Racconto di 20,   Milano

Racconto di 20, Milano

Il modo migliore per conoscere un artista è sentire le sue parole, scoprire cosa pensa, capire come ragiona e fa ricerca. Siamo spesso abituati a vedere opere d’arte filtrate dalle parole del critico o del curatore, ma cosa succede quanto è l’artista stesso a presentarcele? Certo, forse si potrebbe dire che non è suo compito parlare pubblicamente del suo lavoro, né darne spiegazioni critiche e interpretative. L’artista di solito sente qualcosa, possibilmente di universale, e cerca di trasmetterlo agli altri, con l’intenzione di mettere alla luce un pensiero, un emozione, un impulso che possano valere per lui e, insieme, per noi. I grandi artisti, poeti, romanzieri, musicisti sanno fare questo. Ma quanto spesso ci capita di avere occasione di sentirli parlare? Non in troppe occasioni… A Milano, da settembre 2014, con cadenza mensile, Concetta Modica e Sophie Usunier hanno creato un evento che offre al pubblico la possibilità di ascoltare le parole dirette di un artista contemporaneo, chiamato a raccontare in venti minuti una loro opera, senza che questa sia presente, tramite associazioni, rimandi, percorsi di vita e di studio… Si tratta di Racconto di 20. Hanno partecipato, tra gli altri,  Stefano Arienti, Sergio Breviario, Liliana Moro,  Emilio Isgrò,  Luca Pancrazzi,  Vedovamazzei,  Remo Salvadori, Elisabetta di Maggio,  Lorenza Boisi, Corrado Levi, Marco Andrea Magni, Samuele Menin, Loredana Longo, Alessia Armeni, …

ATPdiary ha deciso di porre alcune domande alle organizzatrici.

ATP: Dopo quasi due anni che seguite questo progetto, come descrivereste questa esperienza?

Concetta Modica: Io la vedo come un’esperienza di conoscenza che ha a che fare con un racconto che porta con sé, non un apparato teorico, ma la narrazione di un fare che diventa opera e prima di diventare tale era solo pensiero. Se è vero che le opere sono centrali per gli artisti, è anche vero che, come diceva Fontana, non è detto che durino nel tempo, mentre un gesto è eterno. Ecco: secondo me quello che chiediamo agli artisti è il gesto di un racconto, senza renderci conto che in quei venti minuti la narrazione immortala non solo la descrizione di un’opera, ma la vita stessa di chi la racconta. Ci sono anche i casi in cui gli artisti vogliono allontanarsi dal concetto di narrazione e allora ci lasciamo accompagnare davanti al fuoco ascoltando il presente.

Sophie Usunier: Già, 2 anni…come passa il tempo. Sembra ieri quando abbiamo pensato il progetto, una sera di luglio del 2014. Anche dopo due anni, è sempre un’esperienza nuova, sempre molto fresca, spontanea. Ovviamente le serate sono ben orchestrate, c’é un rituale al quale siamo affezionate, e al quale teniamo, delle regole del gioco che danno la struttura, una base al progetto. Nella ricerca degli artisti, dell’abbinamento tra di loro, delle nuove stagioni,   si respira sempre la freschezza del principiante, il non avere paura di riproporsi, di discuterne tra di noi, di rimettersi in discussione, fa crescere, anche essere in ritardo, e confrontarsi con i problemi tecnici dell’ultimo momento. E soprattutto avere sempre la curiosità e la meraviglia di ascoltare nuovi artisti invitati, fantastici tutti nella loro singolarità, la loro ricchezza, la loro generosità e il loro coraggio nel partecipare a queste “regole” che possono apparire ardue qualche volta.

 ATP:  Una “regola” del progetto è che l’artista invitato a parlare non può servirsi d’immagini, documenti, proiezioni… eliminando quindi ogni riferimento all’opera d’arte che viene descritta. Perché questo? Esiste una documentazione di questi “atti di parola”?

C.M.: Atti di parola mi piace: dà il senso rituale che vogliamo dare e sottolinea l’aspetto di parola e non di platea che è il contrario di quello che vogliamo favorire in questi incontri. L’artista non è su un palcoscenico, non esegue una performance, è seduto con un microfono e racconta molto semplicemente, con piglio preciso e diverso per ognuno. Il racconto è un’attesa che la parola si faccia segno, serva da ponte per evocare immagini; durante la narrazione il pubblico ascolta e può prendere appunti grafici, tradurre l’ascolto attraverso segni, e spesso partecipano persone che probabilmente non disegna mai. La parola senza immagini diviene un dispositivo che scatena immaginazioni e quindi disegni con l’attenzione sempre sull’opera. Chiedi perché? C’è uno sforzo che si chiede all’artista che in genere parla dell’opera, in quei 20 minuti deve descrivere una cosa che non è fatta per essere descritta, ma per essere vista; si chiede quindi un salto rispetto a ciò che fa di solito, sia all’artista che a chi guarda che in genere non disegna. Un salto è sempre interessante.

 S.U.: E’ proprio quella “regola” che da senso al progetto. Volevamo avvicinare l’opera e l’artista, e fare in modo che si relazionassero al pubblico diversamente, forse la parola esatta sarebbe entrare in contatto nuovamente, tra il pubblico e l’artista, tra l’artista e il suo lavoro, e tra il pubblico e l’opera. Volevamo ridurre le distanze. Mi piace immaginare l’artista come un focolare. Come nel passato, durante le serate d’inverno si raggruppavano le persone intorno al caminetto, con una bevanda calda tra le mani (un po’ come proponiamo il tè di “Les jardins de Gaia” durante i racconti), per ascoltare una persona raccontare una storia. L’artista detiene in sé l’immagine dell’opera già pensata, la rimette al mondo con le parole. Il pubblico la rende di nuovo visibile diversamente, dalla voce alla mano, dall’oralità al segno. E così: Che il racconto prenda forma,  che il racconto diventi… Abbiamo deciso fin dall’inizio di registrare sotto diverse forme, per avere tracce del passaggio, del gesto, del momento unico, attraverso l’audio del racconto, le foto di Emanuele Biondi e il video. Con le foto aggiorniamo il sito, con l’audio pensiamo di fare un audio libro, il video è la traccia archiviata che vorremmo inserire più in là nell’archivio video di care of.

ATP:  In base a quali criteri, se ve ne sono, scegliete gli artisti? 

C.M./S.U.: Prima di tutto la stima per l’artista, poi l’interesse e la passione per il suo lavoro artistico e in parte per come lo immaginiamo come oratore, poi cerchiamo di mescolare generazioni, generi, e ambiti di ricerca lontani tra loro in modo che il pubblico disegnatore abbia stimoli orali profondamente diversi.

ATP: Come pensate possa evolversi nel futuro questa iniziativa? 

C.M.: RaccontoDi20 è un progetto nato da artisti, rivolto agli artisti e al loro pubblico, è nato con molta freschezza, con tanta energia che deve tornare indietro altrimenti diventa solo stanchezza. Penso debba servire a questo, a dare stimoli; quindi credo che debba mantenere questa freschezza, libertà ed energia, vivere quasi di vita propria, visto che è autofinanziato, senza pretendere troppe attenzioni, con il suo carattere rituale, un po’ nomade e poco istituzionale, altrimenti può anche concludersi o trasformarsi.

S.U.: Speriamo di concretizzare questi incontri sotto forma di un audio libro, dove ci saranno i disegni del pubblico e l’audio dei racconti ad illustrare il progetto.

ATP:  Che progetti avete per i prossimi mesi? 

C.M./S.U.: Continueremo con l’appuntamento del 14 giugno, l’ultimo per questa stagione. Riprenderemo poi in autunno con nuovi racconti.

Per maggiori informazioni:  www.raccontodi20.itraccontodi20@gmail.com.

Liliana Moro,   Racconto Di 20

Liliana Moro, Racconto Di 20

Stefano Arienti,   Racconto Di 20

Stefano Arienti, Racconto Di 20

Racconto di 20

Racconto di 20