Installation view Io dico Io – I say I – Galleria Nazionale, Roma – Photo Alessandro Garofalo . .
Installation view Io dico Io – I say I – Galleria Nazionale, Roma – Photo Alessandro Garofalo

È il 1977, l’anno della morte di Giorgiana Masi durante la manifestazione per le celebrazioni del referendum abrogativo sul divorzio del 1974, l’anno della prima udienza contro i capi storici delle Brigate Rosse, l’anno in cui esce il secondo manifesto di Rivolta femminile, Il Manifesto di Rivolta – Io dico io: Chi ha detto che l’ideologia è anche la mia avventura? / Avventura e ideologia sono incompatibili / La mia avventura sono io. Inizia dall’assertività di un soggetto che prende gradualmente coscienza di sé e dell’altro, il viaggio verso un’avventura che ha portato Carla Lonzi ad abbandonare l’arte per abbracciare una programmatica adesione al femminismo nelle sue istanze politiche militanti e speculative. 

Io dico Io, curata da Cecilia Canziani, Lara Conte e Paola Ugolini alla Galleria Nazionale di Roma, prende avvio dall’affondo all’interno di questo retroterra per raccontare, attraverso le opere di circa cinquanta artiste, l’irradiarsi di una prospettiva altra – o meglio, di una molteplicità di prospettive non univoche – sigillata dallo sguardo vigile di diverse generazioni in dialogo, per affinità e consonanze ma anche per contrasti. Dopo l’acquisizione da parte del Museo dell’archivio di Carla Lonzi, che dal 2018 si sta procedendo a inventariare e indicizzare, la Galleria Nazionale, sotto la direzione di Cristiana Collu, ha ancor più sottolineato l’importanza di un ripensamento attivo delle pratiche e dei linguaggi legati al femminile, in un’ottica spesso apertamente femminista, assumendo in qualità di istituzione museale certamente un ruolo pionieristico e un posizionamento ben chiaro. 

Carla Accardi, Pippa Bacca, Vanessa Beecroft, Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Irma Blank, Renata Boero, Monica Bonvicini, Benni Bosetto, Chiara Camoni, Ludovica Carbotta, Lisetta Carmi, Monica Carocci, Gea Casolaro, Adelaide Cioni, Daniela Comani, Daniela De Lorenzo, Maria Adele Del Vecchio, Federica Di Carlo, Rä di Martino, Isabella Ducrot, Bruna Esposito, Cleo Fariselli, Giosetta Fioroni, Jacky Fleming, Linda Fregni Nagler, Silvia Giambrone, Laura Grisi, Ketty La Rocca, Beatrice Meoni, Marisa Merz, Sabrina Mezzaqui, Camilla Micheli, Marzia Migliora, Elisa Montessori, Maria Morganti, Liliana Moro, Alek O., Marinella Pirelli, Paola Pivi, Antonietta Raphaël, Anna Raimondo, Carol Rama, Marta Roberti, Suzanne Santoro, Marinella Senatore, Ivana Spinelli, Alessandra Spranzi, Grazia Toderi, Tatiana Trouvé e Francesca Woodman: una sequenza di nomi appartenenti alle artiste pioniere degli anni Sessanta e Settanta e ad artiste di “seconda e terza generazione”, in un dialogo che intenzionalmente le tre curatrici mantengono aperto, allontanando progressivamente lo spettro di una risposta univoca e lasciando intendere che a costituire un baricentro importante sia proprio il necessario ripensamento della categoria di tempo nella sua linearità universalmente accolta.

Installation view Io dico Io – I say I – Galleria Nazionale, Roma – Photo Alessandro Garofalo
Lisetta Carmi I travestiti, La Gilda, 1965-1967 fotografia b/n 24×30; cc47x57x2,5 ® Lisetta Carmi – Martini & Ronchetti

Il lascito lonziano è una sottotraccia, liberamente declinata e declinabile, tenendo conto di due aspetti: l’influsso diretto esercitato da Lonzi sulle artiste femministe italiane degli anni Sessanta e Settanta – in maniera indiretta, anche su quelle artiste mai dichiaratesi apertamente femministe, come Carol Rama e Ketty La Rocca, ma sempre coscienti della precedenza da accordare alla costruzione di una soggettività dirompente e tutta al femminile; più largamente, l’urgenza, assolutamente attuale, di ripensare talune categorie ormai sclerotizzate, riportando il discorso sull’arte al punto di vista delle artiste e delle loro opere. Una preminenza indubbia viene così accordata a un ripensamento dei modelli storiografici tradizionali – aspetto questo che sposa perfettamente l’interesse vivo per Lonzi a mettere in discussione quelle cronologie inossidabili della storia e della cultura che per molto, troppo, tempo hanno tagliato fuori i nomi delle artiste dalle grandi narrazioni: questo, potremmo dire, è un elemento che accompagna e rende coerenti le scelte curatoriali, che prendono le mosse non dalla successione di movimenti e stili, ma da un concerto polifonico in cui le voci e le soggettività di artiste, molto diverse tra loro per generazione e pratiche espressive, si mostrano al pubblico anche in continuità con gli allestimenti della Galleria Nazionale. Ecco allora che la temporalità, intesa come non lineare e non data dal susseguirsi cronologico degli eventi, entra in gioco prepotentemente come mezzo potente di stravolgimento del canone alla stessa stregua dell’anacronismo rinobilitato da Didi-Huberman. È anche per questo motivo forse che Io dico Io riflette in senso ampio sulconcetto di geneaologia,stabilendo una dimensione di filiazione che oltrepassa il tempo lineare, le discendenze dirette e le analogie stringenti, per approdare a una sensibilità condivisa, e cosciente, quella stessa sensibilità che in qualche modo i gruppi di autocoscienza degli anni Sessanta e Settanta hanno sollecitato facendo incontrare tra loro tutte quelle madri, quelle figlie, quelle amiche e sodali, che hanno posto al centro della loro rivendicazione una rinnovata consapevolezza delle soggettività, della sessualità, del quotidiano. Non è un caso che un’installazione straordinaria come “Origine” di Carla Accardi, un’opera in sicofoil trasparente, palinsesto di fotografie attraverso cui l’artista ricostruisce la propria genealogia familiare da un punto di vista sia personale che collettivo, costituisca, concettualmente, uno dei perni su cui si innesta l’ampio dialogo sceneggiato nel Salone Centrale, ponendo a confronto, tra le altre, Carol Rama, Suzanne Santoro, Ketty La Rocca, Chiara Camoni, Irma Blank, Rossella Biscotti, privilegiando la differenza come categoria, estetica, formale e concettuale, da praticare, esercitare e rivendicare.

Carol Rama Appassionata, 1943 Acquerello e matita colorata su carta 23,5×18; cc65,5x55x2,5 Collezione privata; Torino Photo Pino Dell’Aquila © Archivio Carol Rama, Torino
Installation view Io dico Io – I say I – Galleria Nazionale, Roma – Photo Alessandro Garofalo . .

Dal Salone Centrale, a cui siamo introdotti dall’installazione luminosa di Marinella Senatore, “Assembly”, che reca la scritta  “Remember the first time you saw your name”, la mostra fa le proprie incursioni all’interno del riallestimento di “Time is out of joint”, inserendo nel percorso museale sia opere dalle collezioni della Galleria Nazionale – alcune delle quali raramente o mai esposte – sia prestiti esterni, e presentando per la prima volta al pubblico i materiali dell’Archivio Carla Lonzi, consultabili online su Google Arts & Culture all’indirizzo g.co/womenup. Come scrive Cecilia Canziani nel testo curatoriale in catalogo “La mostra che abbiamo immaginato in questo museo evoca in filigrana l’immagine ideale di una stanza e ha come nucleo l’archivio Lonzi: è pensata come una risonanza tra la collezione; l’archivio dei materiali appartenuti a Carla e Marta Lonzi acquisiti dal museo; una serie di opere che si offrono come una costellazione o un dialogo; le commissioni che attivano l’archivio. Non una mostra, insomma, ma un sistema di racconti che si sovrappongono, soprattutto non una nuova costruzione di mitologie femminili, ma il tentativo – favorito dall’allestimento del museo che segue un criterio non cronologico, policentrico e in costante trasformazione – di aprire uno spazio d’indagine che per accostamenti, ripetizioni – anche lacune – aiuti a ritrovare nei gesti, nelle voci e nelle pratiche le nostre genealogie, e attraverso il riconoscimento, auspicare quel lavoro di decostruzione della storia dell’arte (il mito culturale) e degli strumenti della critica (l’autorità) di cui Lonzi tra le prime ha dichiarato l’urgenza”.
L’universo femminile, nella sua autorappresentazione e dimensione simbolica, viene dunque valorizzato  come “soggetto imprevisto”, per citare Lonzi, ovvero come soggetto femminile e femminista che rivendica con forza la necessità di dare forma a un microcosmo non più relegato in maniera esclusiva, ed elusiva, alla sfera dell’intimità, ma aperto e in trasformazione. Quella che qui compare è una “corporeità fungente”, come la definisce Husserl, che ritrova se stessa nell’essenzialità del gesto e al di sopra della spettacolarizzazione dell’azione.
La mostra diventa allora un dispositivo per attivare delle narrazioni in cui il corpo – terreno di battaglia, catalizzatore di azioni, elemento sensibile su cui si inscrivono le componenti affettive, attive, di ritrattazione dei generi prestabiliti (Ketty La Rocca, Carola Rama, Suzanne Santoro, Marisa Merz, Lisetta Carmi, Daniela Comani, Benni Bosetto, Adelaide Cioni, Silvia Giambrone, tra le altre) – l’autorappresentazione e il racconto del sè vivono nella continuità di un lessico plurale che manifesta tutta la sua indipendenza.
”Riconosciamo il carattere mistificatorio di tutte le ideologie, perchè attraverso le forme ragionate di potere (teologico, morale, filosofico, politico), hanno costretto l’umanità a una condizione inautentica, oppressa e consenziente” [dal Manifesto di Rivolta femminile, 1971]: ancora una volta la voce delle donne si leva all’unisono cercando consciamente di rimodulare la percezione del sè e dell’altro per ribadire senza timore il valore aggiunto della differenza. 

Installation view Io dico Io – I say I – Galleria Nazionale, Roma – Photo Alessandro Garofalo
Beatrice Meoni Caduta, 2019, olio su tavola, cm 60×50 photo C. M. Santini courtesy Cardelli & Fontana