LA LINEA D’ACQUA, Sara Palmieri — Fonderia 20.9, Verona

"Il mio intento è quello di partire da un evento fondante e traumatico della memoria locale e aprirlo a diverse interpretazioni, letture, parallelismi: spingerlo verso un futuro più ampio e libero dall’evento in sé, dalla costrizione del tempo e in qualche modo restituirgli immortalità.”
25 Dicembre 2021
Sara Palmieri, Eravamo terra da La linea d’acqua, 2020
Sara Palmieri, Matrice#0

La mostra intitolata La linea d’acqua – a cura di Fiorenza Pinna organizzata e allestita a Fonderia 20.9, lo spazio dedicato ai linguaggi della fotografia contemporanea di Verona – è una personale di Sara Palmieri, artista che vive e lavora a Roma. Di formazione architetto, Palmieri lavora da anni come scenografa ed interior designer per poi dedicarsi alla fotografia. 
I lavori in mostra, tutti legati alla sperimentazione fotografica in camera oscura, sono una ricostruzione personale dell’alluvione del Polesine del 14 novembre 1951: il disastro ambientale di quelle terre, uno dei più traumatici della storia d’Italia, è narrato dall’artista per frammenti fotografici andando a scandagliare le memorie personali e familiari.

Nella prima fase del lavoro ho interagito con diverse persone, oltre a qualche familiare più stretto, alla ricerca di memorie verbali dell’alluvione: era importante per me partire dalla trasmissione dell’esperienza, per poi mettere in atto una ‘traduzione’, lavorare sul tema dei linguaggi in relazione alle deformazioni dettate dal tempo e dallo spazio della soggettività. Il mio intento è quello di partire da un evento fondante e traumatico della memoria locale e aprirlo a diverse interpretazioni, letture, parallelismi: spingerlo verso un futuro più ampio e libero dall’evento in sé, dalla costrizione del tempo e in qualche modo restituirgli immortalità.” 

Ricostruzione non oggettiva e tentativo di ricucire la perdita del paesaggio sono le chiavi di lettura che invitano a osservare le immagini delle terre del Polesine, che l’artista ha realizzato sfruttando le proprietà fisiche dell’acqua del fiume: un’acqua che simbolicamente è usata da Sara Palmieri per trattare e lavare i negativi in camera oscura e che quindi concorre a costruire le forme dell’immagine poiché possiede una sua memoria, una sua storia, ed entra effettivamente, fisicamente, sulla superficie. 
La visione poetica dell’artista mostra le tracce invisibili di un trauma che il paesaggio ha vissuto e che si conserva anche nelle parole delle persone che erano presenti in quei luoghi in quell’epoca, come la madre e la zia intervistate a ricordare l’alluvione e le sue conseguenze: le loro voci infatti intervengono in un’installazione video all’interno della mostra per posizionare gli scatti nel contesto storico e intimo della vicenda familiare.
Gli scatti, invece, alternano immagini di orizzonti, di bande luminose, di linee di terra e di acqua, a immagini costruite, volutamente simboliche in cui per esempio si incontra una mano che sostiene una piccolissima casa in forma di miniatura: una mano che sostiene e trattiene il ricordo di un’architettura di famiglia che non c’è più. Oppure si incontra una fotografia di un campo deturpata da un buco nero.

Sara Palmieri, Per la prima e ultima volta#2, trittico da La linea d’acqua, 2020

“Il simbolo” spiega Palmieri “trattiene, tace, ma se interrogato risponde, e agisce come un oracolo perché a ognuno da una risposta diversa: è uno specchio, e in questo per me ha anche un forte valore spirituale. Trapassa la materia e la materialità, supera il visibile, il definito e definitivo, apre a molteplici interpretazioni.”

Le immagini astratte, d’altra parte, che nascono come errori fotografici ma che sono rese evocative dalla scelta dell’artista, sono visioni di paesaggio sfocate e nebbiose, costruite per fasce di buio e di luce che alludono a orizzonti piatti e paesaggi severi di pianura.

“I miei studi mi hanno dato un attitudine allo spazio che applico in vari momenti e su vari livelli: la scelta del taglio dell’inquadratura, i punti di attrazione di un immagine, i rapporti tra le forme e quindi il controllo di equilibri e disequilibri. Ma soprattutto il processo ha un’attitudine progettuale, va dall’idea fino alla realizzazione, passando per la sperimentazione, e qui avviene quello che in architettura in teoria non dovrebbe accadere: l’imprevedibile, l’errore e la deformazione sono spesso la folgorazione, il momento perfetto.”

Sara Palmieri realizza queste immagini lavorando sulla lentezza della riflessione e della contemplazione del paesaggio, utilizzando una macchina fotografica vecchia e rotta e lasciando che l’acqua sporchi l’immagine: dando vita in questo modo a forme indefinite, a spazi fluidi, macchie e ombre che definisce “portali”, perché nella sua visione aprono la possibilità di collegamento tra il passato e il presente del paesaggio come punti di passaggio.
Se l’alluvione come fatto privato e collettivo è un dato di fatto, un punto di partenza storico, gli scatti di Sara Palmieri aprono a spazi metafisici e atemporali, che travalicano la sensibilità e l’oggettiva riproduzione del reale in quanto sono traduzioni imperfette, filtrate dall’esperienza della narrazione e dell’osservazione.

Fino all’8 gennaio 2022

Fonderia 20.9 è uno spazio culturale che si occupa di fotografia contemporanea, fondato nel 2015 a Verona, Italia. Affianca mostre di artisti emergenti e affermati a progetti sul territorio in cui le persone interessate alle arti visive possono trovare condivisione e confronto. Fonderia 20.9 è anche una biblioteca selezionata, una sala di proiezione e un servizio di stampa e produzione. Il team di Fonderia è composto da Chiara Bandino, Emanuele Brutti, Francesco Biasi (fondatori e curatori), da Angelica Rivetti (assistente curatrice) e Alice Benza (Graphic Designer).

LA LINEA D’ACQUA, Sara Palmieri — Fonderia 20.9, Verona

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