Matyáš Chochola, Christian Jankowski, Installation View, 2018, Cabinet - photo Filippo Armellin

Matyáš Chochola, Christian Jankowski, Installation View, 2018, Cabinet – photo Filippo Armellin

In occasione della doppia personale di Matyáš Chochola e Christian Jankowski – “The most successful couple of the epoch” allo spazio Cabinet – la redazione di ATPdiary ha posto alcune domande alla curatrice Maria Chiara Valacchi e agli artisti.
L’esposizione, visibile fino al 16 febbraio, mostra come la ricerca di due artisti di generazioni differenti dia vita ad un’associazione “magica”. L’accostamento di Christian Jankowski (Göttingen, 1968), che vive e lavora a Berlino e ha curato la XI edizione di Manifesta (Zurigo), al più giovane ceco Matyáš Chochola (Hradec Králové, 1986) ha dato vita a un dialogo dinamico, pensato e risolto in un unico ambiente che supera l’idea di pura contemplazione delle opere, distinguendosi per una compresenza in osmosi di diversi linguaggi.

Nell’intervista che segue abbiamo chiesto alla curatrice e fondatrice dello spazio no-profit di raccontarci come è nata l’idea del progetto e quali sono le sue specificità pratiche e teoriche: da una parte la relazione con il luogo fisico, dall’altra l’accostamento di molteplici tematiche. Infine, abbiamo domandato proprio agli artisti di rileggere il proprio lavoro in relazione a quest’esperienza, individuando analogie e differenze nelle loro rispettive ricerche. Il risultato – che Jankowski definisce “un incontro di menti” – oscilla tra variazione e sincronismo, reale e illusorio.

Irene Sofia Comi: Cominciamo dall’inizio. Vorrei mi parlassi del titolo della mostra “The most successful couple of the epoch”, una frase tratta da una ballata degli anni Settanta, “Leg’ Doch Nur Einmal Den Arm Um Mich ‘rum”. Come mai questa scelta? 

Maria Chiara Valacchi: Il titolo voluto fortemente dagli artisti vuole suggellare il loro “matrimonio” creativo. L’idea della mostra si è sviluppata in una notte di distrazione a Praga, dove i due si sono trovati a pensare un futuro, nuovo e inedito dialogo; questa frase estratta da una vecchia ballata tedesca firmata da Hildegard Knef univa idealmente la collaborazione in un tono astratto, tra il celebrativo e l’ironico. Oltre ad un riferimento puramente personale, nella formulazione delle opere il concetto di coppia torna vividamente in molteplici aspetti, da quelli più didascalici a quelli più celati e filosofici.

Christian Jankowski, Neue Malerei - Van Gogh (I - X), 2015, oil on canvas, dim. var. - photo Filippo Armellin

Christian Jankowski, Neue Malerei – Van Gogh (I – X), 2015, oil on canvas, dim. var. – photo Filippo Armellin

ISC: La doppia personale associa Jankowski e Chochola, artisti di generazioni, nazionalità e poetiche diverse tra loro, come è nata la scelta di correlare i loro lavori? Gli artisti hanno avuto modo di confrontarsi insieme e instaurare un dialogo nella fase di creazione della mostra? 

 MCV: I due artisti avevano avuto modo di relazionarsi già durante l’undicesima Manifesta realizzata a Zurigo nel 2016; un’edizione diretta e curata dallo stesso Jankowski che per l’occasione aveva commissionato al giovane artista di Praga l’installazione massiva Utra Violet Ritual. Come sempre Cabinet si pone l’obiettivo di creare un progetto inedito sollecitato da frizioni o corrispondenze tra il mondo della pittura e quello dell’installazione…il continuo confronto tra curatore e artisti è fondamentale in tutte le fasi della gestazione dei nostri progetti e, come sempre, ha fatto sì che si compiesse una totale rivoluzione rispetto alle premesse iniziali.

ISC: I linguaggi che si incontrano nello spazio sono molteplici: installazioni, sculture, pittura e fotografia, fino ad arrivare a una quasi-oggettistica. Ci si trova in un ambiente quasi autosufficiente, che segue un suo ordine e una logica propria. Si ha come l’impressione che i differenti linguaggi, accostandosi l’uno all’altro, prendano vita e si rinforzino tra loro, instaurando un dialogo eclettico. Visitando la mostra, ho percepito una forte relazione tra le opere e un’attenzione a come esse si relazionano con lo spazio. Cosa ne pensi? Si è trattato di un aspetto importante?

Si, hai colto in pieno una cosa che spesso si manifesta da Cabinet, quella dell’attivazione spontanea di ulteriori connessioni e livelli di lettura, benché si parta sempre da due tra i più consueti media come la pittura e la scultura. Sebbene non pensi che l’opera d’arte abbia bisogno necessariamente di un giusto contesto per essere apprezzata e che si dia al concetto di “site-specific” un valore troppo alto e ingiustificato trovo che, grazie all’interazione con il nostro spazio, si creino delle amplificazioni percettive interessanti.

Matyáš Chochola, Christian Jankowski, Installation View, 2018, Cabinet - photo Filippo Armellin

Matyáš Chochola, Christian Jankowski, Installation View, 2018, Cabinet – photo Filippo Armellin

ISC: Questa situazione sembra restituire nello spazio concreto quell’idea di complementarietà degli opposti e delle “dinamiche plurali dell’“e” tipiche di questa nostra “seconda contemporaneità”, come sostiene il filosofo Ulrich Beck, citato nel tuo testo critico. In effetti i risultati formali delle ricerche di Jankowski e Chochola sono molto diversi tra loro. Dal tuo punto di vista, qual è la loro risposta al “nostro tempo” e quali i punti d’incontro?

 MCV: Come ho già accennato nella prima risposta la mostra basa la sua essenza sul concetto di “coppia”, di doppio, per cui questo aspetto è ciò che dà il significante e motivo d’incontro tra tutte le opere in mostra – l’uno non esclude mai l’altro – Una medusa argentea, dalle fattezze del celebre logo Versace, sfida uno Zeus lavico, una giovane critica, imitando il celebre quadro riflessivo “ritratto della giornalista Sylvia von Harden” di Otto Dix, si relaziona con una sequenza di Artisti-Van Gogh e ancora, due attori di sesso opposto appaiono violati nel loro sonno e un sonoro proveniente da un vinile dipana nell’ambiente l’unione di due fiumi, lo Sprea e la Moldava, che solcano le città di origine dei due artisti. Soffermarsi solo a questa iniziale visione duale del progetto sarebbe tuttavia limitante in quanto sotto ognuno di questi aspetti c’è un’aspra denuncia al sistema-arte che, nonostante si presenti come un idilliaco rapporto tra professionisti, nasconde subdole sopraffazioni e un’organizzazione poco volta alla tutela etica della creatività.

ISC: Per chiudere, mi piacerebbe approfondire i concetti di originale-copia e mito-realtà. Si tratta di accostamenti in antitesi, ma ancora una volta dipendenti l’uno dall’altro, che si muovono parallelamente e riecheggiano costantemente in mostra. Come si sviluppa secondo te il rapporto tra queste tematiche? E in quali opere emerge maggiormente? 

MCV: Se non ci fosse mai stato un auto-ritratto di Van Gogh, Jankowsky non avrebbe mai potuto farne delle riproduzioni. Lui ha voluto giocare ulteriormente sul concetto di copia, non limitandosi a falsificare l’originale, ma ritraendo pittoricamente solo gente comune che si è autoritratta dalle fattezze del famoso artista olandese o attori che lo hanno interpretato in alcuni film – sono due concetti che definirei più parassitari che in antitesi – La copia è parassita del vero, ma è solo attraverso lei che l’originale prende la sua giusta collocazione nel mondo come opera prima ed assoluta. Per quanto riguarda invece il mito, l’opera più confacente alla tua osservazione è lo Zeus e la Medusa di Chochola, rappresentazione metaforica dell’ “Artista” che per procedere nella sua missione universale di creativo è costretto a guardare il “Sistema” corrotto attraverso uno scudo riflettente, come nella mitologia, per evitare di diventare vittima dello stesso. Il mito però rappresenta una speranza, quella di non essere sopraffatti dal non-sense della vita; e come l’arte, serve a fornire a noi una visione edulcorata del mondo aprendo canali emotivi inattesi che rimarrebbero altrimenti sopiti.

Matyáš Chochola, Christian Jankowski, Installation View, 2018, Cabinet - photo Filippo Armellin

Matyáš Chochola, Christian Jankowski, Installation View, 2018, Cabinet – photo Filippo Armellin

ISC: Passiamo ora al punto di vista degli artisti Chocola e Jankowski, mi piacerebbe avere un vostro parere. Come avete vissuto quest’esperienza? Quali accostamenti trovate tra i vostri lavori? Che significato ha avuto, per voi, il titolo della mostra?

Matyáš Chochola: Ciò che mi accomuna a Christian è un senso dello humor molto simile, per esempio ci interroghiamo sempre sull’identità e il ruolo dell’artista e di come esso cambi nel tempo. Quindi abbiamo scelto entrambi un unico archetipo da poter personalizzare, creando questa doppia riflessione riguardo le nostre visioni artistiche. Io ho scelto di lavorare con l’aspetto eroico di Perseo e la sua relazione con Medusa, il suo alter-ego. Christian ha moltiplicato il personaggio straordinario di Van Gogh, ma possiamo dire che le loro vite sono soltanto capitoli differenti di un solo racconto. Cosa penso sia più interessante del lavorare in una mostra bi-personale? In questo caso in particolare, c’è stato tutto il tempo necessario per organizzarla e pensarla con numerosi incontri skype, siamo partiti dall’inquadrare i trionfi della nostra vita, i fallimenti e le perdite in base all’esempio di personaggi di varie epoche storiche. Abbiamo chiamato la mostra “The most succesful couple of the epoch” per interrogarci sul significato del successo e di come quest’ultimo sia necessariamente legato a delle buone collaborazioni, di qualunque tipo esse siano, che abbiamo mimato attraverso i temi dei nostri lavori. Questo significa che ci siamo chiesti seriamente: “Chi è la coppia di maggior successo dell’epoca?”.

Matyáš Chochola, Perseus, 2018, mixed media on steel structure, h 150 cm - photo Filippo Armellin

Matyáš Chochola, Perseus, 2018, mixed media on steel structure, h 150 cm – photo Filippo Armellin

Christian Jankowski: Le collaborazioni e i processi di collaborazione sono una parte centrale del mio lavoro da artista, per questo motivo ho accolto di buon grado questo progetto proposto da Maria Chiara Valacchi sin dall’inizio, anche perché amo gli spazi non commerciali che favoriscono il dialogo tra artisti. Ho conosciuto Matyas quando ho curato Manifesta, nel 2016, dove lui ha esposto i suoi lavori, avevamo quindi già intrapreso un percorso insieme, conoscevamo già il nostro modo di lavorare. Le idee di un artista possono essere confuse e complesse, quelle di due artisti anche di più. È “un incontro di menti”. Il titolo della mostra è stato un mio suggerimento. Ho parlato con Matyas di questa idea, che questa collaborazione in qualche modo mi riportava una frase di un pezzo melodrammatico della diva tedesca Hildegard Knef. Mi piaceva soltanto questa riga “das erfolgreichste Paar der Epoche”/ “the most successful couple of the epoch”, che ci ha dato un tema su cui lavorare.

Riguardo la nostra ricerca, penso che entrambi lavoriamo con i miti, nel mio caso i miti dell’ego d’artista. Ho esposto dieci dipinti diversi di teste di Vincent van Gogh.Sono state dipinte da artisti cinesi, partendo da immagini trovate online: tableaux vivants che le persone hanno creato sulla base degli autoritratti del maestro e che hanno postato su Internet. Il risultato sono molte persone diverse che interpretano Van Gogh. È quasi così anche per la Medusa, no? Matyas ha sviluppato a livello scultoreo il tema di Perseo e della Medusa, al centro dello spazio. Perseo combatte la testa multiforme di serpenti con uno scudo che riflette il suo volto e in questo modo riesce a sconfiggerla. Con queste opere (e con il titolo della mostra) emergono tra le righe alcune domande: cos’è il successo? Cos’è un’epoca? Come definiamo la nostra? In qualche modo lo scudo è uno specchio che ci riflette le aspettative dei media, della critica e del pubblico. Per rendere il tutto ancora più caotico, ho inserito in mostra una riproduzione di un dipinto di Otto Dix di una critica d’arte donna, attiva nel periodo della Repubblica di Weimar. Nella mia versione, una donna asiatica abita questo sobrio ambiente tipico della Nuova Oggettività degli anni Venti. Ora è lei ad interpretare il ruolo di “padrona” della cerimonia, giudicando la qualità dei dipinti. Questo riflette il nostro tempo con il #metoo e tutta l’attenzione del mercato dell’arte sulla Cina, dove gli architetti stanno oggi costruendo grandi musei e le fiere d’arte stanno fiorendo.

Concluderei l’intervista con i lavori fotografici in mostra, che mostrano una coppia di attori, una donna e un uomo, che stanno dormendo e non sono consci di quello che gli sta accadendo, di che cosa stanno effettivamente rappresentando in quel preciso instante. In quale epoca si sono persi?

 Christian Jankowski, Neue Malerei - Van Gogh (detail), 2015, oil on canvas, dim. var. - photo Filippo Armellin

Christian Jankowski, Neue Malerei – Van Gogh (detail), 2015, oil on canvas, dim. var. – photo Filippo Armellin

Christian Jankowski, We are innocent when we sleep, 2018, photo print, 120x95 cm - photo Filippo Armellin

Christian Jankowski, We are innocent when we sleep, 2018, photo print, 120×95 cm – photo Filippo Armellin

Christian Jankowski, Fantin-Latour - Tableau Vivant, 2018, photo print, 20x30 cm - photo Filippo Armellin

Christian Jankowski, Fantin-Latour – Tableau Vivant, 2018, photo print, 20×30 cm – photo Filippo Armellin

Christian Jankowski, Neue Malerei - Dix, 2017, oil on canvas, 121x89 cm - photo Filippo Armellin

Christian Jankowski, Neue Malerei – Dix, 2017, oil on canvas, 121×89 cm – photo Filippo Armellin