Intervista a Gianni Politi in occasione della sua personale ‘From the studio (Nightrider)’ – dal 1 marzo al 30 aprile – alla galleria CO2, Roma.

ATP: La mostra è presentata come una ‘riflessione sulla pittura intima e impetuosa di Gianni Politi’. Mi rendo conto che è una domanda dalla quasi insormontabile difficoltà, ma io ci provo lo stesso. Cos’è la pittura per te?  

Gianni Politi: La Pittura per me è ancora un idea in progress. Nel senso che non ha ancora un corpo e un volto definito. Scriverne sicuramente aiuta a chiarificare ma comunque si tratta ancora di un pensiero incompleto. Continuo a percepire una vasta zona inesplorata che mi attira.  Posso dire cosa è stata per me la pittura, come si è trasformata e come domina la mia vita.  Avendo studiato filosofia per me la pittura è stata un esercizio del pensiero. Il filtro tra opera e progetto, praticarla significava usare un linguaggio come un altro. Per questo i miei progetti erano sempre “linguisticamente schizofrenici” e gli argomenti trattati, erano come tessere di un mosaico. Tutti i tasselli erano legati insieme dal fatto che le esperienze narrate fossero tutte vissute dalla stessa persona: me. Cambiare metodologia di lavoro sicuramente ha aiutato a modificarmi e a modificare l’ approccio che fino a maggio scorso avevo avuto.  Possedere uno studio – un luogo dunque lontano e differente dall’ appartamento in cui vivo tutt’ ora – ha aiutato a creare una distanza e quindi mi sono sentito costretto a scegliere un linguaggio più “lento” per questo nuovo progetto.  La pittura ad olio è risultato lo strumento perfetto per raccontare la mia storia e, avendone sottovalutato il potere anarchico, dopo poco ne sono rimasto catturato. La pittura era diventata pratica quotidiana, dieta da mantenere e instancabile amante; è stata fino ad oggi tutta la mia vita. Quanto continuerà ad influire nella mia giornata, adesso che inizierò ad esporre questo nuovo progetto, non so.  Continuo, però, a pensare attraverso la succulenta materia dell’ olio.

ATP: Mi racconti brevemente come è nata questa mostra? Da quale idea particolare?  

GP: Questa mostra nasce da due esperienze. La prima è quella della pratica quotidiana. La seconda è quella di un quadro.  

ATP: La mostra sembra nascere dalla relazione tra la scoperta dell’immagine di un quadro del 1770 e una figura appartenente alla tua sfera personale. Perchè tracciare un legame così personale tra la storia dell’arte e i tuoi affetti?

GP: Il mio lavoro è sempre stato un metodo curativo delle esperienze oscure che fino ad oggi ho vissuto. Per me l’ identità tra lavoro e vita è una scelta oltre che estetica, anche etica.  Sulla figura del padre non ho mai profondamente indagato nemmeno a livello personale ed avendolo perso oramai dieci anni fa, pensavo fosse cabalisticamente  e numerologicamente il momento perfetto per dedicargli una serie di lavori nuovi.  Cercare negli archivi di ritrattistica antica è stato il primo passo per una ricerca che si è interrotta immediatamente dal momento in cui posai gli occhi sullo “Studio per uomo con la barba” di Gaetano Gandolfi, datato appunto 1770. Quell’uomo ritratto era mio padre.  La mano che andava a nascondersi tra la barba e il mantello, come quella di mio padre, inafferrabile. Lo sguardo calmo e rasserenato di chi sta abbandonando cose e persone.  La testa calva a cui sarò destinato anch’ io per ragioni genetiche. Tutto parlava di lui e il mio viaggio poteva cominciare.

ATP: Già dal titolo – From the studio (Nightrider) – si associa la tua attività pittorica  con una pratica romantica da svolgere nel buio della notte. Non concepisci il tuo lavoro alla luce del giorno? Il chiarore ti spaventa?   

GP: In realtà non ho orari stabili o riti particolari, quando lavoro.  Il titolo si riferisce a qualcosa di più quotidiano. Sicuramente ho lavorato molto anche di notte, e probabilmente molte delle tele esposte, sono state dipinte in orari “oscuri”: hanno un twist più horror ed evanescente.  Molte volte son tornato a casa molto tardi e, come attirato da una forza, sono dovuto uscire e spesso tornare nello studio per ripercorrere il lavoro fatto di giorno. In orari notturni ci impiego solo 15 minuti per arrivare allo studio da dove abito.  Il titolo si riferisce sicuramente a quei 15 minuti.  In generale  ho un’ostinazione patologica nel rimanere sveglio e vivere la notte in tutte le sue forme. Accettare il sonno senza prima aver consunto il corpo per me è una dichiarazione di pace rispetto alla fame.  E’ un qualcosa che mi anima fin da bambino e dormire non è mai stato facile per me. In realtà il chiarore è ciò per cui lotto ma lo apprezzo solo dopo molte ore di buio.  

ATP:  Nella brevità del comunicato stampa, ho avuto la sensazione che la mostra sia composta di ‘indizi’ e ‘tentativi’. La memoria fa strani scherzi, la pittura invece?

GP: La pittura è un piatto a base di trucchi. Nel “rifare” il quadro di Gandolfi non ho voluto soffermarmi sull’aspetto naturalistico e quindi parlare della somiglianza tra quest’uomo anonimo e mio padre. Non essendo stato animato dalla voglia di riprodurre correttamente la fisionomia,  mi sono concentrato di tela in tela – sono 20 le opere che compongono la serie – sui dettagli e sulle emozioni che i colori incarnano. L’immagine completa e definitiva in qualche modo può essere solo colta visionandoli tutti, insieme. Come se si guardasse attraverso un caleidoscopio.  Quel senso di incompletezza è la sintesi del mio rapporto interrotto.  Ogni opera è solamente un filo spezzato e chi guarda è l’ unico che può ricongiungerlo.

Gianni Politi,   Senza titolo (Madrigale con carne e grasso) 2012,   oil on canvas,   24x18cm,   Courtesy CO2

Gianni Politi, Senza titolo (Madrigale con carne e grasso) 2012, oil on canvas, 24x18cm, Courtesy CO2