• Davide Allieri, Résonance, installation view, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, installation view, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, installation view, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, detail, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, installation view, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, installation view, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, installation view, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, installation view, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, installation view, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, installation view, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, detail, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, detail, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, detail, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava
  • Davide Allieri, Résonance, detail, courtesy dell'artista e Placentia Arte, foto Marco Fava

Presso Placentia Arte, la galleria d’arte contemporanea fondata nel 1991 da Lino Baldini e da un anno sotto la direzione artistica e la gestione di  Marta Barbieri, Riccardo Bonini, Paola Bonino e Michele Cristella, è stata inaugurata una mostra personale Résonance dell’artista italiano Davide Allieri, visitabile sino al 30 aprile.

ATPdiary ha posto alcune domande all’artista.

Nella mostra che hai inaugurato presso Placentia Arte si trovano una teca vuota; un tendaggio bianco che non nasconde niente, ma solo un muro; dei calchi in gesso posti a terra che danno forma ad un’assenza. Come mai questa dominante presenza del “niente” (è evidentemente un ossimoro)? Quale campo vuoi sondare col tuo lavoro?

Nel periodo accademico di Brera sperimentavo lavori scultorei utilizzando vari materiali instabili come per esempio la polvere ed il grasso di grafite. Calcavo parti del mio corpo (denti, viso, mani, piedi) e poi, non avendo alcuna esperienza in scultura, non riproducevo il positivo ma lasciavo il calco come opera vera e propria. Il tutto coincideva all’epoca con un testo che trovai quasi casualmente in libreria di Georges Didi-Huberman La somiglianza per contatto, in cui viene analizzata la forma dell’impronta in tutte le sue caratteristiche e declinazioni possibili: storiche, concettuali, formali, tecniche e spirituali. Questo libro rimane fondamentale ancora oggi per la mia ricerca. Negare quindi un’immagine mi pareva all’epoca più interessante che mostrarla. Da allora mi interesso al “vuoto” in tutte le due declinazioni possibili, spingendo il mio lavoro a muoversi nella dimensione della “sensazione”, senza raccontare storie ma anzi evitando totalmente la narrazione oggettiva. I miei non sono elementi abbandonati ma esprimono l’abbandono, non rappresentandolo ma evocando sensazioni. Per me lavorare sull’evocazione non significa affrontare la messa in scena di un determinato dato storico o lo scontato evento accaduto. Lo sguardo antico, che mi caratterizza ed emerge nei miei lavori, non è dunque pura nostalgia verso il passato, bensì si concretizza come ammirazione verso una certa forma classica. La mia ambizione è infatti riuscire a creare opere che possano “attraversare i tempi”, che non si identifichino mai in un contemporaneo o in una determinata epoca ma abbiano la forza di resistere e quindi rimanere classici per sempre.

Ci sono anche diverse piccole immagini di paesaggi barocchi incorniciate e appese a parete. Qui sei intervenuto eliminando del colore per dare forma a piccoli segni banchi. Come li hai realizzati e cosa rappresentano?

Ho estratto alcune opere di autori che mi interessano e che appartengono al periodo barocco-rococò. Sono stampe che ho trovato su libri vecchi che colleziono. Ho selezionato dei frammenti-dettagli delle opere, li ho ritagliati e ricoperti con una leggera velatura di polvere di grafite. Volevo abbassare il tono di quei colori accesi e dare una visione più scura del frame. In seguito, tramite diluente, ho asportato il colore dalla stampa cercando di riprodurre fenomeni atmosferici anomali nel cielo. La selezione infatti delle opere riguarda soprattutto paesaggi dove originariamente non appariva nessun corpo celeste. La mia idea era manipolare l’immagine cambiando il senso intrinseco dell’opera originaria. Il piacere si sostituisce al conturbante, una visione smaliziata e leggera tipica delle opere vedutiste di quel periodo, lascia il posto ad un’idea di un’apocalisse imminente. Una visione di fine e di vuoto dunque. La necessità di installare questa serie di lavori nella mostra era data da un fatto di equilibri formali e concettuali: il vuoto, il minimalismo e una certa freddezza che dominava nei tre oggetti installati nello spazio vengono equilibrati da questi piccoli lavori a parete: pieni, scuri e visivamente “pesanti”.

Sul tuo sito web (http://www.davideallieri.com/texts/) leggo che le tue opere mostrano una dimensione connessa alla vita, alla memoria, all’assenza, al desiderio, allo spazio, alle tracce, alle cose antiche e ai frammenti. Sono sostantivi molto forti, e pieni di storia. Cosa ti interessa davvero di tutto questo?

Mi interessa la sensazione, come dicevo prima, evocare determinate sensazioni senza rappresentarle narrandole. Le memorie collettive, le date storiche riguardo a un evento non mi interessano molto e tantomeno l’analisi della storia in questo senso. Mi affascina piuttosto la mia sensazione riguardo una certa cosa, la mia idea di una certa cosa, la mia visione o il ricordo verso le infinite storie possibili. Io cerco l’abbandono nell’opera ma anche nello spettatore; i miei lavori in molti casi sono in “divenire”; ed è grazie a questo grado di “apertura” che il fruitore viene coinvolto e stimolato a completare l’opera . Nei miei lavori cerco una relazione alterata e discrepata tra tempo e spazio, conservando un possibile “intermezzo” tra una condizione e l’altra: tra un dentro e un fuori, tra un positivo ed un negativo, tra un visibile ed un invisibile, tra un pieno ed un vuoto. Una condizione “in potentia” che, sospesa, trova la sua soluzione nel puro incompiuto. Ma non è l’opera ad essere formalmente incompleta, bensì quello che esprime suggerendo una costante “sottrazione” del soggetto. Mi piace pensare le mie opere come corpi in attesa che stimolano domande, senza suggerire soluzioni o risposte.

Il titolo della mostra è RÉSONANCE, da dove nasce?

Il titolo della mostra si riferisce alla risonanza musicale. Ho immaginato una frequenza unica di sottofondo che unisse ogni lavoro. Come se un singolo suono in loop costante abbracciasse e dirigesse lo spettatore nello spazio. Mi piace idealmente che ogni lavoro in mostra possa vibrare ed emettere un suono differente ma allo stesso tempo immesso su un’unica lunghezza d’onda. Usare un termine non legato necessariamente alle arti figurative con l’intenzione di intrecciare tutti gli elementi grazie a qualcosa di non visibile e solo percettibile. La risonanza appunto. Ma risonanza è nel mio caso sinonimo di sensazione, di alone, di eco, di espansione.

Pensando anche ai nomi delle opere: la teca “1, 0608”, i calchi “Classic Corners (Cast Away)”, le immagini incorniciate “Until The End Of The World”. Ci spiegheresti l’origine dei tuoi titoli?

La scelta di un titolo varia a seconda del progetto. Non ho una regola, ma lascio che i titoli mi si compongano nella mente. Nella maggior parte dei casi vengono a opera terminata, quasi mai prima. Le teche vuote portano come titolo il calcolo dei metri cubi di vuoto che ciascuna contiene o non contiene al suo interno. Ho voluto giocare sulla misura e sul numero in questo caso. Cast away, il titolo dato alla serie dei calchi in gesso, oltre a contenere la parola cast (calco), letteralmente significa naufragato, ma abbraccia anche altri significati, tra cui gettato. Suggerisce quindi una condizione di abbandono, relazionandosi così al concetto vero e proprio del progetto. La serie sui fenomeni atmosferici anomali, che possono ricordare una sorta di situazione di apocalisse e fine imminente, invece porta un titolo molto esplicativo: Fino alla fine del mondo. Una tautologia direi. Anche i titoli sono parte fondamentale delle opere ed evocano anch’essi immagini possibili. Non mi interessa però che prevalgano sull’opera, diciamo che il titolo suggerisce silenziosamente qualcosa che poi si rivela e va cercata nell’opera.

Davide Allieri,   Résonance,   installation view,   courtesy dell'artista e Placentia Arte,   foto Marco Fava

Davide Allieri, Résonance, installation view, courtesy dell’artista e Placentia Arte, foto Marco Fava

Davide Allieri,   Résonance,   detail,   courtesy dell'artista e Placentia Arte,   foto Marco Fava

Davide Allieri, Résonance, detail, courtesy dell’artista e Placentia Arte, foto Marco Fava

Davide Allieri,   Résonance,   detail,   courtesy dell'artista e Placentia Arte,   foto Marco Fava

Davide Allieri, Résonance, detail, courtesy dell’artista e Placentia Arte, foto Marco Fava