Kristof Kintera, No One Has Nothing, 2019, installation view, room 1, z2o Sara Zanin Gallery Roma, photo by Giorgio Benni

“Gli uomini pagano l’accrescimento del loro potere con l’estraniazione da ciò su cui lo esercitano. L’estraniazione degli uomini dagli oggetti dominati non è il solo prezzo pagato per il dominio: con la reificazione dello spirito sono stati stregati anche i rapporti interni fra gli uomini, anche quelli di ognuno con sé stesso”

Dialettica dell’illuminismo, Max Horkheimer e Theodor Adorno

Krištof Kintera presso gli spazi della galleria romana z2o Sara Zanin Gallery dimostra lo spirito indomabile dell’artista ceco.
Kintera si confronta non soltanto con il più convenzionale degli spazi, ovvero il canonico white cube, ma si insinua all’interno dello spazio pubblico accogliendo lo spettatore sin dall’entrata con un lapidario cartello raffazzonato su cui campeggia la scritta No one has nothing, uno statement, uno dei tanti che ricorrono all’interno della mostra, e, al contempo, una dichiarazione sommessa, un atto di umiltà che invita ad accedere ponendosi in uno stato di ascolto.
Il progetto on site realizzato dall’artista – reduce da diverse e importanti rassegne come la collettiva You Got To Burn To Shine (2019), curata da Teresa Macrì presso la Galleria Nazionale d’arte moderna e contemporanea di Roma, e la partecipazione alla Triennale di Milano con il progetto Out of Power Tower (2019), una babele di pile alcaline che ricreano delle torri mostruose e perturbanti a metà strada tra fantastici castelli e lugubri luoghi abbandonati – è una riflessione a pieni polmoni sulle potenzialità dell’artista e del medium all’interno di un universo emotivo, sociale e politico che è sul punto di collassare.
Utopia e distopia si sovrappongono e confondono nella scissione incessante che domina la sfera del quotidiano e gli archetipi normati del mondo contemporaneo. L’ironia a questo punto diviene uno strumento sottile, che sconfina nel sarcasmo, nel riso amaro: una macchina del desiderio inceppata, guidata da un artista leviatano.

Kristof Kintera, No One Has Nothing, 2019, installation view, room 2, z2o Sara Zanin Gallery Roma, photo by Giorgio Benni

L’estetica DIY (Do It Yourself) e l’affezione per una dinamica collaborativa del lavoro sono due degli aspetti salienti del processo: l’intento è quello di ricreare un universo accessibile che tenga in considerazione la fascinazione per un macrocosmo infantile che ben presto rivela i suoi lati oscuri. La città, i cambiamenti che la interessano, le questioni ambientali, la fascinazione per la scienza sono soltanto alcuni dei temi ricorrenti.
La prima sala, volutamente caotica, sovrabbondante, reca un pavimento in pvc bullonato; sulle pareti e a terra i drawings di Kintera, un insieme di assemblaggi, a metà strada tra pittura e scultura, su cui sono impressi pensieri e parole che divengono ben presto l’eco di un suono sincopato e continuo che mescola voci stridule e luce. Come afferma l’artista: “disegnare è un mezzo molto personale per me, e quindi ritengo che sia molto importante, anche se la gente non mi associa a questo mezzo, mi considerano uno scultore. Non mi concentro sulla questione della pittura, su una tela tesa. Il mio punto è che un’area piatta di dimensioni piuttosto piccole consente di sviluppare cose che la scultura non consente di fare”. Un tasso impagliato, posto al centro tra i residui abbandonati di un ideale spazio di creazione, e per questo stesso motivo uno spazio da intendersi come luogo di lavoro e di realizzazione artistica, sorregge un cartello su cui la scritta I want to hear your problems (2019)pone il visitatore davanti alla frustrazione dell’aspettativa delusa. Forse è per questo che We all have that under our clothes (2018), installazione composta da luci e materiale elettrico, mima la completa perdita di identità, l’assenza dell’individuo che diviene un fantoccio inanimato costretto ad accendersi e spegnersi alternativamente senza alcuna possibilità di riscatto. La luce e l’elettricità, elementi intangibili eppure così presenti all’interno delle nostre vite, contengono un’essenza spirituale, conservano in un certo qual modo un aspetto miracoloso e banale allo stesso tempo.

Kristof Kintera, No One Has Nothing, 2019, installation view, room 3, z2o Sara Zanin Gallery Roma, photo by Giorgio Benni

La seconda e terza sala diventano, nel percorso tracciato da Kintera, i punti di snodo di questo ostico sentiero. Paradise Now (2009) è un’installazione in cui due transenne in acciaio zincato – ibridi di un mondo postnaturale in cui natura e cultura si confondono fino a rendersi irriconoscibili, barriere che circoscrivono, costituendo un impedimento, e, allo stesso tempo, una sfida continua al limite – oltre a delimitare lo spazio, introducono inaspettatamente la possibilità della scelta sotto l’auspicabile insegna dell’umiltà (Flags for a better future – Humility version, 2019). È così che nella terza sala l’allestimento si fa più disteso e arioso, con un ensamble di installazioni di importanti dimensioni come Memorial of the one thousand and one nights (2011), un’enorme torre di cuscini resinati, Weightlessness (2012), un tappeto fluttuante su cui sono appuntati dei calzini, e Disappearing (2013), scultura in resina epossidica e sale, cumulo di neve che ha ormai perso il suo candore. A partire dalla sovrapposizione di un duplice livello, familiare e perturbante, i lavori di Kintera sono in grado di riarticolare il senso della visione e la percezione dello spazio. L’associazione tra un oggetto d’uso comune e un elemento più velatamente perturbante ribadisce il continuo capovolgimento di senso proteso a suscitare in chi guarda una riflessione ulteriore. Krištof Kintera ricrea in tal modo un’ontologia postnaturale attraverso la continua riformulazione di codici linguistici e semantici, banali e assodati.

“Gli uomini pagano l’accrescimento del loro potere con l’estraniazione da ciò su cui lo esercitano. L’estraniazione degli uomini dagli oggetti dominati non è il solo prezzo pagato per il dominio: con la reificazione dello spirito sono stati stregati anche i rapporti interni fra gli uomini, anche quelli di ognuno con sé stesso”
(Dialettica dell’illuminismo, Max Horkheimer e Theodor Adorno).

Kristof Kintera, I Wanna Go Home Take Off This Uniform And Leave The Show, 2011, Polyurethane, styrofoam, skibooth and polished stainless steel, cm 245 x 50 x 35
Kristof Kintera, Lets Make Things Better Again, 2019, Mixed media on board, cm 103 x 73