ex Ospedale Regina Maria Adelaide, Torino

ex Ospedale Regina Maria Adelaide, Torino

Durante l’edizione 2017 di Artissima, a Torino ci saranno diversi eventi legati all’arte contemporanea, che come ogni anno accompagneranno la fiera e proporranno una panoramica vasta e variegata.
Tra questi, dal 2 al 5 novembre 2017 si terrà anche la settima edizione di The Others, la fiera “nomade e indipendente” che coinvolge spazi profit e no profit in una dimensione site specific, senza i soliti standard fieristici, tutta curata da un team curatoriale, promotore del concetto di “nomadismo culturale”.
Per il secondo anno The Others si tiene all’ex Ospedale Regina Maria Adelaide di Torino, di cui quest’anno andrà ad occupare anche il primo piano.
Sono state confermate le sezioni The Others Stage, programma giornaliero dedicato alla performance, The Others Screen, le tre stanze dedicate agli screening di video d’arte, The Others Roundtable, la giornata dedicata al confronto sul tema e le direzioni del “nomadismo culturale”, a cui si aggiunge la nuova sezione Specific.

Di seguito un’intervista con i curatori Bruno Barsanti, Ludovica Capobianco e Greta Scarpa, in cui si parla delle caratteristiche, novità, prospettive di questo progetto.

ATP: Direi di partire dall’inizio. Cos’è The Others e che cosa vuole proporre al pubblico?

Barsanti, Capobianco, Scarpa: The Others è nata a Torino, in uno scenario ben definito composto da autorevoli e prestigiose istituzioni culturali pubbliche e private, un nucleo importante di collezionisti, un gruppo di gallerie e operatori di qualità e una fiera, Artissima, considerata fra le più rilevanti a livello internazionale. The Others si inserisce in questo contesto come manifestazione sinergica e complementare, con la volontà di andare oltre il modello classico delle fiere commerciali e dare visibilità alle diverse realtà che costituiscono il “mondo dell’arte”; in questo senso, fin dai suoi esordi la manifestazione ha coinvolto attivamente non solo gallerie in senso stretto ma anche spazi non profit e collettivi di artisti, ovvero quelle realtà indipendenti che soprattutto negli ultimi anni hanno avuto una crescita notevole, non solo numerica. The Others si pone quindi come una rassegna ibrida, un punto d’incontro fra mercato e innovazione culturale dedicata alle più recenti forme di ricerca e sperimentazione artistica.
Un altro obiettivo è quello di avvicinare, oltre agli specialisti e agli addetti ai lavori, anche un pubblico più giovane, con l’ambizione di creare nuove generazioni di appassionati e fruitori; per questo The Others ha adottato una formula – l’utilizzo di edifici in disuso, l’apertura con orari serali, un’atmosfera vivace e non formale – che la contraddistingue nel panorama dellle fiere italiane dedicate all’arte contemporanea.

ATP: Vi definite una “fiera ‘nomade’ e indipendente”, tanto che una sezione di The Others è The OthersRoundtable: una giornata dedicata al confronto sul tema e le direzioni del “nomadismo culturale”. Di cosa si parlerà in questa occasione e quali sono le tematiche a cui siete più legati e che volete approfondire e rendere chiare?

B.C.S.: Le nette divisioni di compiti, ruoli, funzioni, competenze, specializzazioni sono andate sempre più sfumando negli ultimi anni, sia all’interno che al di fuori del mondo dell’arte; l’epoca attuale è caratterizzata sempre più da una forte ibridazione, non solo fra i diversi linguaggi artistici ma anche fra professioni e vocazioni, esperienze e talenti, pratiche e ruoli in una costante metamorfosi concettuale e progettuale. Questi sono alcuni aspetti del concetto di “nomadismo culturale” che intendiamo evidenziare, nient’altro che una chiave di lettura del mondo attuale. Più che come una sezione vera e propria, Roundtable è stato concepito come un momento di discussione intorno a diverse tematiche. Il primo evento ha avuto luogo l’anno scorso e ha introdotto il tema degli spazi “periferici”, ovvero centri di produzione artistico-culturale che nascono in luoghi lontani e spesso estranei a quello che è il circuito principale dell’arte contemporanea, pur rimanendo a esso connessi grazie alla diffusione delle nuove tecnologie. Un argomento che vorremmo trattare quest’anno riguarda i profondi cambiamenti che le nuove tecnologie hanno portato nell’organizzazione e nella scansione dei tempi e degli spazi in cui viviamo, nonché il progressivo scomparire della linea di confine tra lavoro e tempo libero nell’ambito delle professioni creative. Coerentemente con la vocazione nomade di The Others – che in passato ha abitato un ex carcere e un’ex Borsa Valori e oggi occupa un ex ospedale – un altro tema cruciale è quello della riconversione di luoghi non convenzionali e in disuso all’interno del paradigma dell’industria culturale e del ruolo sempre più strumentale dell’arte in quelle che oggi chiamiamo – non a caso - industrie creative.

ATP: The Others Stage è invece il programma giornaliero dedicato alla performance. Secondo voi, oggi che tantissimi artisti, tra cui i giovani, si dedicano alla performance, quali sono le basi essenziali che questa ricerca deve avere? Cosa cercate nei performer di adesso e cosa vi porta a dedicare una sezione della fiera a questo aspetto dell’arte?

B.C.S.: Parallelamente all’attività espositiva The Others mette a punto un programma di eventi trasversali, un calendario di iniziative che respirano la stessa identità della manifestazione, esplorando diverse forme di contaminazione fra i vari linguaggi artistici contemporanei. Tra questi linguaggi – al di là dei giudizi critici – la performance gode di un’attenzione sempre maggiore, come si evince dall’ultima Biennale di Venezia e dallo Skulptur Projekte di Munster, che quest’anno si è arricchito per la prima volta di un programma di performance. Il nostro desiderio è quello di riuscire a tracciare un quadro, anno per anno, di quelle che sono le espressioni più sperimentali nel panorama internazionale – e le arti performative ne fanno parte. Le performance presenti in fiera saranno in una certa misura il riflesso della ricerca che stiamo portando avanti sulle gallerie e gli spazi indipendenti, in quanto verranno in parte presentate dagli espositori stessi. Oltre a questo, nella prossima edizione avremo degli ospiti d’eccezione, ovvero The Performance Bar, un collettivo di Rotterdam promosso dagli artisti Daniel van den Broeke e Florian Borstlap. The Performance Bar è un oggetto trasformabile che incorpora un bar, un organo musicale, una vasca da bagno e un palco, su cui i performer si esibiranno. In questa occasione TheOtherStage offrirà loro una piattaforma fissa e continuativa per i quattro giorni di apertura della fiera.

ATP: Questa è la vostra settima edizione. Senza essere troppo autocelebrativi, cosa credete che The Others abbia dato allo scenario artistico nazionale e, forse, internazionale? C’è qualcosa in cui vorreste migliorare o che vorreste sviluppare ancora di più? Dei propositi e obiettivi per i prossimi anni?

B.C.S.: Questa è la settima edizione di The Others ma in realtà è la nostra seconda edizione alla direzione artistica, siamo infatti entrati a far parte del comitato curatoriale di The Others con il cambiamento di sede, dalle ex carceri Le Nuove all’ex ospedale Regina Maria Adelaide. Per questo motivo, più che guardare ai risultati passati abbiamo colto questa opportunità come una sfida per il futuro. Riteniamo che The Others, fra le tantissime fiere dedicate all’arte contemporanea che si svolgono nel mondo, abbia caratteristiche di unicità e innovazione: con Liste è stata tra le prime rassegne a utilizzare edifici in disuso e la sola a istituzionalizzare questo percorso con sedi diverse, permettendo inoltre ai visitatori di riappropriarsi di edifici storici che possono essere considerati a pieno titolo patrimonio della città e che diversamente non sarebbero fruibili. Al momento è forse l’unica manifestazione ad aprire in orari serali e a proporre la possibilità di realizzare dei progetti artistici site-specific in dialogo con un’architettura fortemente caratterizzata; una vera sfida rispetto ai white cube degli stand fieristici.
E’ evidente che i margini di miglioramento sono molto ampi; fra i nostri obiettivi primari c’è la costruzione di una rete internazionale di operatori culturali e curatori con una conoscenza approfondita della scena artistica locale, terminali in città chiave e luoghi nevralgici – tanto centrali quanto periferici – in modo da offrire un resoconto più vario e qualitativamente più puntuale della ricerca artistica in Italia, in Europa e nel mondo.

ATP: Concludiamo con le novità di questa settima edizione. La prima è l’ampliamento anche al primo piano dell’ex Ospedale Regina Maria Adelaide. Cosa vi ha spinti ad aggiungere spazio alla vostra manifestazione? Come verrà gestito il luogo?

B.C.S.: La scelta di includere il primo piano nel percorso espositivo è stata piuttosto naturale, quasi inevitabile nel momento in cui ci siamo trovati, con un misto di stupore e inquietudine, a visitare per la prima volta i corridoi e le stanze del piano superiore, fantasticando sugli interventi, le opere e i progetti che quegli spazi avrebbero potuto accogliere. In un certo senso è stato il carattere unico di questo spazio – che ospita il blocco operatorio ed è molto diverso dal piano terra – a spingerci a utilizzarlo. Il primo piano ospiterà sia una parte della Main section che una parte sostanziale della nuova sezione Specific; abbiamo quindi deciso di non tenere separate le due sezioni, ma al contrario di svilupparle e distribuirle sui due piani. Nelle nostre intenzioni questa scelta  renderà più organica e dinamica l’esperienza dei visitatori.

ATP: La seconda novità è la sezione “Specific”: per progetti che dialoghino con le strutture dell’ex ospedale. Di cosa si tratta e perché avete voluto dare attenzione particolare a questo modo di operare?

B.C.S.: Specific è una nuova sezione che nasce da una riflessione sulla natura stessa di The Others, dal suo occupare luoghi fortemente caratterizzati che in un passato recente o lontano hanno avuto un utilizzo ben preciso e la cui storia particolare riecheggia ancora oggi nel momento in cui vengono attraversati. L’apertura del primo piano dell’Ex Ospedale Maria Adelaide ci ha dato la possibilità di scoprire una serie di stanze – quali ex sale operatorie, ambulatori, sale di sterilizzazione, area accettazione, sale d’attesa, aule didattiche, etc.che ancora conservano alcuni macchinari, strumenti e arredi originali legati alla loro precedente funzione (il Maria Adelaide è stato attivo fino ad aprile 2016). Abbiamo visto in questi ambienti che potremmo definire “estremi” un’opportunità di entrare in dialogo con il lato più nascosto dell’Ex Ospedale e di svelare una parte del suo vissuto, affidando agli espositori il compito di trovare la chiave giusta. Nell’ambito di Specific verranno presentati circa 10 interventi e progetti site-specific concepiti appositamente per altrettante stanze individuate dal comitato, o in alternativa progetti già esistenti che risuonano in modo particolarmente significativo all’interno del contesto ospedaliero e in particolare nelle stanze individuate.  

ex Ospedale Regina Maria Adelaide, Torino

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