Salvatore Santoro, Un pescatore subacqueo. 2010
Salvatore Santoro, Saluti da PINETAMARE (2012)

Mauro Zanchi: Il tuo libro Saluti da PINETAMARE testimonia in modo eloquente quello che vorrei prendere in esame per introdurre una serie di riflessioni sul nostro paesaggio attuale, guardando soprattutto il degrado e il devasto che è stato lasciato sulle terre italiche dal dopoguerra a oggi. Cosa significa per te essere “cronista” del cambiamento (in negativo) che ha subìto la tua terra?

Salvatore Santoro: Inizio col dire: finalmente! Questa indagine è necessaria e l’intento di inserire un tuo elemento critico generale, che si pone al di sopra come un collettore delle singole opere, è proprio quello che serve per trasferire il significato e il potenziale dei singoli lavori territoriali in uno scenario più ampio e, direi, di farne dibattito sociale e politico.
Aggiungo che, però, far parte di questa indagine con il ruolo di cronista del cambiamento mi mette un po’ di agitazione. Con riferimento a Saluti da PINETAMARE, il lavoro quotidiano è stato effettivamente molto vicino a quello di un cronista. Ero lì durante gli eventi casuali e quelli programmati con tutte le dinamiche del fotografare uno scenario senza averne il controllo, anzi direi fuori controllo.
Essere cronisti consapevoli di un cambiamento significa prima di tutto aver identificato di che cambiamento si tratta, dove e come sta avvenendo, quali sono i fattori che lo identificano. Certamente bisogna essere lì dove e quando accadono i fatti e riportarli in maniera diffusamente comprensibile. Anche l’integrazione con la ricerca in archivio può produrre materiale utile.
Quando alla cronaca si riesce ad imporre un’ulteriore livello di lettura autoriale, uno strato autonomo di riflessione, l’elemento critico, si possono avere lavori con spunti di riflessione interessanti e soprattutto duraturi nel tempo.

Mauro Zanchi: Le fotografie e il tuo libro sono nati da un momento di rottura, quando hai realizzato che il “posto delle vacanze” è divenuto “il posto in cui per poco non ci rimani secco”. Nel 1989 eri con amici a Castel Volturno, e appena uscito da un bar, dopo poco, hai sentito la sgommata di un’auto e poi qualcuno che sparava con un kalashnikov verso alcune persone.  Hai realizzato la serie fotografica tra il 2009 e il 2011, quindi un ventennio dopo la notte della sparatoria. Hai rimuginato per due decenni sull’accaduto, continuando a guardare cosa accadeva nel corso del tempo dentro il paesaggio della tua infanzia. Come cambia lo sguardo sul mondo quando accade qualcosa che causa uno shock?

Salvatore Santoro: Ai tempi della sparatoria avevo quindici anni, un’età in cui lo sguardo sul mondo cambia di continuo, inoltre quel territorio produceva quotidianamente eventi drastici che portavano a riconsiderare il mondo che ci circondava. Si cresceva in fretta. La sparatoria di per sé era finita nella memoria, in mezzo ad altri eventi seppur meno gravi: era qualcosa da ricordare tra amici. La vera consapevolezza che quell’evento era stato significante non solo per me ma per un intero territorio e la sua popolazione è arrivata dopo. Nella cronaca locale quella sparatoria al bar non era stata molto rilevante, non c’era stato nessun morto importante ed era un periodo in cui si sparava molto: era normale. Vivevamo gli anni della riorganizzazione della camorra-napoletana e della sempre più potente mafia-casalese. Le vittime erano centinaia ogni anno, circa mille nel triennio più violento, e l’elenco comprende giornalisti, politici, professionisti e quelli che erano lì per caso.
Stava nascendo il business organizzato dei rifiuti: proprio nel 1989 c’era stato il patto di Villaricca dove le organizzazioni criminali avevano deciso le sorti del territorio locale e nazionale. Venivamo dal grande terremoto del 1982 in Irpinia e dai successivi bradisismi di Pozzuoli: case pericolanti e crollate, molti sfollati e criminalità con ruspa e cemento ovunque. A questo scenario si sono sommati i grandi esodi dovuti alla dissoluzione del blocco comunista dell’Est e successivamente all’apertura della rotta migratoria africana: quel territorio era diventato ospitale per moltissimi esseri umani. Questo per dire che lo shock della sparatoria è stato una tessera di un mosaico organico molto più ampio che la distanza e il tempo hanno reso chiaramente visibile e fotografabile. In che modo sia cambiato lo sguardo non saprei, mi sono posto il problema quando ero già consapevole degli avvenimenti e non ho riferimenti antecedenti. I canoni visivi dell’adolescenza erano quelli delle vacanze estive: sole, mare, amici. Ma che fossimo in una area con alto tasso di criminalità lo sapevamo tutti. So che quando ho deciso di fotografare la Domitiana mi sono dato una distanza di osservazione inclusiva e un punto di vista critico: non cercavo i colpevoli ma forse le prove, le condizioni in cui tutto era avvenuto e continuava ad avvenire. Questa distanza mi ha permesso di avere relazioni con tutti e di evitare la facile spettacolarizzazione di sangue, siringhe, armi e cadaveri. Forse sì, lo sguardo era ed è nauseato dallo show della miseria, dallo spettacolo del crimine.

Mauro Zanchi: Dentro al volume ci sono degli inserti in formato più piccolo, una sorta di timeline che corre parallela a quella del libro e mostrano immagini scansionate da vecchi album fotografici, testimonianze di un tempo passato, all’epoca della Pinetamare delle vacanze. Come agiscono concettualmente questi due registri nel libro? 

Salvatore Santoro: Giusto, questi inserti più piccoli sono intesi effettivamente come una timeline secondaria composta da foto ricordo di famiglia e di amici: cartoline e memorie estivi. Il loro ruolo principale è quello di dare un riferimento. Servono per quantificare il cambiamento, per avere il metro del disastro. Qui crolla il detto “ogni mondo è paese”: nulla di più errato. Le vicissitudini di questo territorio insegnano piuttosto che ogni paese è un mondo. Nulla si può accomunare alla sequenza di decisioni e di eventi casuali che hanno portato questo pezzo di costa italiana dal punto A delle cartoline al punto B delle pagine del libro, non c’è altro paese che faccia parte di questo mondo.
Tecnicamente gli inserti poggiano su paesaggi e scenografie che gli fanno da sfondo e che spero siano utili a prendere un po’ di fiato nella spavalderia quasi arrogante di un libro senza bianco. Il gesto dello sfogliare gli inserti genera di volta in volta una nuova immagine composta dal lettore stesso.
Ho visto i tuoi recenti lavori di ricerca sulla metafotografia e non so -ma non credo- se questa è una delega al metafotografare: questa potrebbe essere una mia domanda a te.
In fondo, però, è affrontato come un amarcord a tratti ironico, a tratti tragico: nella costruzione della sequenza abbiamo provato a mantenere sempre una leggerezza calviniana, che desse un po’ di ossigeno ad un percorso serrato altrimenti opprimente.

Salvatore Santoro, Spiaggia a Pinetamare. 2009
Salvatore Santoro, Memorie degli anni ’80. 2011
Salvatore Santoro, Vista aerea Grand Hotel Pinetamare. 2011

Mauro Zanchi: Il ciclo di immagini di Saluti da Pinetamare in apparenza sembra richiamare la forma del fotoreportage per testimoniare una realtà sospesa tra attualità e memoria personale. Ma c’è qualcos’altro dentro, forse una filigrana non dichiarata, che si scorge solo guardando in controluce. C’è qualcos’altro, che va oltre la poetica dell’album di famiglia o della collezione di cartoline di un mondo che non esiste più. Tra le righe si può scorgere anche come osservi il processo che ti ha portato a realizzare le fotografie e il libro. Come hai osservato te stesso mentre fotografavi La Domitiana, ciò che accadeva sulla lunga strada che corre attraverso diversi comuni e frazioni delle province di Napoli e Caserta, entro una sequenza ininterrotta di abusivismo edilizio, inquinamento, cementificazione e criminalità? Cosa c’è di metafotografico (intendo come approccio più concettuale rispetto a quello che vedevi accadere in quei luoghi) nella tua ricerca?

Salvatore Santoro:  La parte della ripresa, durata oltre tre anni con mesi e mesi di ininterrotto lavoro quotidiano, è stata un po’ assimilabile ad un viaggio con quella “specie di ebbrezza e di oblio di sé stesso” per dirla con Goethe. In linea di massima quell’ebbrezza mi portava ad essere istintivo, anche se inizialmente avevo momenti di lucidità compositiva con l’intento di produrre del reportage commerciale, vendibile ai magazine. Gradualmente ho compreso il disinteresse generale e l’invendibilità di quelle immagini e mi sono liberato di quegli ultimi canoni. Avevo appena finito una masterclass con Alex Majoli. Gli feci vedere una prima parte di fotografie. La reazione di Alex la ricordo ancora: “Sasà qua viene fuori un bel libro, non ti distrarre per vendere ai giornali. Prenditi il tempo che serve e lavora al libro”. Ormai ero dentro un lavoro più ampio e più grande di me a cui dovevo dedicare il tempo necessario e la conferma di Majoli fu molto importante. Non cercai più fotografie vendibili o stimoli visivi dai canoni commerciali: cercavo le situazioni interessanti, innumerevoli e diverse situazioni in cui immergermi, cercavo relazioni, documenti, informazioni.
Vorrei dire che, dopo attenta e profonda analisi, scientemente cambiai approccio nella composizione, nel cercare le luci, nell’includere o escludere elementi in maniera consapevole, ma non è così. Accadde qualcosa in questa direzione ma non in maniera del tutto consapevole e immediata. Avevo la consapevolezza di me stesso inserito in un contesto per costruire una narrazione visiva, ero consapevole che sovrapponevo le distanze visive e quelle umane, ero consapevole che sovrapponevo numerosi argomenti senza per questo assimilarne e travasarne i significati. Diciamo che avevo acquisito consapevolezza nel controllo del risultato ma il processo era, ed è, quasi un automatismo fisiologico.
Pensando diversamente, senza canoni commerciabili, usai la tecnica diversamente.
Forse, come si raccomanda in musica, avevo imparato e poi dimenticato la tecnica per usare in libertà lo strumento, assecondandomi. E qui mi allaccio alla domanda sulla metafotografia.
Di metafotografico, inteso come scarto -più o meno controllato- nel ruolo del processo fotografico, nel mio lavoro non c’è niente, se non a mia insaputa. Forse il metalinguaggio è nella responsabilità autoriale nei confronti del processo divulgativo di trascrivere il reale. A questo punto e in questo caso specifico mi viene da dare più peso all’approccio mentale metafisico piuttosto che al processo metafotografico: in pratica cercavo di prendere elementi di quel reale e portarli verso l’universale in una mia concezione di racconto visivo. Cercavo. Con un po’ di presunzione, ambizione, filosofia e le solite scarpe comode.

Mauro Zanchi: Come hai lavorato col fattore rischio?

Salvatore Santoro:  Il rischio in generale non è altissimo se senti la puzza dei guai da lontano e previeni le situazioni spiacevoli. In fondo non è una zona di conflitto bellico e ai tempi non c’era una faida tra clan in corso. Diciamo che se proprio non te le vai a cercare puoi stare abbastanza tranquillo.
Poi ci sono i rischi specifici per attività specifiche come la vicenda del depuratore o il voler entrare gratis all’interno dell’hotel Boomerang, hotel incendiato e abbandonato, che era sede di spaccio e ostello degli invisibili: questo comporta dei rischi, ma diciamo che è stato quasi sempre tutto sotto controllo. Non ho mai scattato foto con la macchina fotografica nascosta, ma a volte ho scattato scappando… certo.
A chiunque mi chiedesse informazioni ho sempre detto che stavo facendo un libro. Ho sempre rispettato le persone fotografate, anche i ladri che bruciano la guaina dei cavi di rame appena rubati: ero di fronte a loro a fotografare la scena mentre gli dicevo che non va bene fare quelle cose. A questo ci si arriva col tempo. Il rischio si riduce se i cattivi percepiscono che ci si può fidare, ma per la fiducia serve investire tempo e non commettere errori. Da qui nasce il ruolo del fixer, perchè è ovvio che se hai pochi giorni per fare un lavoro, giri da solo, ti sentono parlare con un accento forestiero e fotografi due ladri in piena attività il rischio di tornare a casa senza macchina fotografica è alto.
Poi ci sono i rischi casuali: trovarsi nel posto sbagliato nel momento sbagliato. Arrivare mentre incendiano dei rifiuti o sversano liquami, o ancora durante un incontro malavitoso o uno spostamento di latitanti: normalmente le zone di lavoro sono controllate e si viene fermati prima di arrivare nel punto dove sta accadendo il fatto. Un’auto davanti e una dietro ti fanno capire molto chiaramente che non è il momento giusto per passare da quelle parti.

Mauro Zanchi: Cosa è accaduto al tuo paesaggio della memoria e alla tua terra? Cosa hanno portato nel tuo immaginario le azioni della camorra e della mafia nigeriana, l’inquinamento, l’abusivismo edilizio?

Salvatore Santoro:  Le vicende che spesso racconto come episodi talvolta anche ironici hanno origini molto più complesse di quello che appaiono e mi è difficile essere sintetico rispettando la gravità degli eventi. Ci provo e parto da un presupposto: il paesaggio di per sé è percepito come un bene a disposizione dell’uomo, è un assunto biblico, direi che fa parte della catechesi occidentale. Questo mette l’ambiente, dove il paesaggio si sviluppa, in condizione di assoggettamento agli interessi dell’uomo. Gli interessi dell’uomo li riassumo in un concetto: il profitto senza futuro.
Ora il punto è: come trarre profitto da quel paesaggio? Cosa so fare io uomo per trarre profitto da terra, sabbia e mare? Nella Campania Felix, la fertile piana che dalla provincia di Caserta porta verso il Lazio, c’erano pascoli e rigogliosa agricoltura, ma la risposta al profitto negli anni ‘70 è stata: costruisco case. Più case costruisco e più profitto genero e se vado avanti a costruire anche abusivamente, il profitto si moltiplica. Poi, negli anni ‘80, c’è stato un terremoto i cui finanziamenti per la ricostruzione sono serviti per far nascere un’alleanza tuttora molto solida tra alcuni politici e la criminalità. La ricostruzione negli anni ‘90 fa scoprire che i rifiuti una volta (non)smaltiti si trasformano in oro. In parallelo la dissoluzione dell’est porta manodopera sottopagata e senza diritti. L’apertura della rotta migratoria africana fa scoprire che non era ancora stato toccato il fondo nello sfruttamento del lavoro: a questi disperati si possono negare ulteriori diritti e pagarli ancora meno. La disoccupazione è altissima. La criminalità trova accordi sul territorio e così la rotta africana si trasforma in mafia nigeriana, nata a Castelvolrurno non in Nigeria: lo stomaco e l’intestino di tanti africani è usato come contenitore di droga da consegnare ai tanti affamati nasi bianchi. La mafia casalese e quella nigeriana convivono e producono profitto. C’è un mercato per tutto: lavoratori, prostituzione, droga, armi, rifiuti tossici, ricettazione di refurtiva…
A questo punto mi verrebbe da dire che le azioni criminali hanno portato tanto profitto sul territorio. Al netto del mancato rispetto normativo hanno oggettivamente prodotto valanghe di miliardi. Sono però miliardi invisibili. Guardandomi intorno vedo tanta miseria, enormi danni sociali, bassa scolarizzazione, tanta disoccupazione, disastri ambientali insanabili, tanti morti riversi a terra e tanta rassegnazione in chi credeva nello Stato per poi scoprire che anche la caserma era abusiva da trent’anni.
È il solito e universale mercato, il bisogno di profitto che esporta violenza e importa disperazione: questo accade su scala globale, in maniera ufficiale.
Quanto materiale refluo lasceremo a chi verrà?

Salvatore Santoro, Di rientro dall’allenamento in spiaggia. 2009
Salvatore Santoro, Uno dei tanti incendi di rifiuti abbandonati. 2011

Mauro Zanchi: Mi interessa sapere qualcosa di più sul tuo approccio con la realtà. Come mai hai scelto il medium fotografico per questa tua ricognizione? Perché proprio l’utilizzo della macchina fotografica e non il linguaggio verbale o filmico per rimeditare su quello che hai visto e vedi?

Salvatore Santoro:  Non ho una risposta pronta e meditata. In realtà non so bene perché faccio il fotografo: mi piace molto e mi faccio bastare questo. Mi viene da dirti che probabilmente è una questione di strumento: la macchina fotografica 35mm, e a maggior ragione le compatte digitali, sono attrezzi comodi, non invasivi, di veloce utilizzo. Hanno un grosso potenziale tecnico e non diventano ostacolo, non si impongono su quello che voglio fare: in pratica riesco a mantenere neutra la mia distanza col mondo, che dà origine alla relazione visiva vista poi nelle fotografie.
Non sarei mai riuscito a fare questo lavoro con una folding 4×5 o una medio formato. Tantomeno con una fotocamera da cellulare, una webcam, una videocamera di sicurezza o usando le foto di Google Maps. Tutte oggettivamente fotocamere, sono tutti strumenti atti a produrre immagini, ma nessuno in grado di darmi quella mia modalità di relazione col reale. Questo pare confermare quello che pensavo poco fa: la metafotografia non è intenzionalmente inclusa in Saluti da Pinetamare.
Si, credo che la fotocamera 35mm, anche quella compatta, sia stata il mio strumento che non invade i movimenti e al tempo stesso ha una struttura tecnicamente fotografica che consente la scelta dell’ottica, della messa a fuoco e un intervento manuale nell’esposizione.
Anche le riprese video le faccio con la stessa modalità: macchina snella e agile.
Ho considerato più volte l’uso delle immagini in movimento, non entrando troppo nel merito del come: semplicemente lo percepisco come uno strumento che mi rallenta. Ho girato qualche breve video, da cui ho ricavato il trailer del libro, una sorta di passeggiata leggera sul lungomare. Mi sono fermato a quello. Anche per il secondo libro, Verbrannte Erde (Akina Books) ho girato un breve trailer con una sorta di sonorizzazione. Pochi minuti, non vado oltre per ora.
Riguardo la scrittura verbale semplicemente non mi sento in grado di sviluppare una storia di documentazione del genere che stia in piedi da sola. Una specie di romanzo di cronaca, no, non saprei da dove iniziare.
Mi interessa molto far interagire immagini e audio, sia musica vera e propria che sonorizzazione con noise e riprese ambientali. Sto lavorando, ormai da anni, su un contenitore-progetto che affronta gli albori della rotta nord-sud del traffico illegale di rifiuti: in questo caso sono partito da una cellula embrionale di fotografie per poi passare a scrivere musica, per ora ho due parti musicali -sono bozze pubbliche- che dovrebbero far parte in qualche modo di Limoni, il titolo del lavoro in corso. In questo caso sto fotografando e scrivendo musica. Ho girato brevi video ma non ho ancora ben chiaro cosa farne di tutto questo. Ho ancora da lavorare, conto di finire appena passerà l’emergenza e toglieranno i vincoli di spostamento. Certamente non ho il dono della sintesi poetica, ho bisogno di uno spazio narrativo più ampio, seppur non troppo didascalico. 

Mauro Zanchi: Quali contaminazioni porti dentro la tua ricerca?

Salvatore Santoro:  Credo di essere influenzato visivamente dal reportage documentaristico tradizionale, l’architettura come critica sociale, dalla narrativa russa, dalla filosofia tedesca del ‘900, dalla visione greca della mortalità umana. Non amo lo splatter ed evito l’overdose di ritratti. Ricordo una raccomandazione di Corinne Noordenbos: “don’t overestimate the portrait”, era docente con Fiorenza Pinna in un corso che frequentavo sullo sviluppo editoriale di un lavoro fotografico.
Mi piace l’approccio di Glenn Gould che dal basso del suo sgabello quasi venera lo strumento, anche se lo percuote con forza. Allo stesso tempo Hendrix che prende uno strumento nato qualche anno prima e lo trasforma in altro, nella sua voce. Lewis Baltz e Pino Musi osservano il mondo con una cura estrema e con alto senso critico. Dostoevsky ha tirato fuori un mondo intero dal un piccolo e angusto sottosuolo. Ricordo la prima volta che vidi una mostra di Daido Moriyama: dovetti tornare più volte. Vidi la reale distanza tra il libro e la parete, non ne compresi subito la portata.
Salvatore D’elia, un grande professore di storia e letteratura latina ripeteva spesso: “serve il contesto generale per capire sennò perdete ‘o tiempo”. Eduardo de Filippo e i fantasmi che siamo diventati nella società che chiede ambiguità e prestazione.
Non vorrei fare il citazionista sconclusionato, uso questi brevi lacerti di ricordi come dei post-it mentali che fanno da sintetico riferimento a concetti più ampi. Penso a questi e ad altri osservatori e ricercatori del mondo: in fondo tutti generano un immaginario trasferibile.
Una contaminazione, di concetto, è quella della visione del tempo, dell’umana finitezza e del nostro essere legame tra passato e futuro. Ognuno di noi è suo malgrado erede e lascerà eredità. Sto lavorando ad un progetto in merito, si intitola Amalia. Amalia era una persona tranquilla e silenziosa che viveva in una altrettanto tranquilla e silenziosa cittadina del Bolognese. Aveva un gatto, dipingeva, fumava. Quando è morta nessuno si è interessato a lei. Ha lasciato molti accendini, una rubrica vuota, alcuni mazzi di carte dei Tarocchi, alcuni quadri. Era semplicemente sola.
Le tracce incustodite di una esistenza senza eredi, se non sono di pubblico dominio, si risolvono in pochi oggetti di uso comune che sembrano privi di significato e non rappresentativi.
L’annullamento del tempo, da una parte genera il mito dell’eterno e dall’altro fa vivere l’attimo come risolutivo di sé stesso. Questo incide sulla nostra percezione di libertà e sul senso di responsabilità.
Però non sono sicuro di aver risposto alla tua domanda.

Mauro Zanchi: Quale metafora hai letto nella scultura di Cristo, che con le sue braccia aperte verso il cielo svetta tra scatoloni abbandonati e pilastri sequestrati, abbandonata ai margini della strada, tra i riverberi dell’asfalto, in una terra dove tutto aggredisce, mentre sullo sfondo appare l’imponenza dei palazzi dell’abusivismo edilizio?

Salvatore Santoro:  Nell’immediato ho visto una sorta di rassegnazione, l’attimo prima di mettersi le mani nei capelli, fermo a braccia aperte che guarda il cielo. Solo che a guardare il cielo, rassegnato, non è uno qualunque. Da lui si aspettano le soluzioni, non la rassegnazione. Forse questa immagine è un po’ una sintesi di quella che intendo per leggerezza: inizialmente un po’ ironica contiene una grande quantità dei drammi contemporanei. Cementificazione estrema, gestione rifiuti inadeguata, incuria dell’ambiente e immobilismo decisionale. Mi pare fosse Nietzsche che sosteneva che ogni verità va raccontata accompagnandola almeno da una risata altrimenti non è vera. In questa immagine c’è anche quel fatalismo che sto sviluppando in Limoni: il fatalismo che porta ad attendere le soluzioni dall’alto. Lo vedo come l’aspetto più pericoloso di quella speranza imposta che Monicelli definiva come una trappola. La speranza è una brutta parola, diceva.

Mauro Zanchi: Rémi Coignet, uno tra i più importanti critici contemporanei per quanto riguarda la fotografia, su Le Monde ha scritto una recensione molto entusiastica sul tuo lavoro, definendo Saluti da PINETAMARE uno degli esempi più riusciti del fotogiornalismo moderno. A distanza di un decennio cosa hai portato dentro il tuo sguardo e il tuo approccio con la realtà?

Salvatore Santoro:  Prima un aneddoto su Rémi Coignet. Il libro era nella top ten del Dummy Award e quindi era stato selezionato per la mostra da LeBal a Parigi durante il Paris Photo. Con MiCamera, che ringrazio moltissimo, organizzammo un book signing al loro punto vendita del festival parigino. Leggevo i testi di Rémi su Le Monde ma non l’avevo mai visto personalmente. Per farla breve: arriva, prende un libro, piacere Rémi, e subito inizia a farmi tante domande, parliamo quasi una mezz’ora. Io felice di tanto interesse ovviamente non l’avevo collegato a quel Rémi… Lui felice della chiacchierata, prima di andare via mi lascia il suo biglietto da visita. L’istante in cui realizzo che era quel Rémi lo fa sorridere, mentre io per un qualche corto circuito cerebrale avevo iniziato a parlargli in italiano.
Quando lessi la sua recensione rimasi incredulo: gli scrissi, lo ringraziai e gli chiesi conferma che non ci fosse un errore, un refuso nel nome, uno scambio di persona.

Saluti da PINETAMARE credo mi abbia lasciato dentro quel tipo di approccio più legato ai concetti filosofici che ad influenze visive. Probabilmente il mio approccio con la realtà passa attraverso queste colonne portanti prima di diventare in qualche forma visivo.
Considerato che siamo in continua evoluzione, di sicuro anche dopo questa intervista avrò riconsiderato alcuni aspetti di quel lavoro e aggiunto piccoli pezzetti che porterò con me nei prossimi lavori. Quello che sto facendo con i due lavori in corso Limoni e Amalia, è un lavoro lento, di costruzione dell’archivio. Tendo a non pensare alla forma finale finché non ho compreso quali e quanti ingredienti ho a disposizione.
Durante una commissione per M il magazine di Le Monde, un breve incarico per un reportage a Casal di Principe, ho percepito -quasi col timore dell’automatismo- di aver interiorizzato il modo di muovermi, di vedere tutto ad una distanza mia. Spesso tendo a sovrapporre -forse ingenuamente- il concetto di reale con quello di verità fotografica: in fondo credo sia perché non mi interessa mentire con le mie fotografie. Non cerco l’elemento menzognero, la messa in scena, né in direzione astratta né in direzione di realtà distorta. Il senso generale del mio lavoro lo sento molto legato al reale-vero pur apprezzando molto le ricerche di Fontcuberta, giusto per fare un esempio molto classico, è una direzione che non mi interessa percorrere. Almeno per ora.
Anche per questo motivo genero nuove fotografie e non riutilizzo mie o altrui fotografie, anzi, guardando Pinetamare ho fotografato e contestualizzato anche le found photos d’archivio. E poi, si, lo dico onestamente: mi annoia la ricerca in archivio, ancor di più se digitale in cui una intelligenza matematica guida, limita, indirizza la mia ricerca e ne ordina i risultati secondo numerici criteri. Mi annoia anche fare screenshot.

Salvatore Santoro, Paratie contro le onde invernali. 2009
Salvatore Santoro, Comunità battista durante una funzione religiosa. 2009
Salvatore Santoro, Ischia vista dalla spiaggia tra Pinetamare e Ischitella. 2009
Salvatore Santoro, Saluti da PINETAMARE (2012)