• Uriel Orlow, What plants were called before they had a name - Installation view - PAV, Torino
  • Uriel Orlow, (Wild Almond, Cape Town) - The memory of Trees, 2016-17, Series of b/n photographs 120 x 150 cm
  • Uriel Orlow, Geraniums Are Never Red (I gerani non sono mai rossi) 2016-17 Cartoline / vintage postcards, wallpaper - PAV, Torino
  • Uriel Orlow, Geraniums Are Never Red (I gerani non sono mai rossi) 2016-17 Cartoline / vintage postcards, wallpaper - PAV, Torino
  • Uriel Orlow, Medicinal plant manual, 2017, Series of 4 posters - PAV, Torino
  • Uriel Orlow, What plants were called before they had a name - Installation view - PAV, Torino
  • Uriel Orlow, Muthi, 2016-17, Single channel HD video with sound, 17’ - Frame
  • Uriel Orlow, The Fairest Heritage, 2016-17, Single channel video, 5’ 22”

Ha inaugurato il 4 novembre la mostra Prima che le piante avessero un nome dell’artista svizzero Uriel Orlow (1973) presso il Parco Arte Vivente di Torino, a cura di Marco Scotini. Abbiamo incontrato l’artista e il curatore per alcune domande riguardo questo progetto che indaga come il colonialismo abbia assimilato a sistemi occidentali la flora locale e cambiato il rapporto fra popolazioni e ambiente.

Segue l’intervista con l’artista e alcune domande al curatore Marco Scotini —

ATP: Al PAV di Torino presenterai parte del progetto “Theatrum Botanicum”, puoi parlarci di questa ricerca?

Uriel Orlow: Il progetto “Theatrum Botanicum” è iniziato durante una residenza che ho fatto in Sudafrica. In questo progetto cerco di vedere le piante come testimoni e attori nella storia, come agenti dinamici; unendo uomo e natura, medicina tradizionale e medicina rurale, tradizione e modernità, fra diverse geografie, storie e sistemi di conoscenza. Al PAV quindi mostrerò opere sonore, film, fotografie, wallpaper e altro materiale proveniente da questa ricerca.

ATP: Da dove nasce il tuo interessa per la botanica? Come e cosa può la botanica, come disciplina in sé, dirci delle interazioni umane?

UO: Il tutto partì un po’ di tempo fa quando stavo lavorando in Palestina; lì ho scoperto un archivio di fotografia stereoscopica degli anni venti sulla flora locale. Dal momento che c’erano sempre due foto dello stesso soggetto queste fotografie, in qualche modo, mi prefiguravano la divisione in due che sarebbe stata fatta nel 1948.
La botanica come disciplina è parte della storia umana e ovviamente, in quanto tale, non è neutra.
Perciò, il colonialismo europeo in Sudafrica, come dovunque, fu preceduto e accompagnato da spedizioni che miravano a mappare il territorio e a classificare le risorse naturali, facilitando la strada a chi successivamente sarebbe venuto a occupare e a sfruttare queste ricchezze. La supposta scoperta e la successiva classificazione di piante ha disconosciuto e dimenticato il sapere botanico preesistente autoctono e ha imposto il sistema di classificazione Linneano e la sua particolare razionalità europea, dimentico del sapere orale che si tramandava localmente.

ATP: In “Prima che le piante avessero un nome”, vediamo come le culture locali si relazionavano con l’ambiente in cui vivevano e come i loro rapporti siano stati mutati dal colonialismo, l’economia e le relazioni di potere. Possiamo considerare il tuo lavoro come un tentativo di superare il lungo e conflittuale dibattito tra natura e cultura?

UO: Non credo che la dicotomia natura-cultura sia ancora oggi sostenibile, personalmente, preferisco usare il termine “naturacultura” [sic] che punta precisamente alle interconnessioni di entrambe e mostra che la prima non può essere pensata senza la seconda. Se noi non diamo priorità al punto di vista umano rispetto il resto del mondo, possiamo iniziare a considerare anche la sfera botanica come un agente, perciò dovremmo considerare le nostre azioni e la storia della nostra relazione con essa da un punto di vista più etico.

Uriel Orlow, What plants were called before they had a name - Installation view -  PAV, Torino

Uriel Orlow, What plants were called before they had a name – Installation view – PAV, Torino

Un paio di domande al curatore —

ATP: Come s’inserisce “Prima che le piante avessero un nome” all’interno della serie di mostre che stai curando al PAV?

Marco Scotini: La nuova mostra di Uriel Orlow per il PAV chiude un progetto espositivo in più tappe iniziato un anno fa a The Showroom di Londra, dal titolo “Mafavuke’s Trial and Other Plant Stories”. Recentemente un’altra personale al Parc Saint Léger ha aggiunto altre componenti importanti sotto il titolo di “Theatrum Botanicum: The Memory of Trees”. Infine, questa del PAV, presenta la completa trilogia filmica di Mafavuke assieme ad altri lavori tra cui la straordinaria installazione sonora “What Plants Were Called Before They Had a Name”. Come altri artisti, che in più occasioni abbiamo presentato al PAV, questo capitolo sudafricano rientra nel più generale progetto sul ruolo delle piante nel colonialismo storico e nelle forme estrattive del neocolonialismo contemporaneo. C’è tutta una nuova generazione di artisti che cerca di restituire una storia politica al mondo vegetale. A parte Marjetica Potrc che è una sorta di nume tutelare in materia – e di cui abbiamo presentato e pubblicato “The Soweto project” – mi vengono in mente nomi come quello di Pedro Neves Marques, di Filipa César o di Ursula Biemann. Dunque direi che questo importante lavoro di Orlow va nella stessa direzione, su cui il PAV tornerà prossimamente con indagini sul Congo, sulla Cina e il Sud Est asiatico. Con la mostra “Vegetation as a political agent” nel 2014, credo che abbiamo chiaramente aperto una strada di ricerca.

ATP: La mostra di Uriel Orlow, che dopo due anni torna a Torino, mostra dunque le connessioni fra discipline scientifiche, politiche coloniali e capitalismo; in che modo secondo te la pratica artistica ha effettivamente modo di mostrare le contraddizioni e i conflitti esponendoli?

MS: Ci sono due modalità di mostrare, o di dimostrare, che mi riguardano: una ha a che fare con le modalità di un realismo ostinato (e tutta l’esperienza decennale di “Disobedience Archive” è improntata su questo); l’altra è quella che propone l’idea di un teatro che non fa altro che mostrare l’artificio di cui è fatto. Tanto per intenderci da Brecht a Bachtin. Quest’ultima tendenza si serve della maschera, o della fiction, per smascherare. La straordinaria trilogia filmica di Mafavuke, ad esempio, è costruita così. Orlow ha messo in scena una corte giuridica o un tribunale che è l’equivalente dello spazio teatrale, in cui ciascuno recita una o più parti e fa vedere che ‘sta recitando’. Le stesse maschere del teatro politico e militante di Gilardi mettono in scena una finzione che rovescia i rapporti tradizionali e che ho chiamato “carnevalizzazione”. Nel caso di Orlow la fiction è meno evidente ma non meno effettiva: c’è la stessa volontà di mettere a nudo la realtà e, in questo caso, il nostro passato coloniale. Che poi tutto il suo discorso parta dalla pura tassonomia scientifica delle piante rende ancora più sottilmente violenta la costrizione che la conoscenza esercita sulle cose rappresentandole in un sistema di nomi, in un sistema di maschere.

Uriel Orlow, Geraniums Are Never Red  (I gerani non sono mai rossi) 2016-17 Cartoline / vintage postcards, wallpaper - PAV, Torino

Uriel Orlow, Geraniums Are Never Red (I gerani non sono mai rossi) 2016-17 Cartoline / vintage postcards, wallpaper – PAV, Torino

Uriel Orlow, Untitled Plant Portraits (MUTHI), 2017, Series of prints on PVC, 200 x 200 cm - PAV, Turin

Uriel Orlow, Untitled Plant Portraits (MUTHI), 2017, Series of prints on PVC, 200 x 200 cm – PAV, Turin

Uriel Orlow, The Fairest Heritage, 2016-17,  Single channel video, 5’ 22”

Uriel Orlow, The Fairest Heritage, 2016-17, Single channel video, 5’ 22”