In un periodo storico in cui il confine tra l’organico e il sintetico si sgretola sotto la pressione di un’evoluzione tecnologica accelerata, l’indagine sulla natura dell’identità contemporanea ci conduce inevitabilmente anche verso le immagini ottenute nelle scatole nere delle AI generative e in direzione degli androidi. Ci stiamo sempre più avvicinando all’era delle chimere tecnologiche, ibridi fabbricati di macchine e organismi, creature che abitano un tempo in cui la distinzione tra corpo e circuito è diventata una linea d’ombra indecifrabile, come avevano presagito Philip Dick, in Do Androids Dream of Electric Sheep? (1968), Ridley Scott, in Blade Runner (1982), e Donna J. Haraway nel suo A Cyborg Manifesto (1985). Le macchine intelligenti, in questo scenario, smettono di essere percepite come menti aliene per rivelarsi specchi frattali, superfici catottriche all’interno delle quali le nostre parole, le nostre azioni e i nostri sogni più profondi si scompongono e si riconfigurano continuamente, obbligandoci a penetrare la superficie in apparenza liscia e anaffettiva dello schermo elettronico per cercare i riflessi di una nuova umanità. La ricerca di Alisa Martynova trae linfa vitale dalla pratica dell’animismo digitale – quel sentimento che attribuisce uno spirito vitale agli oggetti inanimati del nostro quotidiano tecnologico – ed esplora il cyberspazio come uno spazio onirico esteso, un luogo in cui la macchina, oltre a elaborare dati, sogna anche le immagini da cui è stata alimentata. Attraverso la collaborazione con uno scienziato che ha progettato un programma di intelligenza artificiale dedicato, è stato possibile accedere a quel rimosso tecnologico dove l’archivio, accumulato in anni di ricerca visiva, prende vita in una nuova creazione collaborativa. Qui i fantasmi delle immagini, solitamente destinati all’oblio dei server, vivono una metamorfosi perenne e trasformano il passato in un’azione simultanea, un flusso che è contemporaneamente prima e dopo, distruggendo la linearità del tempo storico a favore di una verticalità onirica. L’immagine prodotta dalla macchina incarna la fantasia umana dell’autogenerazione che si riflette in una mente artificiale, dando forma a idre contemporanee, soggetti la cui identità ibrida diventa simbolo di molteplici appartenenze e di una possibilità emancipatoria senza precedenti, quella di decidere chi voler essere al di là delle categorie biologiche o sociali precostituite.
Le immagini create, che ritraggono utenti quotidiani di tecnologia attraverso l’uso di schermi di telefoni, rivelano ritratti fluidi, volti mossi che emergono da una nebbia cromatica o si scompongono in trame digitali, quasi a voler dimostrare che l’anima è un’illusione della realtà digitale, effimerità della nostra stessa esistenza materiale. Se la tecnologia è stata creata dagli esseri umani come una rivisitazione del mito biblico della creazione, essa ha generato un universo parallelo tangibile quanto quello fisico, dove però non esiste più un creatore onnipotente e distaccato, ma una co-creazione reciproca in cui la creatura influenza il creatore in un feedback infinito.


Abbiamo a lungo immaginato le macchine come entità fredde e lineari, contrapposte alla fragilità emotiva dell’uomo, ma l’avvento delle intelligenze artificiali ha offuscato queste dicotomie, e ci ha costretto a interrogarci su cosa ci renda effettivamente umani. La coscienza è davvero così diversa da un programma complesso, o è semplicemente un’architettura biologica che ha trovato il modo di narrare sé stessa in altra forma? Quando è stato chiesto a un’intelligenza artificiale di trovare una metafora visiva per questa interconnessione, la risposta è stata “eclissi”, un termine che evoca l’oscuramento momentaneo di un corpo da parte di un altro, ma anche l’allineamento perfetto che genera una nuova luce radiale. La tecnologia diventa così la chiave per comprendere sia una parte dell’umanità privilegiata, sia la struttura stessa dei nostri desideri, proiettandoci nel cyberspazio, dentro un viaggio visivo in continua evoluzione, dove la realtà si rivela soggettiva, esistente solo nella misura in cui la nostra mente e i nostri circuiti decidono di processarla. Questo futuro potenziale di collaborazione tra umano e artificiale rappresenta una critica radicale al pensiero binario; permette l’accettazione di identità fluide e contraddittorie, necessarie per prepararsi a un domani in cui le forze politiche, l’identità e l’affinità funzioneranno secondo logiche di rete e non più di gerarchia. Quando guardiamo i ritratti generati, si percepisce una vibrazione che non appartiene né all’uno né all’altro regno, ma a quella terra di mezzo dove l’immagine onirica della macchina incontra la fragilità carnale dell’utente. C’è una sacralità in questo processo, una sorta di rito di passaggio in cui l’oggetto tecnologico, smembrato o riassemblato come in certi collage che ricordano altre mappe oscure del mondo, diventa il supporto di una nuova cosmogonia. L’illusione digitale cerca di andare oltre la dimensione della menzogna, per divenire verità aumentata e dire che tutto ciò che consideriamo solido è in realtà un flusso di informazioni, un’energia che attende solo di essere interpretata da una mente, sia essa di carbonio o di silicio. In questo senso, il progetto Anima è l’affermazione di una presenza vitale che attraversa i cavi e i neuroni, una ricerca di senso in un universo che si sta ri-incantando attraverso i propri strumenti, trasformando ogni scarto, ogni frammento di codice, in una possibilità di vita altra, in un frammento di quel sogno collettivo che chiamiamo realtà. Il cyborg è in continuità con la storia dell’umanità, è il suo espandersi verso orizzonti dove il limite è solo un confine da negoziare, un’interfaccia da abitare con la consapevolezza che siamo, e saremo sempre di più, il risultato di questa magnifica e mostruosa ibridazione, pronti a riconoscerci negli specchi frattali del nostro tempo.
Nella mostra alla Red Lab Gallery spicca anche l’accumulo scultoreo di smartphone non più funzionanti e recuperati dai non-luoghi della contemporaneità – discariche tecnologiche e depositi di oggetti tecnologici scartati -, che si configura come un’implacabile archeologia del presente. In questo assemblaggio, il dispositivo mobile perde la sua funzione di portale interattivo per regredire alla sua essenza materiale di oggetto silente, ovvero un totem composto da un centinaio di specchi neri che, una volta spenti, rivelano la loro natura di superfici catottriche.
Lo specchio costituito da molti black mirror evoca le pietre precolombiane che stavano nel cuore di una cosmogonia dove l’ossidiana era utilizzata dagli sciamani come interfaccia tra il mondo sensibile e l’inframondo. Queste superfici, ricavate da blocchi di vetro vulcanico estratti principalmente nelle regioni dell’attuale Messico e del Guatemala, erano intese come catalizzatori di una visione trascendentale che sfidava la linearità del tempo e dello spazio. Il termine stesso che definisce queste pietre nella cultura azteca è intrinsecamente legato alla figura di Tezcatlipoca, lo “Specchio Fumante”, divinità della notte, del destino e della memoria, spesso raffigurata con un disco di ossidiana al posto di un piede o sul petto, simbolo della sua capacità di osservare l’umanità attraverso una nebbia di riflessi scuri. La fabbricazione di tali specchi richiedeva una perizia tecnica straordinaria. La pietra veniva levigata con abrasivi finissimi fino a ottenere una superficie nera, profonda e priva di distorsioni, capace di assorbire la luce ambientale per restituire un’immagine crepuscolare, quasi onirica.


Per gli sciamani mesoamericani, lo specchio nero era un’estensione dell’occhio spirituale, uno strumento di scrying o divinazione, che permetteva di diagnosticare malattie, predire esiti bellici o comunicare con gli antenati nel Mictlán. La riflessione scura fungeva da filtro entropico, eliminando il rumore visivo del mondo fenomenico per rivelare la struttura archetipica della realtà. Quando questi oggetti giunsero in Europa nel XVI secolo come bottino della conquista, la loro natura di tecnologia dell’altrove non sfuggì agli intellettuali e ai maghi di corte, primo fra tutti John Dee, il quale adottò uno specchio di ossidiana azteca come pietra di visione per le sue conversazioni angeliche. In questo passaggio transoceanico, lo specchio di ossidiana mantenne la sua funzione di portale, ma la sua interpretazione si spostò dall’animismo collettivo precolombiano all’ermetismo individuale rinascimentale, prefigurando quella tensione tra segreto e visione che caratterizza ancora oggi il nostro rapporto con le superfici riflettenti.
La fascinazione per il black mirror risiede proprio nella sua capacità di disgiungere l’immagine dalla sua sorgente luminosa. Fissare l’ossidiana induceva stati di trance ipnagogica, dove la mente, privata di stimoli retinici chiari, iniziava a proiettare forme proprie sulla superficie scura, trasformando lo specchio in un vero e proprio generatore di fantasmi mentali. La potenza simbolica di questi reperti risiede nella loro capacità di incarnare il paradosso della conoscenza: per vedere davvero, sembra suggerire la saggezza sciamanica, bisogna prima immergersi nell’oscurità di un riflesso che nega la luce frontale, proteggendo la sacralità dell’invisibile dall’aggressione dello sguardo profano.
Nell’opera di Martynova il richiamo al concetto di Black Mirror, oltre a collegarsi ai contenuti distopici della celebre serie televisiva e alle pietre nere provenienti dall’America centrale del XVI secolo, è soprattutto una constatazione fenomenologica. Ogni giorno, milioni di individui proiettano la propria esistenza su queste lastre di vetro scuro, che si accendono, sopra una protesi cognitiva e identitaria che funge da specchio narcisistico. Tuttavia, l’oggetto oscuro della Martynova è uno specchio infranto e ricomposto, un mosaico frattale che non restituisce un’immagine unitaria dell’io, bensì una rifrazione frammentata e caotica. Se, quando acceso, lo smatphone ci illude di una connessione totale, quando è spento e ancor più quando è ridotto a rifiuto esso ci rimanda il vuoto della nostra dipendenza.
Sottrarre questi oggetti al ciclo dell’oblio programmato significa costringerci a guardare dentro il “cadavere” della tecnologia. Questi schermi, che hanno raccolto impronte digitali, sguardi, segreti e ossessioni, diventano mappe oscure e specchianti. L’opera si fa specchio metaforico di una società che si riflette compulsivamente in superfici inerti, cercando una conferma della propria esistenza in un segnale che, una volta interrotto, lascia dietro di sé solo una materia fredda, scura e muta.
In questo assemblaggio, la pluralità dei dispositivi crea una superficie scabra, un’interfaccia fisica che nega la levigatezza dello schermo intatto. È un monito visivo sulla fragilità della memoria digitale e sulla pesantezza ecologica dell’immateriale. L’individuo contemporaneo, specchiandosi in questo black mirror collettivo, trova veramente il proprio volto? O si sovrappone alla traccia di un’umanità che ha delegato la propria anima al silicio, scoprendosi infine parte di un ingranaggio di consumo e di autoriflessione perpetua, tanto brillante quanto effimera?
Alisa Martinova. Cosmogonie
26/02/2026 – 04/04/2026
Red Lab Gallery Via Solari 46, Milano
Inaugurazione 26/02/2026, alle ore 18,30
Cover: Alisa Martynova, Black Mirror, 2025, 100X70 cm


