spazio, l’artista ha letto e motivato il medium fotografico attraverso la ricca potenzialità di offrire nuove ibridazioni e generose possibilità. 

Ha così confidato al ricercatore Daniel Boetker-Smith:

Per me la fotografia significa muovere l’opera […] Credo di occupare uno spazio intermedio; non sono propriamente una fotografa, sono un’artista che usa la fotografia per creare una terza forma […] Immagino un terzo spazio in cui il mio lavoro venga diffuso attraverso l’editoria mantenendo, in ogni caso, l’esclusività dell’opera come in una galleria. 

Inseguendo le tracce di un sentire variegato e molteplice, protetto, e in qualche caso celato, dalla monumentalità di uno scrigno della conservazione, la progettualità di Singh fa approdo in Italia con lo specifico dell’Archivio di Stato di Venezia. Per la prima volta nel corso di una storia secolare, lo spazio eletto alla conservazione dell’antica città veneta si appresta ad aprire i suoi spazi alla fruizione di un vasto pubblico, nel nome dell’arte. A partire dal 16 aprile sino al protrarsi del 31 luglio 2026, l’Archivio ospiterà una copiosa selezione di opere d’artista, realizzate negli ultimi 25 anni, con la consapevolezza luminosa che all’evento veneziano seguirà un’esposizione errante presso ulteriori istituzioni pubbliche e museali del calibro del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma, del Museo di Arte Orientale di Torino, per congedarsi con l’esposizione di chiusura presso gli ampi spazi dell’Istituto Italiano di Cultura di New Delhi, nella città natale di Singh. 

Cover: Dayanita Singh, From Venice Pillar 3 © Dayanita Singh/Archivio

Dayanita Singh, Mahmoodabad, 2025 © Dayanita Singh/Archivio