
Sabelo Mlangeni è nato a Driefontein, nella provincia di Mpumalanga, in un’area storicamente legata all’agricoltura; fu a Driefontein che i lavoratori agricoli africani acquistarono collettivamente la terra prima dell’entrata in vigore delle leggi fondiarie segregazioniste, con un’operazione sostenuta da Pixley ka Seme, costituendo un raro esempio di proprietà terriera autonoma nell’area del Transvaal. Considerata dal governo dell’apartheid un “black spot”, Driefontein organizzò una resistenza comunitaria attraverso un proprio consiglio direttivo e strutture democratiche locali.
Questa eredità – qui necessariamente sintetizzata – sembra risuonare in modo determinante con l’attenzione di Mlangeni verso il racconto di quelle aree rurali in cui il paesaggio interseca una storia più ampia fatta di pratiche collettive di resistenza. Nelle storie colte attraverso la lente fotografica, l’artista libera l’obiettivo dal pietismo di uno sguardo esterno, per significare, attraverso le pose, ed i momenti di intimità e quotidianità dei soggetti, una visione complessa delle individualità che si confrontano attraverso la dinamica implicita dello scambio di sguardi.
Mlangeni, che nel 2024 ha esposto all’Arsenale in occasione della Biennale Arte curata da Adriano Pedrosa, è presente alla galleria ADA con una mostra, a cura di Francesca de’ Medici, costruita a partire da una selezione di scatti in bianco e nero e a colori che raccontano una ricerca avviata durante una residenza del 2017 a Lubumbashi, nella Repubblica Democratica del Congo. La pratica di Mlangeni si sviluppa in continuità con le comunità queer sudafricane, soprattutto nelle aree rurali. Nelle fotografie in mostra emerge con particolare evidenza la forza di alcune delle serie più note realizzate da dall’artista: Country Girls, scattata in piccole città della provincia di Mpumalanga, in cui Mlangeni ritrae le pose audaci di uomini che praticano il cross-dressing; e Black Men in Dress, una serie che comprende ritratti spontanei dal Pride Parade di Johannesburg e Soweto.
Da questa circolarità dello sguardo prende forma un racconto di prossimità che l’artista costruisce attraverso permanenze prolungate – più che semplici soggiorni – a stretto contatto con le comunità coinvolte. A questa dinamica, cruciale per la gestazione e la nascita di ciascun ciclo di lavoro, è ancorato un rapporto di fiducia profonda, reso visibile da una cifra intimista e profondamente soggettiva, capace di restituire, nel fermo immagine, la qualità sensibile dei luoghi, la dolcezza degli sguardi, la resilienza delle posture.





Questi elementi fanno eco al titolo della prima personale romana di Mlangeni: A Family Portrait suggerisce una postura situata capace di inscrivere la propria esperienza di artista e di individuo in uno spazio di prossimità – emotiva, relazionale ed esperienziale – con i soggetti ed i loro luoghi di appartenenza. Ne emerge il ritratto corale di una famiglia elettiva, restituita in forma integrata, empatica e compartecipata, attraverso una individualità molteplice. Mlangeni è uno storyteller e la fotografia è la sua fonte di scrittura luminosa: cattura e restituisce, racconta sinteticamente e rilascia nel terreno di condivisione con lo spettatore.
In mostra, come di consueto nelle serie fotografiche più celebri dell’artista – Country Girls (2003-2009), Black Men in Dress (2011) e The Royal House of Allure (2020) – la dominante del bianco e nero è contrappuntata da sequenze cromatiche vivide e sature. Il dispositivo fotografico è liberato da una tensione esclusivamente documentaria e reso portatore di una valenza simbolica che si sostanzia anche attraverso il colore: linea e colore si integrano nella composizione, assumendo una valenza formale e interpretativa. Abiti sgargianti, pose e sguardi vengono restituiti accettando persino la possibilità di una parziale sottrazione del soggetto alla vista. In queste emergenze cromatiche – così come negli interni vuoti e negli scatti spontanei – si inscrive l’intimità dello scambio tra artista e soggetti.
Diplomato presso ilMarket Photo Workshop – nato come scuola di fotografia per fotografi emergenti esclusi dalla formazione a causa delle restrizioni e delle strutture dell’apartheid – Mlangeni sviluppa il potenziale immaginifico del medium, emancipandolo dalle convenzioni del reportage, che spesso finiscono col privare i soggetti della loro dignità, delle loro individualità, e della scelta di autodeterminarsi attraverso l’immagine prodotta da altri.
Nel 2006, il Sudafrica ha approvato il Civil Union Act, aprendo così la strada alla legalizzazione del matrimonio tra persone dello stesso sesso – diventando solo il quinto paese al mondo a farlo. Dieci anni prima, la nazione era stata la prima al mondo ad approvare una legge che proibiva la discriminazione basata sull’orientamento sessuale. Sebbene progressista sulla carta, la realtà vissuta dalla comunità LGBTQIA+ in Sudafrica è diversa: le persone vengono regolarmente stigmatizzate, ostracizzate e sottoposte a ostilità e abusi. Come ricorda Francesca de’ Medici nella conversazione che accompagna la mostra «ripensando al percorso di Mlangeni, riaffiora un’altra significativa citazione di bell hooks: “la funzione dell’arte non è solo dire le cose come stanno, ma immaginare ciò che è possibile”. Osservatore acuto e narratore empatico e raffinato, Mlangeni esplora i molteplici livelli della marginalità per celebrare coloro la cui esistenza cammina su una fune in bilico tra discriminazione e lotta, accettazione e sicurezza. La fotografia sofisticata e coinvolgente di Sabelo ci invita a partecipare e a prendere parte a momenti ora fissi e immobili nel tempo… ma anche a fare un passo oltre e immaginare ciò che ci aspetta nel regno del gentile, del tenero, del pacifico e del possibile».






