Adrian Paci Centro di permanenza temporanea 2007 video 5’30’’ courtesy dell’artista e di kaufmann repetto,   milano

Adrian Paci Centro di permanenza temporanea 2007 video 5’30’’ courtesy dell’artista e di kaufmann repetto, milano

Inaugura tra pochi giorni – dal 5/10 al 6/01/13) – al PAC, la personale di Adrian Paci, ‘Vite in Transito’. La mostra, a cura di Paola Nicolin e Alessandro Rabottini, raccoglie un’ampia selezione di opere realizzate a partire dalla metà degli anni Novanta fino alla produzione più recente, la nuova opera The Column (2013). Quasi vent’anni di percorso professionale, in cui l’artista albanese ha prodotto opere che spaziano dal disegno alla fotografia, dalla pittura al video fino alla scultura.

La nuova opera filmica, The Column, racconta in modo visionario l’estrazione di un blocco di marmo da una cava cinese e la sua successiva lavorazione nella forma di una colonna in stile classico. Questa lavorazione avviene in mare, per mano di operai che formano un tutt’uno con la scultura, con la quale viaggiano all’interno di una nave-officina la cui destinazione è incerta. The Column è una potente metafora che unisce l’estrema attualità di temi come la de-localizzazione del lavoro, la trasformazione delle tradizioni e il confronto tra le culture, ad un linguaggio visivo di enigmatica bellezza. Accanto al film, al PAC sarà esposta la colonna di marmo di cinque metri come elemento scultoreo e insieme elemento narrativo.

Intervista con Adrian Paci

ATP: Un titolo asciutto, sintetico ma molto suggestivo: ‘Vite in transito’. Quali sono le vite in transito a cui ti riferisci?

Adrian Paci: Sono vite umane, ovviamente, ma non solo. Nella mostra vediamo anche la vita di un pezzo di marmo, il suo distacco dalla montagna, il suo spostamento e la sua trasformazione finche diventi una colonna. Anche il linguaggio è in transito e anche lui si trasforma e si sviluppa. Per me confrontare le modalità di espressione con l’esperienza di vita rimane sempre una sfida importante. Ovviamente ci sono soggetti più esposti a questo stato di transito, così come ci sono momenti della vita dove questo stato di transito si attiva più fortemente, allora il mio lavoro si concentra su questi soggetti e su questi momenti. In ogni caso come artista sono sempre interessato a come il flusso della vita prende forma nel lavoro entrando nelle pieghe intime dell’espressione senza farlo diventa re semplicemente un soggetto da illustrazione.  

ATP: La mostra al PAC presenta un’ampia selezione di opere realizzate a partire dagli anni ’90 fino alla tua realizzazione più recente, ‘The Column’.  Le opere mutano nel tempo, cambiano a volte, anche di significato.  C’è una tua opera, in particolare, che trovi mutata nel tempo? Cosa è cambiato?

A.P.: Io ho cominciato ad essere circondato dall’arte da quand’ero bambino. I punti di riferimento che avevo però erano abbastanza rigidi e sono rimasti quasi immobili fino a quando ho potuto uscire dall’Albania. Solo allora ho cominciato a confrontarmi con la scena contemporanea dell’arte. In quel senso dall’inizio di anni Novanta fino ai primi anni del Duemila c’è stato un forte momento di cambiamento e direi di spaesamento in tutti i sensi. Quando ho fatto “Albanian Stories” nel 1997, non avevo una coscienza consolidata, ma ho reagito quasi d’impulso davanti alle storie di mia figlia chiedendole di raccontarle davanti alla mia telecamera. Ora, dopo 16 anni quel lavoro continua a farmi pensare e rimane un punto di riferimento per me, perchè nella sua massima semplicità e nella leggerezza della mia presenza come artista, contiene una forza che non viene dall’artefatto ma da quello che succede  davanti a me e poi davanti a chi vede il video. La modalità diventa quasi trasparente, ma è importantissima. Se avessi scelto un altro modo di filmare o un altro modo di montare, il lavoro forse avrebbe perso la sua forza. Non è il lavoro in se che cambia, ma la relazione che noi abbiamo con esso. È questa relazione che produce significati, ma il lavoro deve avere la forza di suggerirli. 

ATP: All’inizio del tuo lavoro, il tuo vissuto esistenziale ha inciso molto sulla scelta dei temi delle opere. Penso alla tua infanzia in Albania e alla decisione di trasferirti in Italia. Dopo tanti anni che vivi qui, senti sicuramente ancora molto vivi quei temi, ma è inevitabile che la tua sensibilità sia cambiata. È come se con il tempo, avessi trasceso la realtà per renderla più universale, non legata a un popolo preciso, a un territorio reale, ma a una dimensione più astratta. Resta al centro sempre l’uomo. Penso a The Column, la tua ultima impegnativa opera. Com’è nata l’idea per questo lavoro?

A.P.: La nascita di un lavoro è un processo complesso. Un artista non sa mai fino in fondo come nascono i lavori. In ogni modo l’idea per The Column, è nata da un incontro con una storia. Un amico mi ha detto che in Cina si possono produrre delle sculture di marmo; le scolpiscono su una nave per farle arrivare velocemente facendo coincidere il tempo della produzione con il tempo del trasporto. Suonava come una storia assurda ma nello steso tempo potente. Ho tenuto per quattro anni dentro di me questa storia immaginandola in forma di visioni dove il passato e il presente, il lavoro e il suo sfruttamento,  l’Oriente e l’Occidente, s’incontrano e si scontravano continuamente. Poi ho deciso di mettere alla prova questa visione facendola accadere, dandole forma concreta, ma anche rischiando di spogliarla da questo fascino effimero che un’idea ha quando è protetta dentro l’immaginazione. 

ATP: Cosa hai scoperto nel lungo periodo di produzione?

A.P.: Prima di tutto non ho trovato riscontro che queste sculture si facciano veramente sulle navi, ma invece ho trovato che esistono navi-fabbrica che lavorano  con la stessa logica; quella della realizzazione del prodotto durante il trasporto.  Tutto il processo è stato attivato da me per rispondere alla mia visione iniziale, solo che non ho voluto farla in uno studio di produzione cinematografica. Non ho utilizzato effetti speciali ma sono andato in Cina, ho trovato la cava, ho trovato la nave, gli operai e ho messo in atto quest’avventura nell’oceano dove 5 scalpellini  cinesi hanno realizzato una colonna di stile classico. C’è un elemento simbolico che attraversa tutto il lavoro nella scelta delle location; Cina, Oceano, nave, fino all’elemento del marmo che poi diventa colonna, al modello occidentale che va in oriente e ritorna poi di nuovo in questo viaggio così fisico, nello stesso tempo reale ma anche assurdo. Non ho voluto però far prevalere troppo quest’elemento e nel video si vede forte la presenza degli operai, i loro volti, i loro gesti, le loro condizioni di lavoro, la loro umanità e la loro condizione disumana nello stesso tempo. Credo che tutti questi aspetti diano al lavoro una tensione interna, creano delle ombre e luci che passano dalla verità della storia alla nostra coscienza di fruitori. Tutto questo non potevo costruirlo senza l’esperienza diretta sulla nave. 

ATP: Stimo molto il tuo modo di utilizzare la pittura, mezzo espressivo tradizionale ma sempre contemporaneo. Dipingere, rispetto a concepire installazioni, fare video o fotografie, comporta un grande impegno concettuale, proprio per la tradizione che, inevitabilmente, si condensa nella sua pratica. Che significato dai all’atto del dipingere?  

A.P.: Se lo sapessi forse non lo farei… La pittura oggi forse non è chiamata a creare immagini come nel passato, ma rimane un modo per costruire una relazione con essi. Per me dipingere un’immagine che viene da un frame di video o di film è come leggere un testo con la propria voce e sentire che attraverso la voce il testo si riattiva arricchendosi con delle sfumature che non possono avvenire se non attraverso questa voce.   La pittura ha poi i suoi elementi, il segno, la superficie, la materia, il colore, il gesto… L’atto del dipingere non si fa per celebrare questi elementi, ma non può neanche ignorarli. Prima di essere un’azione, la pittura è un modo diverso di guardare e di pensare il mondo. L’atto del dipingere non può che rispondere a questa diversità.

ATP: Non credi che le tematiche che tocchi con le tue opere, affrontate in pittura, abbiano meno incisività? Nel senso che vedere un volto piangente in fotografia, è sicuramente molto più drammatico che non vedere lo stesso volto dipinto.

Prima di tutto non per forza uno deve legare l’incisività con la drammaticità di un volto piangente. È vero però che la pittura è un filtro in più nel rapporto con il soggetto. Questo filtro dev’essere necessario per essere efficace altrimenti diventa inutile e decorativo.  Le dinamiche che spingono a questa scelta rimangono sempre complesse e gli spostamenti a volte sono sottili. Non ci sono criteri oggettivi perché un soggetto sia trattato in pittura, ma quando la pittura c’è deve farsi sentire come necessaria anche se questo non comporta l’obbligo di alzare la voce. 

? Comunicato Stampa – Adrian Paci ‘Vite in Transito’ PAC Milano

Adrian Paci The column 2013 video 25’40’’ courtesy dell’artista e di kaufmann repetto,   milano

Adrian Paci The column 2013 video 25’40’’ courtesy dell’artista e di kaufmann repetto, milano

Adrian Paci The column 2013 video 25’40’’ courtesy dell’artista e di kaufmann repetto,   milano

Adrian Paci The column 2013 video 25’40’’ courtesy dell’artista e di kaufmann repetto, milano

Albanian Stories,   1997 (Video) 09'00" Courtesy: kaufmann repetto,   Milan

Albanian Stories, 1997 (Video) 09’00” Courtesy: kaufmann repetto, Milan

Adrian Paci Secondo Pasolini (Decameron) dettaglio 2006 12 gouaches su carta montate su tela cm 38 x 70 cad courtesy dell’artista e di kaufmann repetto,   milano

Adrian Paci Secondo Pasolini (Decameron) dettaglio 2006 12 gouaches su carta montate su tela cm 38 x 70 cad courtesy dell’artista e di kaufmann repetto, milano