Judit Kele, Textile Without Textile, 1979, Ludwig Museum – Museum of Contemporary Art, Budapest
Károly Halász, Pseudo Video II, IV, 1975, collection of Róbert Alföldi, Budapest

Dal 4 ottobre 2019 al 6 gennaio 2020, Palazzo delle Esposizioni ha ospitato la collettiva Tecniche d’evasione. Strategie sovversive e derisione del potere nell’avanguardia ungherese degli anni ’60 e ’70, curata da Giuseppe Garrera e Sebastiano Triulzi insieme a József Készman e Viktória Popovics.
In occasione del programma digitale #IPianiDelPalazzo, il catalogo della mostra è disponibile online e si può scaricare integralmente e gratuitamente. Un’occasione unica per conoscere un pezzo significativo, ma spesso dimenticato, della storia dell’arte contemporanea: l’avanguardia ungherese degli anni ’60 e ’70 del secolo scorso. Il catalogo, articolato in 6 diverse sezioni, racconta non soltanto i lavori degli artisti ma anche le difficoltà che gli stessi hanno dovuto affrontare per poter fare arte.

Operando all’interno del regime totalitario comunista, gli artisti, per affermare la loro libertà, per potersi esprimere e fare arte hanno dovuto rischiare, anche la loro vita, al fine di aggirare un potere oppressivo. Endre Tót, Judit Kele, Sándor Pinczehelyi, Bálint Szombathy, András Baranyay, Tibor Csiky, Katalin Ladik, László Lakner, Dóra Maurer, Gyula Gulyás, Ferenc Ficzek, Tamás St. Auby (Szentjóby), Gábor Bódy, Marcel Odembach, Gyula Pauer, Zsigmond Károlyi, Tibor Hajas, László Beke, István B. Gellér, György Kemény, Kálmán Szijártó, Gábor Attalai, Károly Halász, László Haris, Orsolya Drozdik sono i protagonisti di questa storia, artisti che hanno sovvertito il potere per essere liberi. Il catalogo si presenta come un’indagine sul rapporto tra arte e potere: ogni sezione racconta e offre delle strategie per aggirare il controllo e la censura, per realizzare, anche clandestinamente, un lavoro che diviene espressione urgente di vita. 

Bálint Szombathy, Lenin in Budapest VIII, VI, XII e XI (pagina successiva), 1972, Ludwig Museum – Museum of Contemporary Art, Budapest
Tibor Hajas, Flesh Painting No. 1, 1978, Ludwig Museum – Museum of Contemporary Art, Budapest
Tibor Hajas, Self Fashion Show, video, 1976, Ludwig Museum – Museum of Contemporary Art, Budapest – VIDEO

Ogni capitolo del catalogo riflette l’esigenza di non sottomettersi a nessuna forma di controllo o di potere, nemmeno quello dell’arte: per poter essere artisti, bisogna essere liberi. Ecco allora che la prima sezione è dedicata al ritratto: chi è o chi dovrebbe essere l’artista? “In un sistema di potere, per un artista, la più frequente strategia di libertà è l’idiozia, cioè essere scimunito, idiota, inconsapevole. Puoi dire tutto ciò che vuoi e non essere ascoltato, perché il potere è sempre disarmato di fronte allo scemo del villaggio”. L’artista che non viene ascoltato e preso in considerazione dal potere è colui che è libero di dire ciò che vuole, ma al contempo è invisibile, è un fantasma. Non solo è uno spettro ma agisce come un’ombra, nella notte: imbrattando i muri, clandestinamente, esprime la propria voce. Oppure mandando una lettera, servendosi della posta; o ancora marciando, protestando, facendo dei gesti, delle azioni, dei manifesti. Le sezioni Gradi di libertà e Mail Art indagano queste tecniche sovversive, artistiche e politiche al tempo stesso. La sua identità, come artista ed essere umano, è compromessa, muta a causa della clandestinità, della necessità di evadere, di essere al contempo buffone e critico: ecco allora che l’artista vive nella psicosi, sempre in guerra e in condizioni di estremo disagio. Queste tre sezioni – Psicosi del potere, Invito alla guerriglia e Disagio dell’arte – analizzano i lavori degli artisti ungheresi come specchio della condizione di tutti i cittadini ungheresi, e di qualsiasi essere umano costretto a vivere in un regime, privo di libertà, costantemente osservato, spiato, manipolato così come avviene per la realtà che lo circonda. 

“L’arte riproduce semplicemente la realtà, senza proporre o possedere alcun apparente messaggio dissidente, ma in verità i simboli del reale prescelti, quei segnali di pericolo in cui tutta la realtà viene interpretata svelando una nevrosi o un sentimento di prigionia, sono capaci segretamente di illustrare uno stato d’animo e una condizione di assoluto disagio politico.” 

Per approfondire ed esplorare quest’arte sommersa, clandestina, realizzata nelle cantine o nelle cucine di una casa qualunque, non vi resta che scaricare il catalogo Tecniche d’evasione dal sito di Palazzo delle Esposizioni e leggerlo tutto d’un fiato. 

Katalin Ladik, Poemin, 1978, Ludwig Museum – Museum of Contemporary Art, Budapest
Endre Tót, Mail Art, 1970, collezione Garrera, Roma
Kálmán Szijártó, Art I, 1973, collection of Szluka Balázs, Budapest
Endre Tót, Zer0 demo, cartolina autografata, 2 maggio 2013, collezione Garrera, Roma
Tibor Hajas, Image Whipping I. Magnesium, particolari, 1978, Ludwig Museum – Museum of Contemporary Art, Budapest
Katalin Ladik, Shamam Poem VI, 1970, collezione dell’artista
Sándor Pinczehleyi, The Cobblestone is the Weapon of the Proletariat, 1974-1988, Ludwig Museum – Museum of Contemporary Art, Budapest