Maurizio Montagna, Corruzioni (2017-2020)

“Il termine ‘inconscio’ è in effetti una mistificazione […]
Non esiste qualcosa che sia l’inconscio:
ci sono solo esperienze di cui siamo consapevoli ed esperienze
di cui non siamo consapevoli, cioè, delle quali siamo inconsci”
(Eric Fromm, Marx e Freud, 1968)

Corruzioni (2017-2020) è una serie di immagini apparsa a causa di bug assolutamente inaspettati. I bug hanno agito all’interno di un dispositivo tecnologicamente avanzato, ovvero in una macchina fotografica che solitamente produce una straordinaria qualità del soggetto documentato e un alto livello di definizione e realismo. Le immagini provenienti dallo strumento di ripresa  sono la sintesi di una tecnologia, che la casa produttrice pubblicizza con prestazioni al di sopra di tutte le macchine fotografiche in commercio. In questa ricerca e serie di Maurizio Montagna, però, lo strumento tecnologico è da intendere solo come la punta di un iceberg. Le questioni e i ragionamenti susseguiti alle apparizioni di immagini non programmate in partenza sono parte del lavoro concettuale, che include anche le possibilità narrative portate dal caso e dalla ipotetica riattivazione di temi legati al cosiddetto “inconscio tecnologico”. Cosa vede l’occhio di chi utilizza la macchina fotografica e cosa vede invece la processualità di uno strumento fotografico tecnologicamente così avanzato? È capace di interpretare da solo un soggetto? Quando lo strumento è stato messo in crisi ha innescato un immaginario altro e non controllabile dall’operatore. Ogni crisi è stata gestita autonomamente dal sistema elettronico, programmato per fornire in ogni caso una immagine dello scatto nel visore. E questo è avvenuto anche quando un bug ha preso il sopravvento.
Il dorso digitale utilizzato da Montagna ha rivelato immagini dei suoi cortocircuiti o momenti difficili, ha visualizzato figure non totalmente realistiche, immagini fantasma, presenze segniche astratte, scomposizioni geometriche, sovrapposizioni e rumori creati dalla sua programmazione tecnologica.  Ma questo mostrare qualcosa – che non era voluto da chi ha realizzato le riprese – come lo dobbiamo leggere e interpretare? La macchina ha voluto far vedere ciò è contenuto nella realtà, i suoi rumori invisibili per l’occhio umano, le sue presenze, le derive del visibile? E se la macchina di Montagna avesse in realtà mostrato che il fotografico, come il mondo biologico, è un sistema complesso di relazioni, di collegamenti e di funzioni adattive, anche costellato di cortocircuiti ed errori?
La macchina fotografica è governata da rapporti completamente conoscibili, tant’è che può essere progettata e costruita e poi riparata esattamente nel punto in cui chi la usa la ritiene mal funzionante rispetto ai suoi scopi. La dipendenza della macchina dal mondo della vita non potrà mai probabilmente essere completamente annullata visto che le macchine sono state create da esseri umani.
Immaginiamo che la macchina fotografica attuale possa contenere un inconscio specifico, o un portato di conoscenze e dati depositati da chi l’ha creata o successivamente sviluppata ulteriormente con nuove tecnologie, un processore di connessioni mnemoniche e con algoritmi interni continuamente aggiornati dalla rete, o altro che ancora non abbiamo individuato. 

Maurizio Montagna, Corruzioni (2017-2020)

Fare un passo indietro nelle scelte creative personali, e lasciare quindi spazio a ciò che la macchina traduce in immagine nella sua memoria interna e sul suo visore, può essere considerato un interessante gesto per stare a vedere cosa possa materializzarsi. Significa lasciare spazio anche all’incontro fortuito e all’azione del caso. Nel pensare ad un inconscio cosiddetto tecnologico non intendo ovviamente assimilare surrettiziamente un oggetto a un essere vivente, la macchina a una persona, o alludere a credenze utilizzate razionalmente, come avviene negli umani secondo la psicanalisi. La macchina fotografica attuale ha la capacità di opporsi all’uso che ne vogliamo fare, mediante impulsi non ascrivibili alla sua struttura razionale? La camera può ingannarci o imporci qualcosa se viene utilizzata come si deve? Quale fondo irrazionale è da ricercare nella macchina? Nel film di fantascienza 2001 Odissea nello Spazio il computer HAL 9000 si oppone al sistema precostituito dell’intelligenza scientifica umana. Ma quella è un’altra storia. Maurizio Montagna ha preso atto delle derive attuate dal corpo macchina. Solitamente quando la macchina si oppone al volere umano viene considerata guasta e viene portata nei luoghi deputati per essere riparata, dove gli esperti poi intervengono anche sulla sua struttura razionale. In un certo senso si applica la stessa modalità della psichiatria, quando si tenta di curare la disfunzione mentale. Ma l’autore invece qui ha dato credito agli aspetti visionari della macchina andata in tilt, alla sua follia momentanea: un software, non danneggiato ma portato al massimo sforzo di lavoro, è in grado di interpretare la realtà con i canoni estetici della fotografia analogica. Montagna pensa a un surrealismo digitale e “randomico”, a immagini interessanti a livello formale e concettuale, che provengono da uno strumento non predisposto a farle, ma che ugualmente le ha rese visibili. O le immagini della serie Corruzioni sono visualizzazioni di qualcosa che proviene dall’inconscio tecnologico? Dopo l’avvento del digitale e dopo i numerosi tentativi di reinventare il medium fotografico cosa è cambiato rispetto alle questioni e ai contenuti presi in esame da Franco Vaccari nel suo libro Fotografia e inconscio tecnologico (1979)? La macchina fotografica è veramente un meccanismo capace di imporci un comportamento nascosto dietro l’idea cosciente di fare qualcos’altro? Il soggetto trovato, il non cercato con intenti artistici o creativi, il rivelato casuale sono interessanti perché capaci di registrare aspetti inediti della realtà, secondo modalità non solo umane, restituendoceli forse anche a un livello simbolico, spia dell’attuale percorso o fase dell’umanità. Secondo quest’ottica è possibile rileggere in altra declinazione questa asserzione di Vaccari: “Non è importante che il fotografo sappia vedere, perché la macchina fotografica vede per lui”. Questo vale in partenza, come prima rivelazione, quando è apparsa la prima immagine corrotta dal bug. Montagna si sarebbe potuto fermare alla prima apparizione dell’errore fotografico. 

Maurizio Montagna, Corruzioni (2017-2020)

Ma gli è sembrato altrettanto interessante la reiterazione seriale dell’errore, la comparazione delle immagini messe in sequenza una accanto all’altra per rendere visibile l’azione formale del caso o di una alterità enigmatica, le innumerevoli sfumature, le ricorrenze nella distribuzione delle riprese su alcuni oggetti banali del quotidiano, portando dentro questo flusso anche il ricordo degli oggetti maniacalmente fotografati da Franco Vimercati. Detto in altre parole, è parso altresì importante dare più spazio alla “follia” della macchina fotografica, a ciò che fa il suo corpo digitale indipendentemente da cosa pensa chi la utilizza.
Nel profondo, a Montagna interessano le minime ma significative differenze, non il risultato finale, ma gli scarti che si creano tra le fotografie realizzate a pochi secondi di distanza l’una dall’altra. Quindi le serie delle Corruzioni sono parte delle progettazioni di immaginari e delle aperture agli aspetti sottili. Per certi aspetti sono anche figure deformate di ciò che il nostro sguardo guarda, immagini di quello che vorremmo comprendere ma che ci viene restituito entro una visione parziale. La fotografia è legata al processo visivo, mentre l’interpretazione è un fatto che estende la visione verso ulteriori direzioni. Le immagini corrotte fanno parte di un esercizio quotidiano, da attuare per riuscire a estendere le possibilità della percezione nel reale e nell’irreale. Si tratta di stare dentro gli istanti, nel divenire del tempo, di innestare la macchina fotografica su un flusso di materia, di energia, di informazioni. Ma torniamo alla nozione di inconscio tecnologico secondo la visione di Vaccari.
La mutua dal concetto di inconscio ottico elaborato da Walter Benjamin, ovvero tutto ciò che sfugge inconsciamente all’occhio umano e che la macchina è in grado di registrare e di far riaffiorare nella nostra coscienza? O Vaccari attribuisce alla macchina facoltà che vanno al di là della visione umana, anche di quella inconscia? Il “non fare” di Vaccari è una via per evitare di ridurre l’oggettività dell’immagine, epurandola dall’inconscio umano che, in una fotografia “normale”, nonostante la volontà d’obiettività, influirebbe comunque nel risultato finale? In ogni immagine corrotta di Montagna la presenza fantasmatica che è apparsa come “anima” di un oggetto dei giorni feriali rappresenta il punctum 2.0, ossia l’effetto realtà, sganciato dal volere dell’autore che trapela da particolari casuali ed attraenti.
Ma questo è solo la punta dell’iceberg. Il resto, il sommerso, è esteso nell’immaginario di ogni fruitore e nelle differenze visibili nelle diverse sequenze di immagini corrotte.

Maurizio Montagna. Corruzioni – Oggetto quasi
CONSARC/GALLERIA, Chiasso, via Gruetli 111 settembre-24 ottobre 2021
nel programma della XII Biennale dell’Immagine di Chiasso