• Felix Schramm, Duo, 2016, foto di Federico Ridolfi, courtesy Fondazione VOLUME!
  • Felix Schramm, Duo, work in progess, 2016, photo Emanuela Scintu, courtesy Fondazione VOLUME
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  • Felix Schramm, Duo, 2016, work in progess, photo Federico Ridolfi, courtesy Fondazione VOLUME!
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  • Felix Schramm, Duo, 2016, foto di Federico Ridolfi, courtesy Fondazione VOLUME!
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Intervista a Felix Schramm in occasione della mostra DUO alla Fondazione Volume! Roma. Grazie al lavoro dell’artista, gli spazi hanno assunto una nuova configurazione: i muri dello spazio in Via San Francesco di Sales hanno perso la loro funzione di limite, la loro continuità viene interrotta ed esplodono in frammenti che si intersecano invadendo l’orizzonte visivo. Mostra visibile fino al 13 gennaio 2017.

 Segue l’intervista di Rossella Moratto

RM: Discontinuit à e interferenza sono due termini che mi sembra possano descrivere bene il tuo lavoro. Concordi con queste definizioni?

Felix Schramm: Per me non si può pensare al concetto di arte libero da interferenze. Bisogna che le nostre percezioni abituali sull’arte e sulle cose in generale vengano “disturbate”. Solo così si può aprire un terreno di riflessione diverso e incisivo.

RM: I tuoi interventi evidenziano la volont à di rottura del limite e della prospettiva, negano la bidimensionalit à della parete, superando la dicotomia tra interno/esterno e ripensando lo spazio come possibilit à. Questi aspetti del tuo lavoro rimandano al concetto spaziale di Fontana, che affermava «n é pittura n é scultura, non linee delimitate nello spazio ma continuit à dello spazio nella materia » (Fontana 1949). Riconosci questa eredit à?

FS: Certamente. Il lavoro di Fontana è molto importante per me, è lui che insieme a Schwitters ha influenzato il mio lavoro.
L´atto di tagliare o bucare la superficie come lo ha fatto Fontana è un atto che crea una relazione nuova tra l’opera d’arte e lo spazio che la circonda. È un atto di liberazione che riesce a far percepire tutto come un continuo unico, ed è fantastico. È fondamentale anche che un gesto come questo sia capace di rivelare la materia e di far intravedere la materialità stessa dell’opera d’arte; ma a differenza del concetto spaziale di Fontana a me interessa anche l’idea di un incrocio di forme, la vicinanza di due o più elementi e il dialogo tra loro. Aprendo una parete, che definisce il confine di un’area, si creano nuove prospettive e relazioni spaziali inedite per lo spettatore. Una volta che un elemento invade la parete creando una forma diversa, la struttura interna del muro diventa visibile e la trasformazione spaziale raggiunge la sua complessità: è questa situazione che io chiamo Spatial Intersection.

RM: Nei tuoi interventi la materia, sempre di provenienza industriale, subisce delle tensioni potenti: viene piegata, a volte spaccata. Si pu ò parlare di un ’estetica della distruzione e della catastrofe o invece è una forma liberazione dagli schemi spaziali razionali?

FS: Sì, secondo me bisogna sconfinare oltre gli schemi spaziali a cui siamo abituati. Non mi interessa una situazione ferma, cristallizzata, ma un contesto in cui il movimento (Verschiebung) e la trasformazione continua implichino una rottura, una crepa nelle nostre abitudini e riflessioni più convenzionali. Un altro argomento a cui tengo molto è la declassificazione dell´architettura, così come il concetto di declassificazione in generale. È per questo che per me il cartongesso è un materiale ideale: spezzando la superficie di una forma composta da lastre di cartongesso, i diversi elementi che si vengono a creare possono ricordarci fenomeni geologici fino ad arrivare a entità astratte, allontanandosi sempre di più dalla categoria dell’architettura. L´incrocio delle diverse parti, la loro vicinanza, le inclinazioni e i bordi irregolari creano un risultato del tutto nuovo e sorprendente. In poche parole è una forma che si libera dagli schemi.

Felix Schramm,   Duo,   work in progess,   2016,   photo Emanuela Scintu,   courtesy Fondazione VOLUME

Felix Schramm, Duo, work in progess, 2016, photo Emanuela Scintu, courtesy Fondazione VOLUME

RM: La mostra alla Fondazione VOLUME! è monumentale e molto coinvolgente. Il tuo è un intervento architettonico che trasforma lo spazio in modo inaspettato. Trovo ci sia anche un gusto spettacolare e “barocco ” nel tuo lavoro: lo sfondamento dello spazio espositivo visto come perimetro ordinato, la molteplicit à dei punti di vista che le tue interferenze provocano, la sorpresa quasi teatrale

FS: Per me tutte le opere sono “messe in scena” da un punto di vista tridimensionale. Dato che lo spettatore utilizza le informazioni visive in relazione a se stesso, la teatralità, nell’atto di osservare, è un fattore che non si lascia mai escludere. Ma opposto al teatro, dove palcoscenico e auditorio sono due spazi separati, qui lo spettatore è invitato a invadere lo spazio dell’opera.   Se si apre un muro è possibile osservare nuovi elementi da una prospettiva diversa, da cui solitamente si è esclusi: quello che spazialmente era separato ora ha la possibilità di dialogare. L´osservatore vede la forma attraverso la forma.

RM: I tuoi interventi sono necessariamente site specific: vuoi raccontare come hai sviluppato questo specifico progetto per la Fondazione VOLUME?

FS: Per sviluppare un lavoro site specific parto sempre da un modello, una specie di disegno tridimensionale. Per me è fondamentale lavorare al modello in scala, perché in questo modo ho la possibilità di agire in maniera molto più radicale: non devo fare attenzione al calcolo del peso, alla statica o alla costruzione in generale. Ho a disposizione un terreno dove si può sperimentare l’impossibile, e dove anche la casualità diventa un motore importante dell’intero processo creativo. Montando poi il lavoro in un spazio espositivo in scala umana, verifico tutti i punti sviluppati nel modello, ma l’andamento della costruzione rimane sempre molto elastico e aperto a nuove suggestioni.

La mostra per la Fondazione VOLUME! si basa su due dualità: da una parte volevo porre il mio intervento nello spazio in dialogo con dei lavori più piccoli, dall’aspetto organico, quasi antropomorfo. Dall’altra, per la Spatial Intersection ho separato VOLUME! in due aree, ma ho fatto in modo che la struttura che ora invade entrambe le pareti fosse un pezzo unico. In questo modo dai due spazi è possibile vedere solo una parte dell’intervento, che a seconda del punto di vista si presenta in maniera molto diversa.

Su base di queste dualità che si sono venute a creare ho chiamato la mostra Duo.

RM: Parallelamente, realizzi anche dei collage che sono la rappresentazione bidimensionale dei lavori ambientali. Hanno una funzione di preparatoria e progettuale rispetto ai tuoi interventi?

FS: I Multilayer non fanno parte di un processo preparatorio, sono una ricerca visuale, che si pone alla fine di un dialogo forte con gli Spatial Intersection. Strappo delle parti di immagini che ritraggono alcuni dei miei interventi spaziali, in modo da far affiorare altre immagini che precedentemente ho posizionato sotto. Grazie a questa stratificazione si creano prospettive nuove, e collegando elementi provenienti da diverse immagini, e quindi da diversi lavori, riesco a dare vita a costruzioni inaspettate.

RM: Realizzi anche delle sculture nelle quali dimostri un forte interesse per la sperimentazione materica. Che relazione hanno con i tuoi interventi ambientali?

FS: Sentivo l´urgenza di trasmettere su delle forme organiche e antropomorfe la conoscenza che ho raccolto lavorando molto con lo spazio, così nel 2008, parallelamente al lavoro degli Spatial Intersection e dei Multilayer, ho avviato una ricerca sul corpo e sulle sue possibilità plastiche. Sono partito usando stampi di parti differenti del corpo umano e di animali, e ho iniziato a metterli insieme creando delle specie di ibridi. È nata una nuova gamma di lavori che ho chiamato Corporal Intersection che col tempo ho realizzato con vari materiali. Ho notato che i lavori anche essendo più piccoli, non funzionano mai in maniera autonoma, ma entrano sempre in relazione con lo spazio che li circonda. Ogni lavoro, anche quello più piccolo, se posto in maniera tridimensionale, ha bisogno del suo spazio. Così ho cominciato ad appoggiare i Corporal Intersection su casse da trasporto e su frammenti di installazioni fatti di cartongesso, e dato che il mio studio è per la maggior parte composto da lavori di diverso genere, mi ha attirato da subito l’idea di creare un’opera unica con tutti gli elementi delle mie opere, che ho chiamato Accumulation.

Felix Schramm,   Duo,   2016,   foto di Federico Ridolfi,   courtesy Fondazione VOLUME!

Felix Schramm, Duo, 2016, foto di Federico Ridolfi, courtesy Fondazione VOLUME!

Felix Schramm,   Duo,   2016,   work in progess,   photo Federico Ridolfi,   courtesy Fondazione VOLUME!

Felix Schramm, Duo, 2016, work in progess, photo Federico Ridolfi, courtesy Fondazione VOLUME!