
Dentro Complex le immagini di Marilisa Cosello fanno attrito. Carne contro dispositivo. Disciplina che slitta. Un’estetica talmente politicizzata da richiudersi su sé stessa come una stanza senza uscita: gabbia seminale delle possibilità del corpo. Così le leggo. Così mi arrivano addosso.
American Dream, Table (2023) è una macchina ginecologica capovolta, un altare d’acciaio. Due corpi femminili infilano il braccio in un sistema che non è per loro. Quindi lo occupano. A forza. Il braccio di ferro è intrusione. Mano in un ingranaggio troppo stretto. Presa che scende nel dolore muscolare. Rabbia. È un gesto imparato da un’America-fabbrica-dell’eroe, da Chomsky e dal suo Requiem. Invisibile. Jeans. Acciaio. Motori. Line dance patriottica. Tutto esplicito. Tutto martellante. Pop culture che raschia il male. Società in declino accelerato. Violenza repressa resa immagine liscia. Performance digeribile.
Il tavolo diventa un piano di montaggio dell’American Dream. Il corpo anti-femminile come supporto tecnico bacato di una mitologia che non funziona più. Liberazione nell’ibridazione macchinica. Davvero? La decontestualizzazione è il vero sabotaggio. Quello che resta è una narrazione autosufficiente che smonta i modi di produzione dell’immaginario: nazionalismo, patriarcato, eroismo. Tutta quella merda coreografata che chiamiamo tradizione. In Italia: fascismo.
American Dream, Piston (2023) è un pezzo di motore cromato, erotico. Utensile. Attrezzo che spinge contro una resistenza interna. Come se il corpo fosse una macchina otturata da riavviare a forza. Fisting industriale. Intrusione tecnica in un sistema felice di aprirsi così. Qui la forza viene infilata in strutture che la respingono. Dentro un’estetica persistente che continua a dirci come deve apparire un corpo. Come deve funzionare. Quanto deve essere leggibile.
Cosello lavora contro la leggibilità. Niente corpo perfetto. Corpo opaco. Corpo che non si lascia decifrare fino in fondo. Che apre un vuoto nell’identificazione. Che non regge una narrazione stabile. Che rifiuta l’immagine definitiva. Corpo politico che sbava fuori dalla forma.




Dietro queste posture ci sono i fantasmi di ginnastica fascista, corpo efficiente, post-donna-funzionante. Esecuzione non motivata. Fabio Mauri parlava della banalizzazione del potere: male che passa per esercizio, ripetizione, coreografia. Cosello prende quell’immaginario disciplinare e lo piega finché sembra sesso sbagliato. Le anti-donne di Cosello si fanno usare da una coreografia di modernismo rotto: acciaio, posture da propaganda, muscoli lucidati come pezzi industriali. Sembra Francis Picabia dopo una sbronza cattiva: macchine che vogliono scopare mentre qualcuno gli fora uno pneumatico.
I costumi funzionano come uniformi simboliche. Divise che promettono identità e status. Abiti che dicono come guardarti. Cosa aspettarsi da te. Cosello le prende e le spruzza addosso alle atlete. Da sola con loro. Pura privacy. Direttamente sul corpo. Colore come archivio. Enciclopedia privata di Olimpiadi storte. Secrezione pittorica. Vendetta.
Try è una contro-olimpiade. Mitologia anti-femminile anti-tradizione. Niente podio. Niente record. Niente bandiere. Solo esercizi obbligatori per riprendersi l’immagine del proprio corpo da sporcare è. Riappropriazione violenta. Eros represso. Accumula tensione senza evento. Sembra sempre che stia per succedere qualcosa. Non succede. Il vuoto resta lì. A pulsare.
Il sabotaggio erotico del feticcio modernista è reliquia maschile dell’avanguardia smontata con le dita, sporcata di sudore, usata come protesi per fare pressione dove le hanno detto di non fare.
Qui la repressione è tecnologia del contatto. Quello che succede quando due corpi femminili addestrati alla compostezza smettono di esibirsi e iniziano a operare uno sull’altro come strumenti imprecisi, inermi, ostinati. A terra si inceppano. Due ingranaggi molli che non combaciano mai del tutto. Proprio per questo fanno calore. I corpi si fondono in una forma plastica incompiuta. Astrazione che muta. Campo di tensione.
Marion Young parlava di corpi educati a ritirarsi. Qui il binario salta. Individuale e collettivo collassano nello stesso spasmo. Personale e politico nello stesso gesto. Il desiderio di una sbatte contro quello dell’altra come partiti politici in miniatura. Solo attrito permanente. L’esercizio obbligatorio è un gesto inutile. Pratica senza fine.
Le atlete non sono sé stesse. Sono aspirazionali. Icone svuotate. Eroi con facce da santi. Immagini perfette senza paura, senza dolore, senza desiderio. Così la società prova a fabbricare i corpi. Poster motivazionali. È terrificante. Ed è irresistibile. SOMETHING HAS TO BE DONE TO COUNTER THESE FORCES.
Complex è un porno politico senza godimento. Pornografia del comando che fallisce. Tensione che non scarica mai. Cosello fotografa corpi che fanno a pugni con la disciplina del mondo. Perdono. Restano lì. Con il braccio ancora dentro la macchina.
MARILISA COSELLO. COMPLEX
a cura di Luca Panaro
Spazio contemporanea, Brescia
Fino al 7.02.2026
Cover: Marilisa Cosello, Try, 2024, Courtesy l’artista e Galleria Studio G7

