Silvia Hell, exhibition view - Air

Silvia Hell, exhibition view – Air

Fino al 28 aprile 2018 la galleria A+B di Brescia presenta una mostra personale di Silvia Hell (Bolzano, 1983), intitolata Increasing the Wind Pressure, con la curatela di Gabriele Tosi. Come si può leggere nel comunicato stampa, la mostra “oscilla tra i limiti tecnici della riproducibilità e gli sconfinamenti propri dell’atto di rappresentazione, chiamando il pubblico a osservare come in ogni forma di storia o di racconto sia in qualche modo presente una sostanza non confinabile all’interno del meccanismo descrittivo della stessa. Attraverso un particolare uso di standard tecnici antichi e contemporanei, di modelli e strumenti sviluppati per preservare e condividere memorie specifiche e individuali, la mostra si presenta così come un concerto che sta avendo luogo in una stanza insonorizzata. Dal corridoio potresti, forse, origliare qualcosa”.

ATPdiary ha posto alcune domande all’artista e al curatore.

ATP: Vorrei partire da una frase del comunicato stampa che introduce la tua mostra: “la mostra si presenta come un concerto che sta avendo luogo in una stanza insonorizzata”. Mi spiegheresti meglio come i lavori che presenti e il modo in cui li disponi possono portarci a vivere questo?

Silvia Hell: La mostra riguarda l’indistinguibilità tra conosciuto e percepibile. Lavora sugli scarti tra il registrato e l’esperito. Ho voluto unire il tempo e lo spazio di registri molteplici senza annullarli, il suono non è tanto la sua immagine quanto l’immagine che del suono ci costruiamo.

ATP: Mi parleresti della serie Air e la scultura in ottone Voci di Corridoio, le opere che presenti in mostra? In qualche modo nei tuoi lavori appare un sentore musicale dato dai fori delle carte o dell’ottone e anche dai vari segni di cui ti servi, che possono apparire anche come note o risultati di registrazioni sonore. Come mai c’è questo aspetto?

SH: Da una parte una musica perfettamente codificata è caricata dell’aria che le permetterà di suonare, dall’altra informazioni indecifrabili attraversano uno spazio e lacerano la sua oggettualità.
Nel 2008 il Parlamento Europeo ha prodotto un testo di riferimento per monitorare la qualità dell’aria. Ho deciso di approcciarmi a questo documento come fosse un testo musicale, anziché leggerlo ho iniziato a cantarlo ripetutamente su basi blues. Mi interessava il ritmo delle informazioni, la possibilità di un regolamento di imprimersi in un substrato emotivo.
Fra gli intenti del documento mi è rimasto impresso l’accento sull’importanza della diffusione pubblica dei dati sulla qualità dell’aria, mi sono chiesta se attraverso questi dati che potevo facilmente consultare potessi assistere a una forma d’espressione del reale. Ho quindi deciso di usare questo materiale grezzo e trasformarlo in una visualizzazione che lo liberasse delle proprie istruzioni in modo tale da far emergere una partitura dell’aria.
Definiti i parametri e le regole per la traduzione di sette sostanze inquinanti nell’aria di Milano misurate in 10 anni, per giorni e giorni ho letto tabelle e collocato rettangoli colorati nella mia griglia.
Un altro registro riguarda la musica, ho stampato la mia restituzione visiva su segmenti di rulli traforati per autopiano di inizio ‘900 (che funzionano in maniera pneumatica), comprati da una collezione privata di Milano, dove negli ultimi decenni hanno assorbito l’aria della città.
Air è quindi la partitura di un’improvvisazione tra i due linguaggi – strumenti.
I fori sono un passaggio aperto da flussi (ora) invisibili, spazi in cui le informazioni continuano a fluire, perenni modifiche alla struttura in cui insistono. Voci di Corridoio è ottone pieno e solido attraversato in diverse direzioni da fori di diversa misura. Qui, diversamente da Air, le informazioni non sono codificate ma, non di meno, dirottano la strutturalità della materia che permette loro di manifestarsi. A molti ricorda un flauto ma non è pensato per essere suonato, è pensato per restituire un’immagine di un rumore che sta avvenendo intorno a noi, più udibile se la pressione del vento aumenta.

ATP: Cosa pensi del rapporto mai risolto tra scienza e verità? Se si parla di scienza si parla sempre di interpretazione (non è così per la matematica). Che valore ha quindi per te il lavoro di revisione di un dato elenco di nozioni o dati che si dà, per abitudine o sopravvivenza, per inconfutabile?

SH: Ho una fascinazione per i linguaggi che si incrociano, per convinzioni che sono figlie di diversi percorsi che in qualche modo convivono nell’interpretazione che si ha di ciò che ci sta intorno. Negli ultimi anni mi sono impegnata con Helga Franza nell’organizzazione di Cose Cosmiche. Attraverso una serie di interventi, il progetto fa incontrare figure provenienti da diversi ambiti, tra cui molti scienziati. Mi ha colpito il rapporto tra scienziati teorici e scienziati sperimentali. Semplificando, uno scienziato sperimentale opera tramite il pretesto della teoria ma ciò che lo diverte di più, quasi una vendetta, è lo scoprire un qualcosa che mette in crisi la teoria su cui si basa. Guardando la dinamica da lontano, come fosse un corpo unico, si ha l’idea di una forma che deve continuamente ritrovare equilibrio siccome degli imprevisti (scoperte) la attraversano, prima o poi la forma si rompe o risulta insufficiente (o limitata) e il modello generale deve cambiare. Voci di corridoio è anche questo.
Si tratta di guardare ad un dato elenco di nozioni in altri termini.

ATP: Nel testo che hai scritto in relazione alla mostra, fai un’affermazione interessante: “Penso che opere come questa stiano ormai superando il confronto che fu necessario con quegli immensi detriti di conoscenza ready-made che si muovono a flussi come nella coda di un meteorite: forme di un sapere segmentato nei supporti e in ognuno di noi ma universale e totalitario nel potere che deriverebbe dal suo pieno possesso”. Mi spiegheresti meglio questa tuo pensiero anche magari in relazione ad altre ricerche che oggi potrebbero rientrare in questa dimensione?

Gabriele Tosi: Il download, Wikipedia, La banca mondiale dei semi, il data mining, la mailing list, ecc. Il concetto espresso riguarda la celebrazione del documento, la proliferazione degli archivi, riguarda l’utopia di un potere che naturalmente deriverebbe dal controllo del Sapere e della limitazione delle sue forme: è il divide et impera dei totalitarismi mentali più evoluti. L’uomo militare – raccoglitore sostituisce l’uomo cacciatore – seminatore attuando meccanismi che conducono, attraverso affascinanti mitopoiesi della quantità, ad attribuire valori oggettivi al capitale materico e teoretico, alla conservazione organizzata dello stesso piuttosto che all’esperimento della rimessa in gioco. La mia impressione è che certa arte concettuale si sia spesso prestata alla paura del diverso e dell’ignoto accumulando con logica e rigore diverse versioni del conosciuto o mostrando con intelligenza e leggerezza la sua capacità di tradurre, riconoscere e sistemare. Se tale asserzione risulta in qualche modo vera, questa pone le sue radici più recenti nelle drammatiche necessità autoriflessive dell’occidente post-bellico ma sconfina nell’accettazione passiva o restaurativa di sistemi e funzioni. Lavori come quello di Hell non rifiutano dell’arte la qualità logica di render conto della complessità ma nondimeno la utilizzano per fini meno servili della conservazione dello stato delle cose. La sfruttano come innesco per invenzioni laterali, per pensieri non funzionali (per dirla, ad esempio, con Pietroiusti). In sostanza, è più facile vedere come inarrestabile un flusso quando trabocca da un contenitore ormai pieno.      

ATP: Come vedi questi tentativi che si dispiegano nel dare forma e misura a quello che tu chiami “etereo” o “reale”? Che valore hanno la regola, il rituale? Penso anche alla metrica poetica, e ai neometricisti contemporanei, che rientrano nel “canone” per avere un margine al surplus, che si esprime meglio nella consapevolezza di poter essere contenuto.

GT: Penso che abbia a che vedere con l’esistenza intesa come insieme di moti facilmente definibili se espressi in uno spazio già definito. Se si è convinti di girare in un circuito già tracciato e monodirezionale ecco che un andamento a singhiozzo, una frenata o un’accelerazione improvvisa, possono creare derive di libertà. Il rito ha qui un valore di ritiro, il rituale ne ha uno blasfemo, la regola quello di un consapevole (?) atto non sense. Con intenti simili la volontà di dare forma all’etereo intende azzerare gli aspetti assertivi e autoriali della rappresentazione, mettendo in luce come il fatto compiuto non sia l’invenzione di un atto ma la sua scoperta. L’esperimento continua a compiersi attraverso dinamiche distanti dalla riproduzione, vicine alla ricreazione.

Silvia Hell, Voci di Corridoio, brass, 120,5x4 cm, 2018

Silvia Hell, Voci di Corridoio, brass, 120,5×4 cm, 2018

Detail Silvia Hell, Voci di Corridoio, brass, 120,5x4 cm, 2018

Detail Silvia Hell, Voci di Corridoio, brass, 120,5×4 cm, 2018

Silvia Hell, detail. Print on piano roll .

Silvia Hell, detail. Print on piano roll .

Silvia Hell, Voci di Corridoio, print on piano roll, 30x 21,7 cm, 2018

Silvia Hell, Voci di Corridoio, print on piano roll, 30x 21,7 cm, 2018