Piero Manai, 2019, installation view, Courtesy P420 & CAR DRDE, Bologna (foto Carlo Favero)
Piero Manai, 2019, installation view, Courtesy P420 & CAR DRDE, Bologna (foto Carlo Favero)

Sorta nell’area della Manifattura Tabacchi e del macello, centro mercantile e manifatturiero dell’economia bolognese dal Rinascimento fino all’Ottocento, la Manifattura delle Arti rappresenta oggi a Bologna un canale di produzione e diffusione artistica e culturale. Qui sorgono le gallerie P420, CAR DRDE, Localedue e Gallleriapiù le cui inaugurazioni in contemporanea sembrano esprimere il desiderio di costruire un progetto culturale unitario.

DE, Localedue e Gallleriapiù le cui inaugurazioni in contemporanea sembrano esprimere il desiderio di costruire un progetto culturale unitario.

Una collaborazione che si conferma e si rafforza, in questo inizio di stagione espositiva, grazie alle mostra “Piero Manai” dislocata nelle sedi della P420 e di CAR DRDE. Un’esposizione che riporta alla luce una selezione di opere restaurate realizzate negli anni Ottanta, testimonianza dell’inizio di dipingere dell’artista: convulso e drammatico, caratterizzato da pennellate scure e fendenti. Due spazi diversi tra loro, all’interno dei quali il bisogno quasi ossessivo di disegnare di Manai si diffonde. Da una parte gli ambienti ampi e bianchi osservabili dalle grandi vetrate della P420, ospitano Figura, Teste e Monoliti, figure e teste dipinte quasi prive dei tratti fisiognomici, assorte ed isolate; dall’altra quelli più raccolti di CAR raccolgono alcune delle Nature Morte più significative. Lo stile unico non riconducibile a nessuno dei movimenti a lui contemporanei, porta con sé un’inquietudine, un senso di peso che lo stesso spettatore sente portare sulle proprie spalle, sullo stomaco, e che porta sulle tele più che una rappresentazione la raffigurazione di un’interiorità. Una forza pronta ad esplodere, ma che sembra rimanere intrappolata fino a deformare e corrodere corpi e volti. Un’energia che trova ampio respiro, spazio per propagarsi al di là dei supporti, nell’allestimento del white cube della P420 e che sembra invece frenato nelle due sale di CAR. Un arresto irrilevante paragonato all’importanza di questi dipinti nel percorso artistico di Manai in quanto anticipatrici di quel senso di precarietà e della stessa anatomia dei ritratti successivi. Al di là dello spazio che le ospita le nature morte dimostrano la capacità del pittore di donare ad oggetti inanimati un modo di essere, una capacità esperienza, normalmente considera proprio solo dell’essere umano.

Piero Manai, 2019, installation view, Courtesy P420 & CAR DRDE, Bologna (foto Carlo Favero)
Piero Manai, 2019, installation view, Courtesy CAR DRDE & P420, Bologna (foto Carlo Favero)
Piero Manai, Natura Morta, 1983, olio su carta intelata:oil on paper mounted on canvas, cm.140×240, Courtesy CAR DRDE & P420, Bologna (foto Carlo Favero)

Da i neri, i bianchi e i rossi di Manai, ai colori tenui delle opere di Gaia Fugazza a Gallleriapiù. Un nuovo cicli di dipinti su legno abitati da figure ibride, in parte animali e in parte piante, create con una tecnica artigianale e antichissima come l’incisione e utilizzando materiali e colori naturali, dalle scale cromatiche che rimandano alla dimensione geologica. Come gli arazzi e le vetrate medievali i dipinti-incisioni della Fugazza si sviluppano in una bidimensionalità senza ombre, creando un immaginario al di fuori dello scorrere del tempo. A riportare le rappresentazioni al presente è una certa dosa di estetica punk vicina al mondo anglosassone dove l’artista è cresciuta e ha sviluppato la sua ricerca artistica. Le figure femminili, cariche di un erotismo a cavallo tra la Venere di Willendorf e le Biki Kill, e quelle maschili dei suoi dipinti mettono in mostra genitali e funzionalità corporee, convivendo senza alcuna gerarchia sociale e/o naturale con altri esseri animati. Il risultato è la creazione di un immaginario quasi fiabesco nel quale il valore primo, la centralità figurativa, si sposta dall’Uomo ad altre specie, in un’ottica definita negli anni Settanta dal filosofo norvegese Arne Ness “ecologia profonda”. L’uomo, in quanto specie animale, diventa qui parte di un tutto nel quale ogni essere vivente, sia esso animali o vegetale, svolge un proprio ruolo in una visione olistica dell’esistenza terrestre. In questo contesto le opere della Fugazza diventano un monito per il futuro. A partire dal presente, antropocentrico e colpito dall’emergenza climatica, l’artista crea una nuova realtà, una nuova dimensione terrestre, dove la natura e il naturale tornano a riprendersi i propri spazi, il proprio valore, e l’equilibrio sembra essere stato restaurato.

Guia Fugazza, Mimosa pudica I, Gallleriapiù, Bologna 2019
Guia Fugazza, Ostaggi e amici, exhibition view -Gallleriapiù, Bologna 2019
Guia Fugazza, Ostaggi e amici, exhibition view -Gallleriapiù, Bologna 2019
Guia Fugazza, Queste rane I -Gallleriapiù, Bologna 2019