Mario Cresci, Tre focus su Piranesi # 7, Roma 2011 – Bergamo 2020, still da video © Mario Cresci, Courtesy Istituto Centrale per la Grafica, Roma
Mario Cresci, Tre focus su Piranesi # 3, Roma 2011 – Bergamo 2020, still da video © Mario Cresci, Courtesy Istituto Centrale per la Grafica, Roma

La luce, la traccia, la forma, personale dedicata a Mario Cresci dalla Fondazione Modena Arti Visive, fornisce una sintesi esaustiva della ricerca dell’artista in rapporto alla pratica fotografica. L’intento è quello di svelare i retroscena che si celano dietro al segno fotografico attraverso una serie di lavori che ne indagano il senso e le potenzialità.

Si tratta di opere che ribadiscono ancora una volta l’incessante sperimentalismo che ha contraddistinto la carriera di Cresci. Ma ciò che risulta estremamente interessante è il dialogo del tutto inedito che l’artista ha instaurato con William Henry Fox Talbot, protagonista della mostra L’impronta del reale. W. H. Fox Talbot. Alle origini della fotografia inaugurata alle Gallerie Estensi sempre il 12 settembre – entrambe le mostre rimarranno aperte fino al 10 gennaio 2021. Cresci, infatti, si è ispirato al fotografo inglese, inventore dei “disegni fotogenici” e del negativo fotografico, per il concepimento della mostra, riprendendo il discorso su alcune opere che aveva avviato nel 2011 in occasione di una mostra presso l’Istituto Centrale per la Grafica di Roma.
Riallacciandosi alle sperimentazioni fatte sulle incisioni di Giovanni Battista Piranesi, Annibale Carracci e Luigi Calamatta, presentate in quella circostanza, Cresci espone quindi i Rivelati (Roma, 2010 – Bergamo, 2020), fotografie della lastra della Madonna della Seggiola di Raffaello incisa da Calamatta nel 1863: la scelta di riprendere la lastra da tre diverse inclinazioni determina una visione sia in positivo che in negativo del lavoro, a seconda di come la luce incide sulla sua superficie. Rientrano nella stessa serie i macro-prelievi delle fotografie delle lastre dei tre incisori effettuati all’inizio del 2020 da Alfredo Corrao, i quali riportano l’atto fotografico all’originaria natura di traccia: le immagini dei particolari acquistano in questo caso una valenza propria, autonoma, assumendo configurazioni astratto-geometriche che non solo stimolano lo spettatore a livello visivo, ma implicano il coinvolgimento dell’intero spettro sensoriale.

Mario Cresci, dalla serie Rivelati, Roma 2010 © Mario Cresci, Courtesy Istituto Centrale per la Grafica, Roma
Mario Cresci, dalla serie Rivela ti, Roma 2010 – Bergamo 2020 © Mario Cresci, Courtesy Istituto C entrale per la Grafica, Roma

Con il video Tre focus su Piranesi (Roma, 2011 – Bergamo, 2020) tale coinvolgimento cresce ulteriormente: lo spettatore viene trasportato nelle trame de Le Carceri (1745) dell’architetto veneziano, e i solchi incisi a bulino divengono scie luminose che si intersecano tra loro a ritmo serrato. In effetti, è come se Cresci ci accompagnasse nei meandri più intimi dell’immagine fotografica – analizzata da Fox Talbot negli anni Trenta e Quaranta dell’Ottocento con la stessa perizia e curiosità – con l’intento di mostrarcene la forma, la struttura. E al celebre fotografo inglese pare ispirarsi quando si riprende serioso accanto al proprio apparecchio in uno dei lavori del dittico Autoritratti (Bergamo, 2010): la posa è quella tipica ottocentesca – austera e orgogliosa – e lo sguardo ricorda quello di Fox Talbot nel ritratto fotografico di John Moffat del 1864. Ciò che però risulta importante nel dittico è l’indagine condotta sul rapporto che si instaura tra luce, lastra e mezzo: l’artista infatti fotografa prima il proprio riflesso sul retro di una lastra di rame e poi l’immagine della macchina fotografica che si rispecchia al centro di un pannello quadrato, quasi a voler affidare idealmente il processo di incisione non ai raggi luminosi ma all’apparecchio stesso. Il quadrato ritorna poi nell’ultimo lavoro esposto, Alterazione del quadrato, facente parte della serie Geometria non euclidea (Venezia, 1964): sono gli anni in cui Cresci scopre la figura del fotografo inglese, cominciando a elaborare diverse soluzioni che lo porteranno ad approfondire il tema della forma.

La luce, la traccia, la forma sono dunque i tre ambiti di ricerca che hanno caratterizzato da sempre il suo operato. Ed è in tal senso che si realizza pienamente la corrispondenza con William Henry Fox Talbot, acuto osservatore e sperimentatore: Cresci ha sempre lavorato sul linguaggio fotografico – il che implica considerare sia i meccanismi del “parlato”, sia ciò di cui si vuole raccontare – e se all’autore di The Pencil of Nature (1844-1846) si deve la nascita di un nuovo tipo di fotografia – quasi un atto di procreazione, o meglio di riproduzione – all’artista italiano va certamente il merito di aver dato un significato profondo a tale atto generativo. Che siano le Geometrie (1964-2011), i Ritratti in tempo reale (1967-1972) – inseriti nella celebre mostra Campo Dieci (Milano, 1976) – o I Rivolti (2013), in tutti i lavori il fine ultimo di Cresci è sempre quello di esplorare le viscere del medium, scomponendo e ricostruendo l’immagine per rivelarne le infinite potenzialità.

Mario Cresci, Autoritratto #1, Bergamo 2010, dal la serie Attraverso la traccia © Mario Cresci
Mario Cresci, Autoritratto #2, Bergamo 2010, dal la serie Attraverso la traccia © Mario Cresci

Mario Cresci, La luce, la traccia, la forma
A cura di Chiara Dall’Olio
In collaborazione con Gallerie Estensi
Dal 12 settembre 2020 al 10 gennaio 2021
Fondazione Modena Arti Visive, Modena