• Allestimento Derive, Sala 4, foto Andrea Luporini
  • Mirko Baricchi, Humus #19, 2015, tecnica mista su cartoncino, cm 150x300, courtesy Cardelli & Fontana, foto Dario Lasagni.
  • Mirko Baricchi, Pangea #19, 2017, tecnica mista su tela, cm 60x50, courtesy Cardelli & Fontana.
  • Allestimento Derive, Sala 3, foto Andrea Luporini
  • Mirko Baricchi, Pangea #14, 2017, tecnica mista su tela, cm 40x30, courtesy Cardelli & Fontana.

Alla CAMec di La Spezia fino al 18 giungo sarà in corso la mostra personale dell’artista spezzino Mirko Baricchi (1970), a cura da Daniele Capra. Ci sono trenta tra opere su carta e su tela, che tracciano l’attività di Baricchi negli ultimi dieci anni. Oltre a queste anche lavori nuovi.
Di seguito le parole del curatore: “La mostra racconta il lento e progressivo sviluppo di una pratica artistica che ha visto abbandonare gli stilemi iconici a favore di una pittura fluida, contraddistinta da una grande attenzione rivolta alla processualità esecutiva. La ricerca di Baricchi si è infatti evoluta, rispetto alla figurazione ondivaga e appena accennata degli esordi, verso una pittura libera e a tratti anarchica, caratterizzata dalla presenza di elementi reiterati, da campiture cangianti e minime aree piatte di colore. L’interesse dell’artista si è così spostato dal soggetto rappresentato nell’opera alla pittura in sé come linguaggio, alla ricerca di una superficie autosufficiente, in cui le tensioni visive siano bilanciate dall’equilibrio delle parti in campo”.

ATPdiary ha fatto alcune domande all’artista.

ATP: In mostra vengono esposte opere su tela e su carta. Quanto incide la scelta del supporto nella realizzazione dei tuoi lavori? Ha un particolare significato l’utilizzo di un certo materiale?

Mirko Baricchi: La scelta del materiale sul quale lavorerò ha giocato un ruolo fondamentale per la realizzazione dell’opera, questa consapevolezza è maturata nel corso egli anni e dopo molto lavoro sul “campo”.
Consapevole sopratutto del fatto che a seconda della “storia” che si vuole raccontare è necessario un supporto adatto, per storia intendo evidentemente non solo quella legata alla narrativa ma intesa come modalità funzionale e efficace ad uno scopo pittorico. Le grandi carte che sono esposte al CAMEC nate sotto il nome/titolo di HUMUS, per esempio, sono frutto di una considerazione se vuoi romantica fatta rispetto all’effetto degli agenti atmosferici sui materiali esposti alle intemperie, sole, gelo ecc.
La carta è il supporto che più’ di tutti mi ha permesso di essere testimone di questa se vuoi entropia coatta, coatta perché ho lasciato i grandi fogli all’aperto per due settimane e alla fine di questo processo ho riconosciuto il fondo /supporto adatto per ciò che avevo intenzione di dipingere, cioè una sorta di inventario paesaggistico quasi primordiale.
Sulla tela non mi sarebbe stato possibile, la tela resiste, non traspare, non si macera, quindi mi avrebbe tenuto lontano dall’atmosfera che volevo.
Per lo stesso motivo funzionale/tecnico uso la tela ma per scopi diversi, la serie che conclude la mostra ,la quarta stanza per intenderci, dal titolo PANGEA, è stata prodotta interamente su tela, avevo bisogno di un supporto molto teso e da preparare in maniera che risultasse quasi una lamina di metallo, liscia, sul quale un pennello bagnato(per tutta l’esecuzione)potesse scivolare senza attrito. Quindi in definitiva il supporto incide molto, ma è sempre una scelta razionale, tanto quanto l’uso di un materiale o di un colora o di un formato.

ATP: Presenti opere prodotte in dieci anni di attività. Come vedi questo percorso? È cambiato qualcosa in particolare nei tuoi lavori o si mantengono costanti su una certa linea di ricerca?

MB: Presento 10 anni di lavoro, o meglio, presento una piccolissima parte di dieci anni di pittura, frutto di una “faticosa” selezione, che ha prodotto piccole e grandi vittime, ma era una concessione inevitabile.
Io mi sveglio ogni mattina riconoscendomi a stento allo specchio, la persona che ho salutato prima di addormentarmi risulta sempre diversa ,ma contemporaneamente c’è come un filo conduttore che collega Mirko di oggi a quello di venti anni or sono, la necessità del fare: parlo di necessità perché nel mio caso fare pittura è una vera e propria salvazione, senza non starei un granché bene(sia inteso). Ecco di conseguenza la mia ricerca varia e quella di domani non potrà’ essere uguale a quella odierna ma il motivo e l’impulso temo rimarranno gli stessi, ricerca di equilibrio, una sorta di seduta di psicoanalisi. Io con la pittura faccio ricerca in maniera empirica, passando attraverso emozioni e sperimentazioni, dipingendo la pittura, usando(tento)la materia in tutte le sue possibilità. Ogni giorno mi ritrovo meravigliato da tutto questo.

ATP: Il curatore della mostra Daniele Capra dice che nei tuoi ultimi lavori si trova “una pittura fluida […] libera e a tratti anarchica”, in cui emerge la “processualità esecutiva”, per giungere ad una “superficie autosufficiente”. Mi parli di questi aspetti del tuo lavoro?

MB: Daniele ha scelto, o meglio mi ha scelto subito dopo aver visto due miei lavori della serie PANGEA affissi ad una Fiera.
Quando mi è venuto a trovare nel mio studio Vicentino (ne ho uno anche nella mia città natale, cioè la Spezia) è rimasto colpito dalle Opere, quindi dal rappresentato, ma anche dal modo in cui son state fatte. Mi ha fatto molto piacere. Devi sapere che Pangea nasce, ancor prima d’esser chiamato, come sensazione tattile, sensoriale, volevo al mattino scendere in studio e iniziare a lavorare in maniera diretta, come quando mio figlio (Leone 4 anni) disegna impugnando un matitone e tracciando linee, con quella istantaneità’ estemporanea meravigliosa.
Ho sempre invece progettato molto la mia pittura, con processi di sedimentazione e stratificazione, che frenavano per motivi tecnici suggeriti dai materiali (essiccazione ecc.) l’energia gestuale. Daniele ha percepito invece una libertà totale e quella attitudine del fanciullo, conseguita con l’uso di un solo colore in pratica, il nero (ad eccetto di particolari aggiunti solo alla fine dei giochi, di un verde ad olio) ,fatto depositare direttamente sulla superficie, una superficie bagnata continuamente per renderla attiva e interattiva con il pennello.che scivola in maniera melliflua. Un divertimento difficile da spiegare e totalmente liberatorio. Pittura è anche questo.

Mirko Baricchi, Roots, 2013, tecnica mista su tela, cm 40x50, courtesy Cardelli & Fontana.

Mirko Baricchi, Roots, 2013, tecnica mista su tela, cm 40×50, courtesy Cardelli & Fontana.

ATP: Spesso si trovano nei tuoi dipinti elementi zoomorfi o vegetali accostati a puri segni astratti o a campiture di colore puro. Come coesistono questi elementi e a cosa rimandano?

MB: Per rispondere a questa domanda avrei bisogno di molto del tuo tempo. Dovrei parlarti di me (e temo che possa essere molto noioso) e di come sono oggi e di cosa son fatto. Tutti gli elementi che per molto tempo hanno “abitato” e determinato lo spazio dei miei quadri non sempre hanno una fonte razionale, una motivazione razionale.
Certamente una sagoma di Lepre ha cominciato a comparire nel momento in cui cercavo un simbolo che descrivesse un certo tipo di dinamica del pensiero, l’ho cercato e l’ho trovato, ma poco dopo il suo significato alchemico ha lasciato il posto ad una figura che rendeva giustizia ad una composizione ,una specie di vettore in uno spazio aureo.
I molti elementi che riguardano selve, vegetazioni, germogli, pietre, li uso anche solo per il loro potere evocativo ma sopratutto per il piacere che provo nel disegnarli, nel dipingerli(mi interessa la pittura, e ho sempre bisogno di un pretesto per metterla in atto).
Ho poi un amore spropositato per la poetica del muro, non ne ho mai abusato per paura che diventasse un gioco fine a se stesso, ma trovo certe macchie più’ interessanti di molti ritratti ben fatti di alcuni miei colleghi, una mostra dell’inarrivabile CY Twombly mi ha insegnato più’ “cose” che mille libri di pittura.
Quindi che dire, credo di riuscire a organizzare uno spazio bidimensionale con elementi apparentemente eterogenei, e credimi è una modalità che apre porte mentali, ma anche fisiche e concrete.

ATP: Le tue opere hanno titoli come “Pangea”, “Humus”, “Roots”, “Germogli”, “Land”, Lagunare”…in cui emerge un certo rimando organico-naturale. Come nascono questi titoli?

MB: Mi affascina sempre di più la natura. Il paesaggio. Il rumore della pioggia, la pioggia, le pozzanghere. La terra nuda, e poco dopo la terra con un germoglio, e poi una pianta. Sto invecchiando e sento il bisogno di un dialogo con il necessario che in questo momento per me è rappresentato (ripeto) dalla natura, intesa proprio come habitat generativo (la nascita di mio figlio ha dato origine al ciclo di germogli e di stelle). Credo che sia anche un atto di umiltà.

ATP: Invece quale significato assume il titolo della mostra, “Derive”?

MB: DERIVE. Stavo dipingendo poco tempo fa e ho pensato:”ma tu guarda questo lavoro quanto è diverso da quello di…venti anni fa”. Bene.
Successivamente, poco dopo, ho realizzato che l’ultimo quadro fatto e il primo fanno parte di un unica grande massa, territorio del pensiero, dell’agire, e sono quindi molto più simili di quanto io possa credere, tanto quanto il nord Europa e il Sud Africa. L’associazione quindi con la Deriva dei continenti è stata molto se vuoi banale ma efficace per descrivere la dinamica, tra l’altro l’ultimo ciclo si intitola Pangea non a caso.

Allestimento Derive, Sala 1, foto Andrea Luporini

Allestimento Derive, Sala 1, foto Andrea Luporini

Allestimento Derive, Sala 2, foto Andrea Luporini

Allestimento Derive, Sala 2, foto Andrea Luporini