Valeria Cherchi, Anatomia del Silenzio, Museo Nivola di Orani

In Anatomia del Silenzio, mostra personale di Valeria Cherchi che ha inaugurato lo scorso 2 febbraio al Museo Nivola di Orani, l’artista sarda affronta il fenomeno dei sequestri di persona attraverso un’indagine foto-testuale sull’omertà delle comunità locali. Il tema del “non detto”, che è al centro del lavoro dell’artista da diversi anni, in questo capitolo della sua ricerca è affrontato in relazione ai sequestri di persona e al codice della vendetta barbaricina, per diventare progetto attraverso l’esperienza personale.
Il ricordo del sequestro di Farouk Kassam, coetaneo dell’artista, apre uno spaccato sul banditismo sardo, che si dispiega attraverso un’installazione ambientale, costituita dalla coazione di immagini, suoni e testi. Fra i libri che hanno informato questa ricerca troviamo Mio figlio Farouk. Anatomia di un rapimento di Fateh Kassam e L’inconveniente di Laura Manfredi: la rabbia davanti all’assenza dello Stato e di crimini impuniti sono alcune delle derive di un silenzio tattico e strategico, che fa parte di un substrato culturale di evidente connotazione criminale, con cui i parenti delle vittime del banditismo sardo hanno dovuto convivere, ed insieme a loro anche gli abitanti delle stesse zone, obtorto collo.
Le fotografie di Valeria Cherchi, realizzate in contemporanea a un lavoro di analisi costruito attraverso l’esplorazione di archivi mediali RAI e una interazione diretta con le comunità locali della Barbagia, lasciano trasparire l’inquietudine generazionale di chi si relaziona ad un regionalismo chiuso e a letture discriminanti provenienti dall’esterno.
“Crescere in Sardegna da ‘millennial’ – sottolinea Antonella Camarda – ha significato anche vivere, attraverso la cronaca e le discussioni familiari, la quotidianità di una violenza difficile da accettare, subire una stigmatizzazione etica e etnica, portando il peso di una colpa collettiva”.
Mentre taciturno è considerato il territorio geografico analizzato dall’artista, il silenzio e la voce sono anche posizioni di genere.

Ho rivolto alcune domande a Valeria in occasione di questa mostra, visitabile al Museo Nivola di Orani fino al prossimo 8 marzo, per approfondire la dimensione estetica del suo intervento.

Sara Benaglia: La dimensione personale e mediatica del rapimento di Farouk Kassam sono entrate nella tua vita tramite una prossimità fisica e diretta ed un oltre raccontato da fuori. Quale dimensione ha avuto questa intrusione politica e mediatica nel tuo privato e nel tuo lavoro?

Valeria Cherchi: Ho sempre avuto un ricordo vivido del rapimento di Farouk Kassam. Il fatto che parte del suo orecchio fosse stato mutilato e recapitato alla sua famiglia con lo scopo di ottenere il riscatto più velocemente è stato sicuramente un evento impressionate sia per me che per gran parte dei miei coetanei, all’epoca – come Farouk – bambini, sia in Sardegna che in Italia. I media parlavano tanto del terribile fatto e ricordo che da parte dei miei genitori c’era sia un tentativo di proteggermi dalla crudeltà della notizia ma anche un tentativo di creare solidarietà verso la vittima. Una delle modalità per manifestare supporto alla vittima da parte delle comunità era quella di stendere lenzuola bianche fuori da finestre e balconi delle abitazioni.  Queste due memorie visive fortissime (orecchio e lenzuola) sono sicuramente quelle che hanno fatto scattare l’interesse iniziale verso il tema.
Credo che per ogni persona ci siano dei fatti, specialmente vissuti durante l’infanzia, che rappresentano dei momenti statici della vita. Dei momenti destinati a essere vissuti nello stesso modo in cui sono nati, probabilmente senza essere mai sviscerati e compresi a fondo. Finché poi non accade qualcosa che ci attrae verso di essi, mostrandoceli sotto un’altra luce e permettendoci di analizzarli in larga scala e da una prospettiva più ampia. Per me il rapimento Kassam è stato questo fino a quattro anni fa.

SB: Qual è il ruolo delle donne all’interno di Anatomia del silenzio?

VC: In Anatomia del Silenzio ho voluto dare rilievo agli atti di due figure femminili e madri, identità chiave della storia che racconto. Due donne molto diverse, sia per origini (ma entrambe non sarde) sia per stato sociale e sia (verosimilmente) per ideologie politiche: la madre di Farouk Kassam e la madre di Luisa Manfredi. Luisa era figlia dell’ex-latitante Matteo Boe e rapitore di Kassam, uccisa nel 2003, a soli 14 anni, nel balcone della sua casa in Barbagia. L’omicidio resta ancora irrisolto al giorno d’oggi.
Le due donne, hanno effettuato dei gesti a mio parere clamorosi, sebbene molto diversi, con lo scopo di rompere il silenzio creatosi attorno all’ingiustizia dei reati compiuti contro i figli.
Nel 1992, mentre il figlio era ancora tenuto ostaggio, la madre di Farouk, durante la messa di Pasqua, si rivolge dall’altare alla comunità del comune di Orgosolo (Barbagia), implorando chiunque sapesse di condividere qualsiasi informazione che avesse potuto agevolare il ritrovamento del figlio.
A Natale del 2003, un mese dopo l’omicidio di Luisa, la madre di questa scese nella piazza di Lula (Barbagia) e scrisse con uno spray rosso “Qualcuno di voi ha ucciso Luisa”, una scritta rivolta al consiglio comunale del paese riunito in quel momento a pochi metri di distanza.

Valeria Cherchi, Anatomia del Silenzio, Museo Nivola di Orani

SB: Come affronti nel tuo lavoro le controversie della complessità politica locale di origine?

VC: La difficoltà è stata spesso proprio quella di trovare l’equilibro adeguato tra la complessità politica e il dovere e diritto di raccontare la storia nella maniera per me più corretta. Ho spesso rischiato di andare incontro a censura, o autocensura, per questioni prevalentemente legate al rispetto verso i protagonisti degli eventi. Mi sono fatta guidare da istinto emotivo e buon senso – ovviamente soggettivo – nel rapportarmi con ogni singola persona coinvolta. Una svolta importante arriva poi nel momento di fare delle scelte concrete. Si parla di qualcosa anche se scomoda? In che maniera se ne parla? Si dà priorità al dovere di informazione o alla volontà dei protagonisti delle storie di raccontare i fatti dal loro punto di vista? Per quanto mi è stato possibile ho sempre cercato di fare un lavoro preciso di fact-checking sia per gli accadimenti prettamente giornalistici, di cronaca e politici, sia per i racconti soggettivi. Quando si lavora a una storia dando equa importanza ai due livelli (giornalistico/documentarista e personale/psicologico) non ci sono regole precise da seguire, ma è l’autore che stabilisce i limiti. Nella mia ricerca i due estremi e punti saldi sono stati il rispetto verso ogni persona coinvolta nel progetto e il tentativo di raccontare i fatti in maniera veritiera. Nel mezzo si sono poi sviluppati equilibri politici e interpersonali. Nonostante le mie origini, la conoscenza del territorio e della cultura sarda sono stati, comunque, spesso difficili da gestire. Difficili ma stimolanti.

SB: Come si relazione la dimensione testuale presente in mostra con le tue fotografie? Penso anche alla relazione che hai instaurato con gli studenti delle scuole medie di Orani e al modo in cui questo scambio è entrato a far parte del tuo lavoro.

VC: In Anatomia del Silenzio ho deciso di mostrare come unico contenuto testuale, scritto, l’immagine di archivio della scritta rossa di Lula ‘Qualcuno di voi ha ucciso Luisa.’ Ho rielaborato i miei testi, creando dalla prosa delle brevi poesie legate al tema del silenzio. Il risultato è un brano dal titolo “Respiro”, che i ragazzi delle prime medie di Orani hanno interpretato e che è parte integrante dell’installazione. L’audio vuole avvolgere il contenuto visivo all’interno della sala in maniera compatta ma non chiara, ed è volto a incuriosire più che a fornire delle informazioni didascaliche. Mostrare questo progetto in primis in Sardegna, poi in Barbagia, dove tutta la storia ha avuto inizio e poter creare un dialogo con lo stesso futuro del territorio, attraverso i laboratori con i ragazzi di Orani, su temi importanti come crimini e omertà, è stato sicuramente uno scambio ineguagliabile e una delle soddisfazioni più grandi raggiunte fino ad ora con Some of You Killed Luisa.

SB: Potresti darci alcune anticipazioni sul libro “Some of You Killed Luisa”, a cura di Federica Chiocchetti (Photocaptionist), di cui Anatomia del silenzio pare essere un capitolo di apertura spaziale?

VC: Some of You Killed Luisa è il risultato dei miei quattro anni di ricerca sul campo, di interazione con le comunità locali, di ricerca negli archivi multimediali della RAI Sardegna e negli album fotografici della mia famiglia. Presenta una storia caleidoscopica che mescola foto, video stills, e un account testuale in cui combino informazioni ottenute durante le ricerche, ricordi, osservazioni sociologiche e antropologiche. Il libro verrà pubblicato a maggio 2020 da The Eriskay Connection, casa editrice indipendente olandese che si focalizza sullo storytelling contemporaneo e sull’intersezione tra fotografia, ricerca e scrittura. Vitale è la stretta collaborazione tra me e Federica Chiocchetti, che ha curato il libro e che segue e supporta il progetto dagli albori. Dopo aver scoperto Amore e Piombo: The Photography of Extremes in 1970s Italy, il libro curato da lei e Roger Hargreaves, e le sue competenze in ambito foto-testuale, non ho avuto dubbi che sarebbe stata la persona perfetta per Some of You Killed Luisa. Essenziale è anche il lavoro grafico di Fabian Bremer, con cui ho deciso di collaborare per la sua straordinaria capacità di trattare nello stesso volume diversi tipi di contenuti visivi e testuali, bilanciando perfettamente estetica e funzionalità di lettura. Il libro verrà presentato durante il week-end di Photo London il prossimo maggio.

Valeria Cherchi. Anatomia del Silenzio
A cura di Antonella Camarda e Giangavino Pazzola
Museo Nivola, Orani (Nu), 02.02-08.03.2020

Valeria Cherchi, Anatomia del Silenzio, Museo Nivola di Orani