Veduta della mostra personale al Museo Archeologico, Bologna. Courtesy dell’artista. Foto Alessandro Trapezio. Courtesy dell’artista

I sotterranei di Palazzo Bentivoglio, inaugurati proprio un anno fa in occasione di ART CITY Bologna 2019 con la personale di Jacopo Benassi Bologna Portraits, torna ad ospitare un artista italiano mid-career: Sissi. La curatela è affidata, per il secondo anno, ad Antonio Grulli.
Vestimenti, come una sorta di antologica, raccoglie le opere realizzate dall’artista bolognese negli ultimi vent’anni mettendo in luce la centralità del suo interesse per il corpo umano inteso non solo come contenitore, ma come strumento con il quale abitare il mondo. Attraverso un grande progetto installativo, pensato dall’artista per il luogo e una performance dal titolo Abitare l’altro, la mostra presenta al pubblico un’ampia selezione di sculture-abito, vestiti talvolta indossabili realizzati con i più disparati materiale che nel corso degli anni Sissi ha esposto sotto forma di sculture, installazioni e performance.
La mostra è accompagnata da una pubblicazione bilingue (italiano-inglese) edita da Corraini Edizioni con testi di Mariuccia Casadio (critica d’arte, curatrice e giornalista), Antonio Grulli (curatore della mostra), e un dialogo di Sissi con l’artista Christian Holstad
Il libro verrà presentato domenica 26 gennaio alle ore 16.30 alla presenza dell’artista e degli autori.

Il curatore e l’artista raccontano il progetto in un’intervista doppia che esplora il concetto di curatela, poetica artistica e corpo.

Guendalina Piselli: Antonio, dopo un anno esatto (Jacopo Benassi, ART CITY Bologna 2019, ndr) torni a curare una mostra a Palazzo Bentivoglio. Cosa è cambiato in questi dodici mesi?

Antonio Grulli: La linea è sempre quella definita a inizio percorso. Ovvero fare in modo che queste mostre siano un’emanazione pubblica della collezione privata. Ma ogni passo che si compie, esattamente come nella nostra vita individuale, ti aiuta a conoscerti meglio, a definire con più chiarezza chi si è. Ci siamo accorti che con le attività di Palazzo Bentivoglio stiamo colmando un grande vuoto a livello di sistema dell’arte italiano. Praticamente non esistono spazi che affidino progetti ambiziosi a artisti italiani, soprattutto se mid-career. Praticamente siamo gli unici: fino a qualche anno fa era tutto un parlare di giovani, adesso invece si vedono solo mostre di artisti anziani, soprattutto se stranieri e già famosissimi. Si passa da un’esagerazione all’altra, e spero che il nostro percorso possa aiutare a rendere tutto meno sbilanciato.

GP. Vestimenti si compone, oltre all’allestimento, di una performance. Di che si tratta?

SISSI. “Abitare l’altro” è una performance che da corpo all’abito, sviscerando il meccanismo vestimentale che viviamo sulla nostra pelle quotidianamente. L’azione si articola all’interno di un dispositivo scenografico nelle sembianze di un atelier sartoriale, un palco composto da stoffe, tavolo, macchina da cucire e cartamodelli realizzati in legno dalle forme biomorfe. Abitare l’altro attraverso l’abito, sono gli abiti che ci portano e ci introducono emotivamente al mondo. Nella mostra i vestimenti sono esposti come testimonianza di stoffe dipinte, ricamate e indossate, abiti vissuti, costruiti e usati questo ciclo vitale si ripete intimamente nella vita e nel lavoro di tutti. Nella performance il pubblico è invitato a partecipare alla genesi di un abito diventando il soggetto è modello della creazione sarà abitato da una nuova veste che potrà essere sua per sempre.

Sissi, Abitante, 2011, maglia di plastica, corde, manichino, 70x100x165 cm Courtesy dell’artista. Foto Matteo Monti
Sissi, Archivio Addosso 1995 – in progress tailleur V+G\BUD\01\09, straccio di cotone, Gipsoteca, Museo Archeologico, Bologna. Courtesy dell’artista. Foto Alessandro Trapezio

GP. Sissi, il corpo come identità e luogo, fisico ed emotivo, sono da sempre al centro della tua ricerca artistica. Penso a progetti come Anatomie parallele e Daniela ha perso il treno (1999) nei quali il corpo è punto di partenza per un’indagine emotiva e performativa. Cosa significa per te vestire il proprio corpo?

S. Nella mia costante ricerca sull’identità, l’abito è stato un luogo in cui il corpo si è spesso rifugiato. Il corpo e più profondamente l’anatomia umana sono stati i punti di partenza del mio processo creativo, l’abito è diventato un fedele compagno in quanto è la cosa più simile all’uomo.
È un gesto ancestrale ed universale il senso di protezione che gli abiti ci conferiscono e ancora di più per me che li carico di una valenza simbolica e psichica. Li considero la nostra psiche in movimento.
Siamo in un mondo in cui i segni ruotano per comunicare in tutte le forme di cui sono capaci, così che il linguaggio possa allungarsi in una manica che pende, come una mano che s’incontra o una parola chiusa in borsa.

Il corpo è una casa e gli abiti lo abitano.

Questo mio pensiero è stato espresso nel libro “Abitanoidi” pubblicato da Corraini. Gli abiti sono diventati dei corpi intimi e indipendenti capaci di emanare fluttuanti segni di trasformazione di una pura emozione e traghettare la nostra personalità fuori dal buio dell’armadio.

GP. Da dove nascono il tuo interesse e la passione per il cucito? E in che modo questa tecnica si inserisce nella tua ricerca artistica?

S. Ci sono testimonianze scritte di mia nonna che all’età di 3 anni cucivo il primo bottone.
Tagliare, cucire, intrecciare, ricamare sono tecniche paritarie al disegno, alla manipolazione dell’argilla, allo scolpire e al dipingere.
Nel lavoro si rafforzano una con l’altra in una miscela che ha come unico scopo fare corpo.
Mi interessa esplorare la scultura come inquietudine del vestire, attraverso la performance esploro l’identità disordinata che la società ci induce ed infine il disegno taglia cuce e rimodella la nostra forma.
La moda è ciclica come la politica, offre svariate scelte non ha una linea unica, ma globale. Capendo la moda puoi capire le persone perché applichi la psicologia e la politica al vestire.
Per me l’abito è una custodia romantica e allo stesso tempo una farfalla che si muove velocemente nel mondo delle apparenze, grazie al dialogo con la moda, una creatura che si nutre di stimoli sempre nuovi capaci di innestarsi velocemente su di noi per rinnovarsi e abbandonare ciò che passa.
Forse la mia passione per il fare, il taglio e il modello seguiti dall’archiviare sono modi per non lasciare andare.

GP. Nella tua pratica artistica hai spaziato dalla performance alla scultura, dai video alla fotografia, passando per il disegno e la pittura. Sono tutti linguaggi che in qualche modo fanno parte del processo di creazione dei tuoi abiti?

S. Mi dedico a diversi cicli di lavori che periodicamente riprendo per evolverli e contaminarli all’interno di altre ricerche. Un grande dipinto in cui s’impastano più colori, forme e segni, un fare come nel Capolavoro Sconosciuto di Balzac in cui emerge sempre una mano per essere afferrata e diventare timone di una nuova contaminazione.

Sissi, Astrazione di un discorso organico, 2014 Courtesy dell’artista e Galleria Tiziana Di Caro
Sissi, Leggersi dentro, 2014, stampa lambda, 50×70 cm Foto Dario Lasagni. Courtesy dell’artista e Galleria Tiziana Di Caro

GP. Antonio, le sculture-abito di Sissi sono state protagoniste di altre esposizioni, cosa differenzia questa mostra dalle operazioni precedenti?

AG. Credo che questo sia il primo vero focus specifico, su questo corpus di lavori di Sissi, in cui le singole opere possono essere viste in maniera chiara e con la loro dignità di sculture autonome, a mio parere. Nelle mostre passate, o erano mescolate ad altri tipi di lavori, o erano reinterpretate in installazioni che riducevano la singola scultura a frammento di un’unica opera più ampia, come se l’intera produzione di abiti fosse un unico lavoro: un’interpretazione a mio parere errata. Oltretutto assieme a Sissi abbiamo pensato a una modalità installativa estremamente scultorea, quindi anche il display ne emergerà come opera a parte.

GP. Cosa significa e comporta per un curatore lavorare con un archivio e una ricerca artistica così personali, modellati, come quelli di Sissi?

AG. Bisogna essere in grado di lasciare molta libertà all’artista in queste situazioni. Il compito di un curatore si limita solo a cercare di indirizzare tutta quell’energia e quella potenza immaginativa di modo che non si perda in rivoli e possa dare il meglio. Per me questo non è problematico, perché lavoro quasi esclusivamente con artisti che conosco davvero a fondo, con cui collaboro da moltissimi anni, come nel caso di Sissi, e con cui esiste un dialogo anche al di fuori del momento in cui si realizza un progetto assieme. Quindi è come se avessi iniziato a curare questa mostra prima ancora di iniziare a lavorarci. Gli abiti che presenteremo li ho visti nascere, crescere, e li ho visti indossati. C’è una giacca fatta di rafia che Sissi ha intessuto mentre eravamo assieme al fiume in Lunigiana quest’estate. Ovviamente poi c’è sempre un taglio personale del curatore: ad esempio io odio in maniera profonda tutto ciò che è archivio e archiviazione, due concetti ormai lisi e sfruttati esageratamente, e quindi in questa mostra tutto quell’apparato che in passato è stato sottolineato rispetto ai suoi abiti non esisterà. Non capisco nemmeno che senso abbia rispetto a un artista così prorompente e in continua mutazione quale è Sissi.

GP. La mostra sarà accompagnata da una pubblicazione (Corraini Edizioni) con, oltre ad altri testi, un dialogo tra Sissi e l’artista Christian Holstad. Quali sono i legami tra i due che hanno portato a questa scelta?

AG. Volevamo anche il contributo di un artista nel catalogo, e abbiamo pensato subito a Christian. Lui e Sissi si conoscono e collaborano da molti anni. Oltretutto hanno un approccio all’arte molto simile, sia come attitudine, sia nella condivisione di passioni per certi materiali specifici, come la ceramica o il cibo, cruciali nelle opere di entrambi. Ma soprattutto sono due artisti per cui le mani e il fare delle mani sono l’elemento guida a cui anche l’aspetto razionale e concettuale deve sottostare.

Sissi, Ogni cosa al suo posto, 2010, bamboo, vestiti, ferro, ceramiche, 300x100x200 cm Foto Ramiro Castro Xiques. Courtesy dell’artista
Veduta della mostra personale Addosso alla Fondazione Arnaldo Pomodoro, Milano. Courtesy dell’artista
Sissi, ph. Alessandro Trapezio