Macao, The Floaters, 2019, foto di Claudia Borgia

Macao è il centro indipendenti per le arti di Milano nato quasi dieci anni fa con l’obiettivo di ripensare le modalità di aggregazione, produzione e distribuzione culturale. Giunto al terzo e ultimo anno di collaborazione con Santarcangelo dei teatri, il collettivo milanese porta al festival “The Floaters” un’installazione performativa per un solo spettatore alla volta. In una delle sale del Supercinema una vasca di deprivazione sensoriale invita ad una pausa, una riflessione, ad un momento di rigenerazione. Inventate, secondo la storia orale, alla fine della Seconda Guerra Mondiale in Russia come strumento di riabilitazione veloce dei piloti, le vasche sono state riscoperte dalle truppe americane nelle caserme abbandonate della Germania dell’Est. Nella California degli anni Settanta sono diventate simbolo dell’esperienza psichedelica e oggi, nella Silicon Valley, sono tornate ad essere utilizzate come mezzo di rigenerazione fisica in un’ottica di aumento di produzione.

Cos’è e chi è Macao?

Racchiusa in una capsula, una sorta di guscio, la vasca e l’esperienza che lo spettatore fa al suo interno, coincidono con il punto di arrivo di una riflessione che ha come campo di azione non solo il festival, ma la struttura stessa di Macao.

Emanuele Braga: Macao nasce da una mobilitazione di artisti e attivisti tra il 2010 e il 2012, è il frutto di un lento aggregarsi. All’inizio ci chiamavamo “Lavoratori dell’arte” ed eravamo un’assemblea aperta nel Nord Italia dove discutere delle condizioni di lavoro degli artisti. Da una parte si rifletteva sulla crisi istituzionale di un sistema pubblico poco volto alla ricerca e alle sperimentazioni a causa dei tagli del welfare system, dall’altra sul precariato delle città creative come Milano, dove sono tanti gli studenti appena formati dalle università che si affacciano al mondo del lavoro con grandi aspettative e alla fine si ritrovano in una waiting room della cultura e intanto fanno i baristi, i guardia sala, le babysitter. Macao nasce da queste riflessioni con l’idea di fare azioni politiche ed esperimenti di autorganizzazione per creare spazi di creazione, produzione e distribuzione alternativi. Questo è stato l’inizio ed è quello che è adesso. Tutt’ora la programmazione di Macao è creata da un’assemblea aperta di collettivi artistici. Negli ultimi sei anni ha avuto molto successo sia a livello di programma che per l’affluenza e partecipazione di pubblico, ma anche come strumento per costruire spazi indipendenti in modo diverso.

Maddalena Fragnito: Rispetto alla nascita di Macao c’è secondo me anche da tenere in considerazione il momento specifico di quegli anni. Attorno al referendum Acqua bene comune c’è infatti una questione che eccede quella referendaria e per la quale si comincia a parlare di cultura bene comune. In tal senso nascono altri centri come Macao sparsi per l’Italia: il Valle, il Teatro Rossi a Pisa, a Palermo, L’asilo a Napoli. La nostro prima chiamata è stata quella di costruire un museo, un’istituzione culturale dal basso e di immaginare che cosa volesse dire, in un momento di crisi anche di rappresentanza istituzionale, mettersi attorno ad un tavolo e capire come cambiare il concetto stesso di istituzione culturale. Si tratta ovviamente di un processo non semplice e che ha portato alla luce diversi nuclei tematici. Il primo è quello della governance e delle varie modalità dello stare insieme, dalle classiche assemblee, ai gruppi, ai gruppi distanti. Per questo abbiamo sperimentato modi di incontro e relazione diversi dalla tradizionale struttura piramidale. Altro punto di riflessione è stata la distribuzione da cui è nato la sperimentazione sull’economia alternativa. Dopo due anni dalla nascita di Macao, abbiamo iniziato a ragionare sul fenomeno bitcoin, su cosa significasse una criptovaluta. Il primo incontro fisico con queste realtà è avvenuto nel 2014 quando abbiamo incontrato sviluppatori e programmatori che facevano inizialmente parte del progetto bitcoin e che se ne sono poi distanziati per le derive che aveva assunto. E’ stato in quel momento che abbiamo capito cosa fosse una valuta virtuale. Abbiamo organizzato una conferenza con figure di riferimento per l’economia alternativa e abbiamo riflettuto su alcune tossicità del bitcoin, su cosa significasse costruire una moneta comune a partire da un algoritmo con il quale era possibile evitare che si ripresentassero fenomeni negativi come la speculazione.  E’ un sistema che utilizziamo all’interno di Macao per ridistribuire il valore prodotto e che replichiamo, a secondo del contesto, in festival e altre realtà come forma culturale, come dispositivo parallelo con il quale riformulare le relazioni. Una delle caratteristiche più importanti è che questa sperimentazione avviene all’interno di comunità in quanto strumento che dà valore a quel lavoro che generalmente rimane in ombra e che è chiamato lavoro di cura.

Macao, The Floaters, 2019, foto di Claudia Borgia

Come è nata la relazione tra Macao e Santarcangelo Festival?

MF: Questo è il terzo e ultimo anno dell’attuale contratto di collaborazione con Santarcangelo. Nel 2016, all’inizio della sua direzione, Eva Neklyaeva ci è venuta a trovare a Macao e ci ha chiesto di iniziare un rapporto triennale. Il primo anno abbiamo portato un lavoro frutto di una residenza durante la quale abbiamo raccolto dati, interviste e materiale sul funzionamento del festival. Durante l’evento abbiamo disposto tutte le informazioni all’interno della Scuola Pascucci su un tavolo-lavagna e abbiamo invitato le persone a ricombinarle, riconfigurandone i meccanismi economici e la governance, una sorta di open data point. Dall’analisi di questi dati sono emerse due questioni. La prima riguarda la gestione delle risorse economiche, di come i festival italiani vengano realizzati con piccoli-medi finanziamenti pubblici e di quanto questo contagi tutto il processo di realizzazione; la seconda è il sentito distacco, nel corso degli anni, della comunità locale rispetto alla programmazione. L’aspetto economico era sicuramente più in linea con il nostro percorso, ma con meno possibilità di intervento e abbiamo quindi deciso di lavorare a cavallo tra i due nuclei problematici. Da qui è nato il progetto “Criptorituals” che con il quale abbiamo chiesto agli “sciamani” locali, che oggi si definiscono “Artigiani del corpo”, di curare ed essere i promotori della Santacoint che avevamo sviluppato per il festival. Ad un anno di distanza ci siamo resi conto che il progetto aveva assunto una propria autonomia e abbiamo deciso di presentare un lavoro come “The Floaters”, se vuoi più formale.

Cos’è The Floaters?

MF: E’ una vasca di deprivazione sensoriale, una capsula buia e insonorizzata, con uno strato di acqua con un alto livello di sale che fa galleggiare. E’ stata realizzata grazie alla collaborazione con lo studio Erasmus Scherjon, Gero Asmuth, Travis Broussard. Lo spettatore è invitato a sostare al suo interno per 40 minuti durante i quali, in totale assenza di qualsiasi interruzione, non si può far altro che pensare. L’idea è quella di dare la possibilità di avere totale direzione artistica del proprio viaggio. L’intento è quello di distaccarsi dal modo di produzione e di avere idealmente la capacità, in questo momento di cura, di provare a prendere le distanze, a disedentificarsi da tutto quello che ci hanno insegnato. Trovare uno spazio per fare un passo indietro ed esercitarsi. E’ in questo che si inserisce l’azione in collaborazione con CHEAP a Bologna con la quale abbiamo sparso per via Irnerio degli esercizi per un detox mentale e fisico.

EB:Dopo 5/6 mesi dalla nascita di Macao abbiamo condotto un’auto-inchiesta per capire cosa spingesse le persone a farne parte, a dedicare il loro tempo alle assemblee e alle attività. La risposta più ridondante in assoluto era che le persone avevano bisogno di prendersi del tempo. Credo sia una questione fondamentale legata alla centralità della cura come strumento di lotta, come possibilità di nuove forme per riappropriarsi del nostro tempo.

Nei vostri progetti torna spesso il concetto di resistenza improduttiva…

MF: Dall’auto-inchiesta che abbiamo effettuato è emerso anche come i partecipanti a Macao facessero più lavori contemporaneamente. La sensazione principale era quella di essere incapaci di vivere momenti decisi da sé. In questo senso Macao è emerso come dispositivo per impiegare il proprio tempo in un lavoro che permetteva di prendersi un tempo diverso, creare relazioni e modalità produttive differenti. Il concetto è quello di resistere nell’interpretare sempre quel soggetto cittadino/cittadina produttivo, quella forma di vita risultante da una modalità di produzione. Il momento in cui si smette di fare è quello più temuto da meccanismi produttivi. Oggi la questione è più complessa rispetto agli anni Settanta, quando fermarsi significava interrompere la catena produttiva. Scioperare oggi vuol dire disidentificarsi, prendersi il proprio tempo e non essere un fattore agente di riproduzione di un mondo che ci sembra ingiusto.

EB: Credo che il concetto possa essere spiegato attraverso tre esempi. Il primo è “Elogio delll’ozio” di Bertrand Russell che afferma come, nell’epoca della nascita del capitalismo, il miglior strumento di resistenza al paradigma industriale e culturale sia capire il valore dell’ozio. Il secondo esempio è la tradizione movimento operaio italiano degli anni Settanta, del rifiuto del lavoro e non della richiesta di migliori condizioni. L’ultimo è quello di Silvia Federici che prende le distanze da Marx accusato di riproporre un modello industriale produttivo, nel quale il proletariato diventa il padrone senza cambiarne però le modalità.

Macao, The Floaters, 2019, foto di Claudia Borgia

In un’epoca di primato estetico cosa significa per voi curare e curarsi?

MF: Parlare di riproduzione sociale piuttosto che di produzione, significa mettere al centro la vita e quindi in qualche modo avere più interesse nel non distruggere le risorse naturali, umane, corporee, ma al contrario rigenerarle. La commercializzazione della cura come i centri estetici o lo spaccio di vitamine, è una cosa diversa. Il nostro obiettivo è quello di eliminare un certo modo di produzione e di “rimettere al mondo il mondo”, sempre per citare la Federici.

EB: Per me curare significa tre cose: non allineare il conflitto, nel senso di non accettare che ci sia un modello calato dall’alto e di accettare la discussione, il disaccordo; avere un’attenzione alla redistribuzione delle ricchezze sia nella macro politica che nella micro relazione; e infine disidentificarsi cioè continuare a sciogliere i processi identitari dove in qualche modo si costruisce un soggetto forte e uno che deve essere subalterno, anche a livello culturale. Prendersi cura è lavorare attivamente su questi tre punti.

The Floaters e Macao a Milano sono degli spazi fisici, chiusi, che aprono però ad altre dimensioni più o meno materiali…

MF: La dimensione della costruzione di spazi altri è fondamentale e riprendere il tema di luoghi senza pareti e nei quali i processi dei quali abbiamo parlato possono avere casa, rifugio. Per me ad esempio è difficile pensare a Macao come una struttura fisica. Anche a livello di pratica quotidiana Macao non è uno spazio limitato anche per il fatto stesso di come si costruisce: aprire la governance corrisponde a rompere i muri, non saperti dire quanti siamo è un elemento legato a questo. Per me è una questione di temporalità e località multiple. Allo stesso modo il nostro lavoro con Santarcangelo non è frontale, anche “The Floaters”, uno spazio super definito, rispetto a quello che produce trasborda enormemente nella persona e nelle sue relazioni future o appena successive che assumerà.

EB: Non c’è un rapporto feticistico o proprietario con il concetto di spazio. Secondo me c’è un rapporto importante tra spazialità e movimento. E’ fondamentale capire cosa significa uno spazio dal punto di vista performativo rispetto alle politiche delle nostre relazioni e del nostro corpo. Lavorare anche con l’arte e il linguaggio all’interno di ambienti che trasformano le relazioni, cambiano quello che ci possiamo dire, quello che possiamo essere? Macao è nato all’interno di Milano come un movimento anti gentrification perché cambiare il disegno della propria città corrisponde a vivere in modo diverso. Dobbiamo riuscire a capire che determinando l’ambiente in cui viviamo e invertendo le logiche noi viviamo in modo diverso. E questo vale anche per la vasca. Nel testo di accompagnamento citiamo Foucault che parla di questo aspetto in un’ottica di archeologia del pensiero come una tecnologia. Le modalità con le quali i monaci buddisti si ritirano a meditare, il modo in cui è nata spazialmente la confessione, il modo in cui si costruiscono queste regole in realtà ci formano come individui. Per questo siamo affascinati da uno strumento di questo tipo. Come sono le teniche, i riti con i quali possiamo creare degli spazi con i quali uscire dalla griglia, costruirci in modo comunitario in altro modo? Dobbiamo avere le tecniche, le macchine, gl ambienti per costruirci in un altro modo.

MACAO / Milano, Italia
The Floaters
Si è svolta dal 05 al 14 luglio a Santarcangelo Festival

Allenarsi a non far nulla, Bologna, 2019 @ cheap