Driant Zeneli, beneath a surface there's just another surface - Prometeo Gallery

Driant Zeneli, beneath a surface there’s just another surface – Prometeo Gallery

Oltre a quello che si può leggere nei comunicati stampa, apprendere dall’artista o sapere dello stesso, la parte più pura della mostra, e dell’opera più specificamente, resta quello che suscita, quello che fa sentire. Certo in questa lettura non è indifferente la percezione che si ha dell’artista, come persona ancor prima che produttore di opere d’arte, per quanto spesso inevitabilmente una condizioni l’altra: la persona amabile rende disposti verso l’opera; la buona opera solleciti verso l’artista (quando collimano, si verifica la congiuntura ideale).
Sfilarsi da questa posizione di dipendenza è complicato se non impossibile, ecco perché calarsi nell’ambiente espositivo e immergersi nelle suggestioni che provoca, quando le provoca, resta il momento più autentico soprattutto se, e accade raramente, ci si può liberare dei vari condizionamenti e sovrastrutture che determinano la lettura.
La conformazione della galleria Prometeo, tutta in cemento armato e composta da due ambienti sovrapposti congiunti da una scala, si presta già di per sé ad una sorta di dimensione spaziale. Accedendo alla prima sala di “beneath a surface there’s just another surface” di Driant Zeneli si ha l’impressione che l’artista abbia raccolto una serie di reperti, indizi per ipotizzare una storia che confluisce, in parte, nei suoi video. Già il titolo della mostra è una fonte pressoché inesauribile: “sotto una superficie c’è un’altra superficie”, per quanto ci si possa scervellare nell’ipotizzare, dedicarsi al fatuo tentativo di comprendere, la ricomposizione dei pezzi non sarà mai esaustiva, e nuovamente torna in gioco la pratica dell’abbandono, del farsi trasportare senza ostinarsi nella decodifica, perché non è detto che si debba necessariamente andare oltre quello che ci sembra superficiale, impuntandoci a considerarlo inconsistente. Un libro sotto teca, che dalla copertina supponiamo essere di fantascienza, il genere che associa la plausibilità scientifica alla fantasia, pare essere lo spunto iniziale, come se credere di connettere due mondi apparentemente antitetici fosse il requisito per approcciarsi al resto della mostra.

 

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A parete una serie di disegni dal tratto apparentemente istintivo, forse appunti fantasiosi ispirati dalla lettura. Troviamo reperti asteroidali esposti e relative fotografie, ingrandimenti, collocati in una angolo che pare avere un piglio quasi da museo di scienze naturali, se non fosse per le braccia meccaniche che sorreggono altre pietre, circuitando nuovamente la prospettiva – così come le incongrue tubature che si avviluppano alle colonne. E poi la tenda, spartiacque fra gli ambienti che sembra presagire un secondo inizio, la superficie sotto la superficie a cui si accede attraverso un antro blu, nel cui angolo troviamo incastonate delle scorie, “tutto quello che esce e rimane dalla storia e dalla esperienza tra l’uomo, spazio e politica”, dalle parole dello stesso Driant.
Rimane in me granitica la convinzione che ogni artista abbia il proprio linguaggio elettivo: questo non significa che non possa, o certamente che non debba, cimentarsi con altro, ma che c’è un vocabolario che gli è più consono di altri, e per me quello di Driant Zeneli è il video. “And then I found a meteorites in my room” è un’installazione video tripartita, dal titolo evocativo. Pare di essere calati nella sala macchina, nel laboratorio, oppure nella mente dell’artista, da cui dipanano tutte le inconciliabili contraddizioni che portano ad orchestrare una mostra. Desideri personali, anche gioiosamente infantili, si intrecciano ad un immaginario fantascientifico, in una costante tensione tra utopia e disincanto.

Driant Zeneli | beneath a surface there’s just another surface
Prometeo Gallery
Fino al 17 novembre
A cura di Martina Angelotti

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exhibition view - driant zeneli (4)

Exhibition view - Driant Zeneli