• Legno Lën Holz - Veduta allestimento. Foto Mart, Carlo Baroni
  • Aron Demetz, Iniziazione, 2004 - Legno Lën Holz - Veduta allestimento. Foto Mart, Carlo Baroni
  • Legno Lën Holz - Veduta allestimento. Foto Mart, Carlo Baroni
  • Legno Lën Holz - Veduta allestimento. Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Gehard Demetz, Zinnsoldat, 2017, particolare. Courtesy Jack Shainman Gallery - New York Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Legno Lën Holz - Veduta allestimento. Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Willy Verginer, Cecità voluta, 2007, particolare. Collezione Jorgen Bodenseer. Foto: Mart, Jacopo Salvi
  • Arnold Holzknecht, Figura, 2008, particolare. Courtesy Galleria Doris Ghetta - Ortisei. Foto: Mart, Jacopo Salvi

Con la mostra Legno | Lën | Holz. Un itinerario nella scultura contemporanea, dal 2 giugno al 17 settembre 2017, la Galleria Civica di Trento fa dialogare la pratica della scultura lignea con la contemporaneità mettendo in relazione il legno – un materiale antico e tradizionale, normalmente associato all’artigianato artistico di area dolomitica e all’arte sacra – con il rinnovamento dei linguaggi della scultura figurativa dei nostri giorni.
La scelta di costruire un percorso con 15 artisti originari, per la maggior parte, dal territorio ladino, area culturale più che geografica, che dalla Val Gardena alla Val di Fassa abbraccia il Sudtirolo, il Trentino e il Veneto, e che hanno fatto della scultura del legno la loro cifra stilistica distintiva, anche se non esclusiva, va proprio in questa direzione.

Già a partire dal titolo della mostra, il curatore Gabriele Lorenzoni, in collaborazione con Katharina Moling del Museum Ladin Ćiastel de Tor di San Martino in Badia – con il contributo della Galleria Doris Ghetta di Ortisei – ci indica un possibile itinerario artistico e una vera e propria mappatura territoriale.
“Legno” in italiano, “lën” in ladino e “holz” in tedesco alludono alla provenienza, all’area di formazione e di lavoro degli artisti scelti, oltre che al materiale con cui le opere sono state realizzate, tutte rigorosamente scolpite con la tecnica manuale dell’intaglio e unite dall’interesse per il corpo umano, per la figura.

Livio Conta, Giorgio Conta, Fabiano de Martin Topranin, Aron Demetz, Gehard Demetz, Peter Demetz, Arnold Holzknecht, Walter Moroder, Hermann Josef Runggaldier, Andreas Senoner, Peter Senoner, Matthias Sieff, Adolf Vallazza, Willy Verginer e Bruno Walpoth sono i protagonisti di questa mostra, con circa 40 opere esposte, di cui molte inedite.

Immerse in un allestimento minimale ed elegante, curato dallo studio Weber+Winterle di Trento, con una serie di superfici riflettenti verticali poste a parete, che rimandano volutamente un’immagine un po’ sfocata, vagamente deformata delle figure, le opere sono disseminate negli spazi della galleria con il dichiarato intento curatoriale di creare un dialogo tra stili e approcci formali differenti, evitando di costruire singole isole monografiche.
Il percorso si apre con l’opera di Willy Verginer (1957, vive e lavora a Ortisei in Val Gardena) Komm lieber Mai und mache…, 2015, un titolo che deriva dal verso di una canzone nostalgica tedesca molto popolare e che richiama all’arrivo del maggio, della primavera: una scultura che rappresenta una giovinetta dalla mano che si trasforma in foglie e che, come le figure di Cecità voluta, 2007, allestite in un gruppo scultoreo unitario attorno a una passerella da spiaggia posta sul pavimento, sono segnate dal colore acrilico, in campiture nettamente delimitate, quasi geometriche, dai colori accesi.
Si attraversa lo spazio e si incontrano nuove sculture, stavolta aliene, quasi fantascientifiche, dalla corporatura muscolosa e dai piedi deformi: nel tipico linguaggio di Peter Senoner (1970, vive e lavora a Laion), la figura umana è trasformata in altro, sono degli umanoidi dal cranio bombato con dei nomi propri e delle proprie personalità: STICHT, 2000-2002, LEM, 2002-2005 e MONOMON, 2002-2004/2015.

Legno LÎn Holz veduta dell'allestimento. Foto: Mart, Jacopo Salvi

Legno LÎn Holz veduta dell’allestimento. Foto: Mart, Jacopo Salvi

La seconda stanza mette in dialogo il lavoro di Gehard Demetz (1972, vive e lavora a Selva di Val Gardena), completato nel gennaio 2017 e intitolato Zinnsoldat, con il linguaggio di Aron Demetz (1972, vive a lavora in Val Gardena) e le sottili figure femminili, estatiche, fisse, atemporali di Walter Moroder (1963, vive e lavora a Ortisei in Val Gardena). La figura scolpita da Gehard, un bambino soldato dall’espressione matura la cui superficie è solcata da intagli netti, piccole ferite, richiama subito alla mente un drammatico e infelice passato storico, che è al tempo stesso un’immagine contemporanea.
Simili nella drammaticità e nell’inquietudine evocata, ma differenti nella resa scultorea, sono la coppia Uomo donna, 2007, e Senza titolo, 2009 di Aron Demetz: opere che fanno parte di un ciclo della fine degli anni Duemila in cui l’artista, una delle figure più riconoscibili nell’ambito della scultura in legno e grande sperimentatore dal punto di vista tecnico, lavora di scalpello in maniera molto decisa, direttamente dai tronchi di legno ad “un’idea robusta della scultura”, ricoprendo poi i corpi di resina che sembra colare sulla superficie. Una resina che, come spiega lo scultore, è molto difficile da controllare e che, proprio per questo motivo, inserisce un elemento di casualità nell’opera lavorata.
Si scende al piano interrato e si entra in un’atmosfera più spirituale incontrando nuovamente l’artista con l’opera Iniziazione, 2004: testimonianza di un ciclo di lavori in cui è evidente l’elemento sacro e una lavorazione della forma quasi classica, che dà alle figure-bambine l’apparenza di vestali, dominate da una silenziosa sospensione.
A Willy Verginer è qui concesso lo spazio per un’installazione complessa, di qualche anno fa, la già citata Cecità voluta, che associa l’apparente aspetto estivo e vacanziero del bagnante a un dramma sotteso: quasi tutte le figure hanno gli occhiali o si coprono gli occhi, non vogliono vedere che cosa c’è attorno, anche se, come sottolinea l’artista, sono forse i bambini gli unici che sulla scena si accorgono di quel che sta accadendo.

Aron Demetz, Uomo Donna, 2007. Courtesy Galleria Doris Ghetta - Ortisei Foto: Mart, Jacopo Salvi

Aron Demetz, Uomo Donna, 2007. Courtesy Galleria Doris Ghetta – Ortisei Foto: Mart, Jacopo Salvi

Peter Demetz (1969, vive e lavora a Ortisei) con l’opera site specific The Perception, 2017, realizzata sulle dimensioni della stanza in cui è installata, ad hoc per la Galleria Civica, lavora in scala monumentale su una tematica che gli è cara: la percezione visiva e gli inganni dell’occhio che guarda. Allestisce dunque al fondo della stanza, una sorta di teatrino, con un particolare effetto prospettico e luminoso dato dalle quinte che lo pongono, in cui le persone scolpite, tratte da fotografie che l’artista stesso ha scattato, sono inserite di spalle in pose statiche, ferme, concentrate, mentre osservano o riflettono su qualcosa. Dice l’artista che “mentre noi le percepiamo, loro stesse percepiscono” ed “è la postura della persona che esprime un’emozione…le figure sono una superficie di identificazione per noi stessi e mentre guardiamo, riflettiamo sulla dinamica che c’è nella postura delle figure e non tanto nel loro movimento.”

Un dialogo “di famiglia” è poi messo in evidenza dall’accostamento di due lavori realizzati per la mostra: la sintetica ed elegante figura di donna di Senza titolo di Livio Conta (1939, vive e lavora a Monclassico nella Val di Sole), padre, e la coppia di Walking Together di Giorgio Conta (1978, vive e lavora a Monclassico nella Val di Sole), figlio, in cui emergono due figure che camminano insieme, come suggerisce il titolo, e che sembrano ricoperte da una corazza frammentata, una sorta di pelle da cui forse si stanno liberando.
Il percorso, ritmato da una Figura, 2008, di giovane incinta dalla superficie traforata, di Arnold Holzknecht (1960, vive e lavora a Ortisei in Val Gardena) e dal lavoro di sapore boschivo di Hermann Josef Runggaldier (1948, vive e lavora a Ortisei in Val Gardena), intitolato Le mie radici, prosegue con due sculture di Bruno Walpoth (1959, vive e lavora a Ortisei) dal potente realismo fotografico: due busti che restituiscono la suggestione di una figura stante, Why not?, 2015 e Rocca, 2013.

L’ultima visione che la mostra dà al visitatore, contro una parete di mattoncini rossi, è infine il “piccolo ma doveroso omaggio”, come afferma il curatore, al decano degli scultori lignei, Adolf Vallazza (1924, vive e lavora a Ortisei in Val Gardena), con due opere che si discostano dai famosi troni e totem di sapore astratto e primitivo, per cui l’artista è più noto, e che vanno invece a recuperare il linguaggio cubista nella rappresentazione della figura umana.

Willy Verginer, Komm lieber Mai und mache...., 2015, particolare. Collezione privata. Foto: Mart, Jacopo Salvi

Willy Verginer, Komm lieber Mai und mache…., 2015, particolare. Collezione privata. Foto: Mart, Jacopo Salvi

Bruno Walpoth, Mateo, 2011, particolare. Courtesy Galerie Frank Schlag & Cie - Essen Foto: Mart, Jacopo Salvi

Bruno Walpoth, Mateo, 2011, particolare. Courtesy Galerie Frank Schlag & Cie – Essen Foto: Mart, Jacopo Salvi