Lucia Cristiani, How far should I go to explode? (Act II), video frame – House of Displacement, 2019, Turin – Ph. Mattia Pastore, courtesy the artist and CampoBase

 “Il concetto di identità viene meno per essere sostituito da quello di multividuo, ossia una moltiplicazione di “ii” che fluttuano in un continuum spazio-temporale” 
(Massimo Canevacci).

Parlando del festival House of Displacement, non si può non pensare alle figure del vagabondo e del turista nella società liquida di Zygmunt Bauman: per quattro giorni, dal 3 al 6 ottobre appena trascorsi, la città di Torino si è trasformata in un palcoscenico itinerante, caratterizzato da un programma di eventi performativi e incontri teorici diffusi per la città.
Il regista della pièce è CampoBase, l’curator-run space torinese temporaneo e in continua trasformazione, nato quest’anno e ideato dai partecipanti a Campo18, il corso per curatori della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Il progetto si configura dunque come tappa conclusiva dell’edizione di Campo18 ed è promosso dalla Fondazione Sandretto, con il sostegno della Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT.

Gli interventi dell’intensa programmazione hanno l’obiettivo di riflettere sulla nuova condizione di abitabilità imposta dai fenomeni di gentrificazione e alienazione, condizioni ormai vitali della società contemporanea. Tra i vari aspetti che è possibile elencare, spicca senz’altro la natura partecipativa dei singoli eventi del festival, quasi fossero episodi coinvolgenti ed immersivi di un unico racconto, raccordati tra loro grazie a un accuratissimo montaggio: cambi di set, accelerazioni temporali e salti nel tempo. 
In un panorama così variegato, le derive concettuali sono tra le più ampie: qual è la realtà di cui facciamo esperienza ogni giorno? Come si sviluppa nel tempo e nello spazio la nostra condizione di cooperazione e di individualità in una società complessa, condivisa ma dislocata?
Questi e tanti altri temi vengono toccati nella conversazione che segue, in cui il team di CampoBase racconta il progetto: dall’ideazione all’articolato, articolatissimo palinsesto, dai singoli interventi degli artisti all’esperienza personale dei singoli componenti del curator-run space.
Segue l’intervista con Campobase(Irene Angenica, Bianca Buccioli, Martina Cavalli, Emanuele Carlenzi, Gabriella Dal Lago, Alice Labor, Ginevra Ludovici, Federica Torgano, Stefano Volpato)

Corinne Mazzoli in collaboration with Ilaria Salvagno, The Party Wall – House of Displacement, 2019, Turin Ph. Studio Abbruzzese, courtesy the artist and CampoBase

Irene Sofia Comi: House of displacement, idea di “casa” e di “dislocamento”. Come mai avete scelto questa coppia di termini per il titolo? Il gioco antitetico e a tratti paradossale mi è chiaro. Quel che più mi incuriosisce è la funzione del termine “house” applicato alla realtà del festival…

CampoBase: Il titolo nasce dall’intuizione alla base del festival: il tentativo di abitare la condizione di displacement, contemporanea e condivisa. Nell’organizzazione del festival abbiamo pensato alla pratica curatoriale come ad un processo che prevede una situazione di ospitalità. L’attività di un curatore, nell’offrire supporto fisico e materiale durante occasioni di incontro e scambio, sottintende un’attitudine di facilitatore nella creazione di relazioni e nella costruzione di uno spazio condiviso, definito da impegni e regole comuni.

ISC: Secondo il vostro punto di vista, dove si trova concettualmente la “casa” all’interno del progetto? Qual è e come si manifesta? Penso a tutti gli spazi “abitati” dagli interventi artistici, performativi e teorici da voi proposti… 

CB: La casa, oltre a rimandare a un luogo sicuro, accogliente, legato al tema della stanzialità e della stabilità, richiama anche l’atto di abitare, l’avere consuetudine con dei luoghi, una dimensione di affezione che ci interessa molto. Nel progettare un’esperienza collettiva, lo spazio di CampoBase in via Reggio 14 è diventato la casa del festival, il punto di riferimento e di partenza. Qui, a partire da giovedì 3 ottobre, Alessio Mazzaro e Fiona Winning hanno costruito il loro Do Nothing Club, ribaltando ironicamente quella che può essere l’aspettativa circa il luogo core di un festival: qui non si è fatto assolutamente niente. L’ambiente ricreato dai due artisti ha rappresentato, infatti, oltre che il punto di ritrovo di tutto il festival, un luogo e un momento per chiunque avesse voluto fermarsi, per una breve tappa o per una sosta più lunga, ed evadere dall’iperattività. A questo spazio di decompressione ha risposto l’intervento di Lucia Cristiani, avvenuto in un garage nei pressi di Campobase che ci è stato messo a disposizione dallo studio di progettazione Lamatilde. Qui Cristiani ha “compresso” l’enorme vissuto di una vecchia auto che ha attraversato mezzo mondo e che è arrivata a Torino per la sua ultima tappa.

Alessio Mazzaro and Fiona Winning, Do Nothing Club – House of Displacement, 2019, Turin – Ph. Studio Abbruzzese, courtesy the artist and CampoBase

ISC: Alla luce di queste tensioni tra poli opposti, casa e familiarità, dislocamento e continua itineranza, interpreterei il titolo del festival come un grande “cappello”. Mi piacerebbe pensare House of displacement come un titolo di un libro di narrativa. Questo libro immaginario è fatto di esperienze diverse, che si fondono in un magma indistinto, capitolo dopo capitolo. Ogni pagina dice qualcosa, eppure non tutto. Incuriosisce, ma contiene infinite storie, più punti di vista. Dilata alcune frazioni di tempo, altre le comprime. Quali sono gli “scrittori” di questo racconto discontinuo? E, prendendo in prestito anche un pizzico di terminologia cinematografica, come sono stati “montati” tra loro i vari capitoli?

CB: Tutti gli interventi del festival sono stati curati in questo aspetto: si è creata una relazione tra noi, gli artisti e i soggetti ospitanti di modo che gli interventi non fossero solo delle singole pillole di contenuti, ma fossero invece occasioni di scambio, micro-esperienze collettive in relazione a dei luoghi. Così anche nel caso dei tre incontri teorici che si sono svolti presso il rinnovato tram di Progetto Diogene, un luogo significativo da poco tornato in piena attività, ma soprattutto un’occasione di reciproca ospitalità!

ISC: Condivisione, immersione, contemporaneità e mobilità sembrano essere le parole chiave dell’iniziativa. Questi concetti mi fanno pensare a una continua fluidità di informazioni e una fuga dalla fissità sia geografica che concettuale, che portano a una complessa pluralità che esula dal quotidiano, tanto che questo termine oggi quasi perde l’accezione di routine. Come si relazionano queste tematiche con l’idea di tempo? E come questa correlazione viene restituita nel palinsesto?

Il concetto di displacement prende in causa necessariamente sia coordinate spaziali che temporali. Il movimento e la mobilità sono elementi caratterizzanti della nostra contemporaneità che generano un’instabilità, precarietà e disorientamento condivisi. Piuttosto che cercare soluzioni immediate o progettare un possibile equilibrio all’interno di questa condizione, abbiamo cercato un modo per abitarla, viverla, immergendoci in essa attraverso la creazione di una serie di situazioni o micro-azioni. In virtù di questo potremmo dire che ogni intervento del festival ha un suo peso specifico e una sua temporalità propria che abbiamo voluto preservare secondo l’approccio non gerarchico che ha caratterizzato la creazione del palinsesto. Da qui l’alternanza di interventi con temporalità concentrate, pensiamo a Lucia Cristiani, o a momenti in cui il tempo è volutamente dilatato, come è accaduto a CampoBase con il Do Nothing Club diAlessio Mazzaro e Fiona Winning. 

Housing Models for a Difficult Life :: Modelli Abitativi per una Vita Difficile – [House of Displacement_Bastione di San Maurizio_Torino] – Vanessa Alessi © 2019 – Ph Abbruzzese studio

ISC: Approfondiamo l’approccio degli artisti, loro come hanno incarnato questi concetti? Secondo la vostra interpretazione, dove si trovano per ciascuno dei progetti da loro proposti l’idea di “casa” e di “dislocamento”? Nella location loro assegnata? Nell’opera d’arte/intervento da loro proposto?

In linea generale, la casa è da noi immaginata come composta dalla comunità temporanea di persone che partecipano e ruotano intorno al festival. Il displacement è stato interpretato da ogni ospite secondo una propria chiave di lettura, ma in tutti i casi il loro intervento si è legato ai vari luoghi del festival, scelti in dialogo con gli artisti e i soggetti ospitanti. 

ISC: Sapreste farmi qualche esempio?

Vanessa Alessi ha concepito per il suo intervento una nuova tappa dei suoi Modelli Abitativi per una Vita Difficile, negli spazi del Bastione della Cavallerizza. Qui l’artista ci invita a prendere parte alle Proiezioni in diagonale di film sulla migrazione italiana, creando le condizioni per destabilizzare le nostre abitudini corporee e mentali anche grazie a una serie di micro-azioni e di interventi di microdesign che contribuiscono alla “riflessione in diagonale” su come abitare un luogo. In The Party Wall, invece, Corinne Mazzoli, in collaborazione con Ilaria Salvagno, ha orchestrato alcuni performer, vestiti con delle tute da sniper modificate, lungo un percorso urbano pre-stabilito ma aperto ai cambiamenti. Questi cespugli coloratissimi – elementi imprevisti e imprevedibili nel contesto urbano – sono diventati un corpo collettivo che si è mosso per le strade del quartiere di Porta Palazzo, alternando schemi precisi a momenti di danza spontanea. A partire dal titolo, Mazzoli riflette ironicamente sul fenomeno globale dell’urban fencification: il party wall del titolo è il muro di partizione tra due proprietà, ma può diventare anche un organismo fluido e festante.5

Housing Models for a Difficult Life :: Modelli Abitativi per una Vita Difficile – [House of Displacement_Bastione di San Maurizio_Torino] – Vanessa Alessi © 2019 – Ph Abbruzzese studio

ISC: Cosa mi dite invece dell’intervento di GAPS e Foglietti?

CB: GAPS e Foglietti sono intervenuti nel contesto di due locali pubblici, utilizzando strategie connesse a un’estetica della ripetizione. Il bar Monomono ha ospitato la selezione video, a cura di GAPS, in cui tre artisti – Marcel Darienzo, Super Sohrab, Tarxun – esaminano dei momenti sospensivi, delle crisi e potenzialità linguistiche a partire dalla reiterazione come strumento di spostamento di significati. Parallelamente tre opere audio degli stessi artisti sono state diffuse da Radio Banda Larga. L’Imbarchino infine ha ospitato il momento conclusivo del festival: qui il live-set di Jacopo Foglietti ci ha accompagnato verso la chiusura offrendoci un’esperienza d’ascolto dilatata, attraverso il ricorso al ritmo circolare del looping.

ISC: Una programmazione trasversale, che occupa l’intera città, con più realtà e personalità tra loro molto diverse: alcune strettamente legate al mondo dell’arte visiva, altre caratterizzate da un’attitudine più teorica, antropologica e mediale. Qual è il fil rouge che lega tra loro gli episodi?

Abbiamo definito tre tipologie di interventi. Un nucleo di natura più installativa/espositiva che si è estesa su più giornate, e che comprende i progetti di Alessio Mazzaro e Fiona Winning, del collettivo curatoriale GAPS e il primo atto dell’opera di Lucia Cristiani. Ci sono poi una serie di eventi che possiamo definire “performativi” perché l’azione in presa diretta è protagonista: interventi come quelli di Corinne Mazzoli e Ilaria Salvagno, di Vanessa Alessi e di Jacopo Foglietti vivono intensamente la contingenza del momento e dello spazio in cui accadono. In generale, entrambe queste due tipologie di eventi hanno previsto interventi molto diversi fra loro, per cui è difficile etichettarli in maniera rigida e univoca. In molti casi vi è un’ibridazione di linguaggi e forme che non permette una netta separazione. L’unica coordinata che li distingue è quella temporale: mentre i primi hanno avuto una durata diluita nel tempo, i secondi sono iniziati e finiti in un’unica giornata. Con Tommaso Guariento, Andrea Staid con Matteo Meschiari e KABUL, invece, abbiamo pensato a interventi teorici che fossero momenti di produzione di conoscenza in cui ragionare insieme su diversi aspetti della vita contemporanea − la società, la scienza, la tecnologia e la natura stessa − sempre più definiti dal movimento e da una condizione di dislocamento. Gli incontri teorici si sono svolti presso il tram di Progetto Diogene, una realtà radicata nel tessuto torinese, che da anni lavora su occasioni di scambio e confronto legate ai temi e alle modalità della pratica artistica contemporanea. Il tram, situato nella rotonda di Corso Regio Parco/Corso Verona, da mezzo di trasporto è così diventato un luogo in cui fermarsi e dialogare. In questo senso il displacement, inteso come spostamento, transitorietà e flusso, resta il protagonista indiscusso della nostra storia e il fil rouge che unisce tra loro gli interventi dei vari ospiti.7

Corinne Mazzoli in collaboration with Ilaria Salvagno, The Party Wall House of Displacement, 2019, Turin Ph. Studio Abbruzzese, courtesy the artist and CampoBase

ISC: Mi piacerebbe approfondire alcuni interventi specifici che manifestano più dichiaratamente il rapporto tra dislocamento e tempo. Penso in particolar modo all’operazione di Lucia Cristiani “How far should I go to explode?” di cui mi avete accennato poco fa…

È un intervento pensato in due atti, che ha inaugurato giovedì sera e si è concluso sabato sera. Il primo atto è avvenuto in uno degli spazi di Lamatildestudio, mentre per il secondo atto ci è trovati a CampoBase per poi partire tutti assieme verso la meta che ospiterà la conclusione del progetto. Con questo progetto la Cristiani ci invita a riflettere sul significato del viaggio e su come il tempo prolungato che trascorriamo nell’abitacolo della nostra macchina tenda a modificare la percezione del paesaggio e delle cose che ci circondano. How far should I go to explode? nasce da una riflessione sulla necessità di movimento, di dislocamento da un luogo all’altro come esperienza di ricerca di nuovi scenari potenziali di nuovi sguardi sulla realtà. Il pubblico ha preso parte a questo viaggio di itinerari inediti fino all’arrivo della destinazione finale, una fine, ma solo per poter pensare ad un nuovo inizio. 

ISC: Per chiudere, mi sembra giusto focalizzarci sulla questione identitaria. Parlando di gentrificazione, sia dalla città che dai punti di riferimento personali, parliamo anche di “geografia umana”. Identità come genere o appartenenza, ma anche differenza, soglia tra l’io e la collettività.

In un certo senso, il displacement ha avuto fin dall’inizio un impatto forte sulla nostra identità come gruppo perchè è la condizione che abbiamo sperimentato quest’anno nella gestione e nella progettazione di CampoBase. Dislocati in città diverse, abbiamo deciso di istituire nel febbraio del 2019 un luogo fisico, lo spazio di via Reggio 14 a Torino, attorno al quale gravitare su orbite variabili. La scelta di darci uno spazio e un tempo, metaforicamente e letteralmente, ha rappresentato per noi una strategia con cui affrontare il fenomeno, laddove l’innesco di una dimensione collettiva dei processi – speculativi, progettuali, decisionali, operativi – descrive un primo livello da cui parte la nostra pratica curatoriale. House of Displacement risponde alla necessità di collocare questa strategia all’interno di un contesto più ampio, di farla risuonare con il circostante, insistendo sulla dislocazione geografica, temporale, ma anche su quella pratico-linguistica dei vari interventi. CampoBase è il nostro “spazio calmo”, un luogo dove fare e costruire collettivamente; House of Displacement si è espresso allo stesso modo, espandendone la cornice, arrivando fino al pubblico.

Lucia Cristiani, How far should I go to explode? (Act I) House of Displacement, 2019, Turin – Ph. Francesco Ciranna, courtesy the artist and CampoBase
Andrea Staid and Matteo Meschiari, Abitare Illegale – House of Displacement, 2019, Turin Ph. CampoBase