Balthasar Burkhard, © Giulio Boem / @giulioboem

Balthasar Burkhard, © Giulio Boem / @giulioboem

Fino al 17 dicembre 2017 è in corso nella sede dell’Istituto Svizzero di Milano una mostra personale dell’artista svizzero, di recente scomparso, Balthasar Burkhard.
È conosciuto a livello internazionale per la potenza espressiva delle sue fotografie, per la sottile linea teorica che sta dietro ogni suo scatto, per i contrasti forti e ombrosi, per le vedute delle città fatte dall’aereo, per i suoi animali silenti, per i fiori…

Balthasar Burkhard (Berna, 1944-2010) è stato allievo dal 1961 al 1964 del fotografo bernese Kurt Blum. Nel 1965 apre il suo studio e lavora freelance. Come cronista della Kunsthalle Bern mantiene rapporti stretti con artisti e curatori. Insieme a Harald Szeemann viaggia e documenta diversi centri d’arte quali la Biennale di Venezia. Nel 1968 comincia a collaborare con gli architetti Atelier 5 e fotografa il loro lavoro per diversi anni. Nel 1977 Balthasar Burkhard ha la sua prima personale alla galleria Zolla/Lieberman di Chicago. Importanti mostre istituzionali includono: Kunsthalle Basel, il Musée Rath, Ginevra; iI Centre d’Art Contemporain Genève, Ginevra; il Louisiana Museum of Contemporary Art, Humblebaek;  la Biennale di Venezia; la Kunsthaus Zurich; e La Fondation Cartier pour l’Art Contemporain, Parigi. Il Museo Folkwang in Essen sta ospitando una sua grande retrospettiva itinerante.

ATPdiary ha posto alcune a Samuel Gross, head curator Istituto Svizzero e curatore di questa mostra.

ATP: In mostra ci sono le serie di paesaggi urbani “Napoli” e “Messico”. Attraverso un contrasto forte tendente verso l’ombra, spesso queste foto danno luogo a immagini quasi astratte, in cui l’elemento umano scompare ed emerge una fitta rete di vie e viali, case e palazzi davanti a cui davvero ci si chiede come lì ci siano infiniti mondi emotivi. Ce ne parleresti?

Samuel Gross: Iniziamo col dire che queste immagini sono prese dall’alto, da una posizione molto elevata, raggiunta attraverso l’uso di elicotteri. Questo crea una prospettiva specifica sulla città, straniante e in un certo senso astratta, come dicevi. Una visione che disvela la struttura urbana ma allo stesso tempo la annulla, mostrando una matrice che si ripete quasi uguale in tutti i paesaggi. Viene quindi allo stesso tempo mostrata e negata una identità.

ATP: Sono esposte poi fotografie più recenti di fiori, in cui Balthasar Burkhard abbandona il bianco e nero e si serve di colori intensi e vivi. Che significato assume questa scelta?

SG: Balthasar Burkhard è un artista concettuale, e in queste immagini gioca con la tecnica per parlarci della storia: una storia che solo apparentemente procede in modo naturale dal bianco e nero verso il colore. Sappiamo che non è andata così, e che questo ordine è il risultato di scelte che hanno preferito alcune tecniche rispetto ad altre. Con la serie di immagini dei fiori di cui parli, Burkhard richiama questo tema, rivelandoci la sua profonda conoscenza della storia della fotografia.

ATP: Con quali criteri hai curato l’allestimento della mostra? Che risultato volevi ottenere?

SG: Questa mostra non vuole essere una retrospettiva, una mostra storica. Piuttosto ho cercato di produrre un confronto tra due serie di immagini. Anche se nelle foto viene mostrato solo un reticolo di strade, entrambe le città ritratte (Napoli e Città del Messico) sono città barocche. La natura morta, rappresentata dai fiori, è anch’esso un classico tema barocco, che nella mostra viene amplificato dalle pareti colorate dietro le foto. In questo senso c’è un collegamento, con cui ho provato a giocare.
Aggiungo che per quanto riguarda una retrospettiva più completa del lavoro di Balthasar Burkhard, è in corso al Museum Folkwang di Essen (e prossimamente al MASI di Lugano) una mostra che riguarda la sua intera carriera.

Balthasar Burkhard, © Giulio Boem / @giulioboem

Balthasar Burkhard, © Giulio Boem / @giulioboem

ATP: Parlando di fotografia, sorge spontanea un’altra domanda: quanto c’è di documentario e oggettivo e quanto, invece, di soggettivo e voluto? Alcuni scorci o certe inquadrature sembrano permeare la visione di un silenzioso messaggio emotivo, ma potentissimo.

SG: Dobbiamo partire dal fatto che Balthasar Burkhard non è stato ‘soltanto’ un fotografo: si è interessato dell’immagine in sè. Non dimentichiamo poi il suo stretto rapporto con il mondo dell’arte contemporanea, e la sua lunga collaborazione con il curatore Harald Szeemann, di cui ha curato la documentazione fotografica per anni. Per Burkhard la foto non è semplicemente un documento, ma lo sviluppo di un punto di vista soggettivo sulla realtà. Questo approccio lo ritroviamo anche nelle sue opere di grandi dimensioni, in cui traspare anche una grande attenzione per l’oggetto-stampa.

ATP: Ci sono delle regole che Balthasar Burkhard si dà nel fotografare? Oltre che a livello tecnico, forse anche teorico? Nelle serie, manipola la macchina fotografica con una tale intensità da chiedersi davvero cosa stesse cercando in tutti quegli scatti del medesimo soggetto.

SG: Balthasar Burkhard si è spesso descritto come un artigiano. Ha tentato di esserlo nel migliore dei modi possibili, e penso che questa tensione verso un livello di competenza e maestrìa così alto ha finito per portarlo ad un approccio concettuale verso il suo lavoro.

ATP: In occasione di una sua mostra alla Galerie Aline Vidal, si è parlato di un effetto-quadro, tanto da dire che ci fossero delle affinità con Courbet, con l’astrazione, l’iperrealismo, l’attenzione alla vita moderna. Tu cosa pensi a riguardo?

SG: Il tuo elenco è interessante, perchè ci fa capire quanto sia profondo il legame tra Burkhard e l’arte. Questo viene dalla sua particolare attenzione per l’immagine, un aspetto che mette il suo lavoro direttamente in relazione con la storia della pittura. Il suo gusto particolare per gli oggetti, le sue stampe di grandi dimensioni, l’attenzione per la qualità delle cornici, dell’installazione, per la  precisione: tutti elementi che ci confermano come la figura di Burkhard sia quella di un grande artista contemporaneo.

Balthasar Burkhard, © Giulio Boem / @giulioboem

Balthasar Burkhard, © Giulio Boem / @giulioboem

Balthasar Burkhard, © Giulio Boem / @giulioboem

Balthasar Burkhard, © Giulio Boem / @giulioboem

Balthasar Burkhard, © Giulio Boem / @giulioboem

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