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Lo scorso giovedì 22 giugno il Museo Correr di Venezia ha ospitato un incontro col curatore e storico dell’arte Jean Clair, uno tra i maggiori protagonisti del dibattito internazionale sull’arte contemporanea, già conosciuto a Venezia per essere stato commissario generale dell’edizione del centenario della Biennale nel 1995, durante la quale ha allestito a Palazzo Grassi la mostra Identità e Alterità: figure del corpo dal 1895 al 1995.

L’appuntamento è nato come corollario alla personale Ritratti di Venezia e altri ritratti, del pittore franco-americano Roger de Montebello, curata da Clair e ospitata, fino al prossimo 10 settembre, al secondo piano dello spazio museale di Piazza San Marco. Dopo un breve excursus sullo stato dell’arte del presente e sull’estetica della nostra epoca, il critico francese, incalzato dalle riflessioni della direttrice dei Musei Civici veneziani Gabriella Belli, ha approfondito, nello stile polemico e tagliente caratteristico del suo pensiero, alcune questioni relative alla pittura e all’attività, al ruolo, alle responsabilità dei musei oggi.

Riportiamo di seguito alcuni momenti della conversazione —

Gabriella Belli. Il tuo lavoro viene interpretato, spesso semplicisticamente, come una condanna all’arte contemporanea. Questo è un luogo comune che dobbiamo assolutamente sfatare anche perché quello che auspichi è, in fondo, un appello alla responsabilità degli artisti e di chi gestisce le istituzioni culturali, per evitare una deriva fascista e distruttrice dell’arte. (…)
Nell’introduzione la tuo intervento parlavo del tuo lavoro di curatore e mi interesserebbe capire più nel dettaglio il tuo metodo di azione e utilizzo delle opere d’arte. In Identità e Alterità, ad esempio, hai coinvolto artisti come Louise Bourgeois e Andres Serrano, che nelle tue riflessioni teoriche hai spesso valutato negativamente. Molte delle tue mostre beneficiano della presenza di artisti che fanno parte di quel “teatro della crudeltà” che poi demonizzi attraverso il tuo pensiero critico. Volevo capire con che spirito tutto questo rientra nelle riflessioni e speculazioni da cui scaturiscono le tue mostre.

Jean Clair. Se ho ben capito mi stai chiedendo qual è la coerenza con la quale includo nelle mie mostre una certa contemporaneità, usando opere che col loro carattere rappresentano gli aspetti più rivoltanti della modernità. La risposta è davvero difficile.
Ad esempio, per la mostra Les Realismes entre Révolution et Reaction 12919-1939 mi sono chiesto se fosse possibile esibire opere di Mario Sironi che sapevo essere il pittore ufficiale del regime fascista. Ciononostante era un artista geniale. Ricordo che all’epoca ho chiesto consiglio a Mario De Micheli, critico d’arte dell’Unità, che mi aveva risposto che dovevo sicuramente includere in mostra le opere di Sironi e mettere in luce la sua grandezza nel cogliere perfettamente la miseria, la melancolia, l’orrore dei paesaggi urbani della periferia di Milano e la miseria del popolo italiano dell’epoca. C’era un aspetto di testimonianza nell’opera di questo pittore che volevo mostrare, e lo stesso è successo poi con Louise Bourgeois per gli Stati Uniti e con Serrano per Parigi. Questi due artisti hanno realizzato opere spaventose ma comunque intrise di un fortissimo impegno individuale. Un’opera d’arte deve essere sempre caratterizzata da un impegno psicologico e morale totale e questo è il caso di Sironi e Serrano, ma non è il caso di certi artisti contemporanei che operano su un mercato davvero poco intelligente. Questo spiega come ho potuto mostrare artisti che a priori non rientrano nella mia visione reazionaria dell’arte attuale.

Mi pare di capire che il vero problema per te non stia nella rappresentazione del tragico, che esiste in ogni epoca e che continua a essere un elemento che caratterizza il lavoro di molti artisti contemporanei. Non è la rappresentazione del tragico che stigmatizzi col tuo pensiero, quanto piuttosto la manipolazione e la perdita della pittura come luogo in cui verità e realtà coincidono e convivono. Quando tratti la questione della pittura parti sempre dal concetto che essa sia un simbolo fantastico che unisce la realtà con l’immaginario: quando realtà e immaginario sono dissociati allora la pittura ha, in qualche modo, perso la sua funzione.
A questo punto vorrei porti una domanda sul tema del mito che hai trattato in quasi tutti i tuoi libri. Vorrei chiederti una riflessione sul valore che potrebbe avere il mito oggi, visto che nei tuoi lavori lo utilizzi per descrivere o per commentare l’arte contemporanea del ‘900, che sembrerebbe invece aver perso ogni tipo di relazione con il mito antico.

Non ho l’impressione che il mito sia stato abbandonato dall’arte contemporanea. La mostra di Damien Hirst a Palazzo Grassi, ad esempio, utilizza i miti ma lo fa in maniera molto frivola e superficiale. È un manierismo senz’anima né pathos.
In questo momento sto preparando una mostra su Sigmund Freud che si basa appunto sulla mitologia: nel studiare i sogni o certe patologie mentali maniaco-depressive, lo psicanalista austriaco aveva bisogno di capire quello che succede nel cervello umano facendo riferimento a immagini, non a concetti, e le immagini sono miti. Edipo, Medusa, il padre omicida, sono miti che non hanno cessato di alimentare il nostro immaginario sin dagli albori dell’umanità ma sono investimenti molto pesanti e difficili da sopportare, specie se non si ha la capacità, la forza e il potere di affrontarli.
Un certo Karl Marx contemporaneo di Freud sosteneva invece che “Quando la tecnica e l’elettricità trionferanno non avremo più bisogno di miti, e questi verranno abbandonati come simboli dell’ignoranza e dell’oscurantismo dei secoli passati”. Solo che oggi il comunismo che auspicava Marx è fallito mentre i miti ci sono ancora, per nostra fortuna.
Certo il mito richiede una responsabilità così forte che davvero pochissimi artisti oggi possono farsene carico.

Certamente. Un’altra domanda o riflessione che vorrei farti è questa: sappiamo che l’arte è sempre stata metafora del proprio tempo e che gli artisti che sono riusciti a rappresentare la realtà sono stati capaci di cogliere i cambiamenti prima che questi avvenissero. Penso ad esempio ai pittori della Neue Sachlichkeit, a Dix, Beckmann, Schad, autori che hanno rappresentato la crudeltà e che hanno capito in anticipo la profezia di quello che sarebbe arrivato. Quindi mi domando: oggi viviamo in una società che non ci piace. Possiamo dire che gli artisti che vivono all’interno di una sfera economica, sociale e politica che non apprezziamo ma che cercano comunque di rappresentarla, cogliendo compromessi o contraddizioni, sono autentici? Mi spiego meglio: quest’arte che noi percepiamo come non sincera, questo gigantismo di cui parlavi prima, rappresenta una metafora attraverso immagini di quello che sta succedendo nella nostra società, e risulta quindi difficile segnare un confine netto tra quegli artisti sinceri, che rappresentano il tragico, e quelli che invece manipolano la realtà per fini economici.

JC …

GB Non vuoi rispondere?

Vorrei essere capace di rispondere ma non riesco a visualizzare una risposta. Ovviamente quello che mi domando è “Fino a che punto possiamo ritrovare nella realtà quello che vediamo rappresentato? E, al tempo stesso, che cos’è la realtà?” Non lo so più.
Oggigiorno capisco il fascino e la necessità di molti artisti di lavorare da soli, di non uscire più dal proprio atelier per cercare di capire quel che sta succedendo nel mondo, prendere parte a quelle lotte che considerano estranee, anche se ormai riguardano tutti noi quotidianamente. Questi artisti hanno ancora meno voglia di impegnarsi in utopie politiche che oggi sono scomparse.
Resterebbe forse la religione e saremo ben lieti se la Chiesa cattolica assumesse posizioni più decise e ferme a proposito dell’arte o dell’utilità dell’arte. Per trovare una definizione accettabile di arte bisogna risalire fino a Sant’Agostino che è stato il primo e forse l’ultimo che ha osato parlare di bellezza. Oggi nessuno sa farlo.

In questo dialogo sulla contemporaneità vorrei capire qual è il tuo pensiero rispetto alla responsabilità dei musei e dei loro direttori a proposito della deriva che in qualche modo permea l’arte del presente.

Lavoro nei musei da 45 anni e ancora non so a cosa servano, o non sono sicuro di saperlo.
Tutto quello che posso dire è che il museo in quanto istituzione pubblica è stato creato nel 1793, lo stesso anno in cui è stata inventata la ghigliottina: lo strumento che tagliava le teste dei cittadini è stato messo in funzione contemporaneamente ai luoghi che facevano vedere frammenti sparsi e creazioni del genio umano che all’epoca non erano considerate arte, ma mere testimonianze per fedi, religioni, credenze.
I musei sono luoghi dove conservare oggetti preziosi ma non si sa bene con quale obiettivo, per quale cultura. Immagino questa sia una visione molto pessimista, ma è la mia visione e io sono pessimista. Forse serve esserlo…

Si può servire, e naturalmente serve anche riuscire a imparare la lezione che ci hai insegnato con la coerenza del tuo lavoro. Essere direttore di un museo significa essere una voce fuori dal coro e cercare di dominare anche quelle zone d’ombra che nella cultura esistono e che sicuramente nascondono valori autentici.

Coeur de Femmes