Giardino project, vol.1 La dimensione umana, Lucrezia Calabrò Visconti, Forme di sciopero nell’economia della presenza: dallo sciopero umano al femminismo estatico, ph Alice Caracciolo

Hannah Arendt e il suo saggio Vita activa, la condizione umana (in inglese The Human Condition) costituiscono il punto di partenza di Volume 1. La condizione umana, progetto inedito di giardino project a cura di Giuseppe Amedeo Arnesano pensato a Trepuzzi in provincia di Lecce. Con la pandemia, la relazione con gli altri – in senso emotivo e sociale – è stata messa in discussione nelle sue modalità, al faccia a faccia si è sostituito il video a video, e anche il lavoro ne ha subito pesantemente gli effetti.
L’arte e la cultura vivono di relazioni e di contatto: dal 2020 cosa possiamo imparare per modificare, in meglio, il lavoro nell’arte? Lucrezia Calabrò Visconti, prima relatrice del progetto Volume 1- mentre per il secondo evento gli artisti Marco Vitale e Marco Musarò proporranno una performance dal titolo The desert we sang so long in programma a Lecce nella prima settimana di Settembre.

Veronica Pillon: Per giardino project Volume 1. La condizione umana, hai proposto una lectio brevis dal titolo “Forme di sciopero nell’economia della presenza: dallo sciopero umano al femminismo estatico”. Vuoi raccontare cos’è l’economia della presenza e perché il femminismo estatico può considerarsi una modalità di sciopero efficace nella società contemporanea?

Lucrezia Calabrò Visconti: Quando parlo di “economia della presenza” sto forzando una definizione originariamente introdotta da William J.Mitchell nel 1999 per descrivere la possibilità di scegliere, nell’ampia gamma di diversi gradi di presenza a nostra disposizione grazie alle tecnologie digitali, quello più conveniente rispetto ad una situazione data. Ciò che mi interessa descrivere con questo termine, utilizzandolo più di vent’anni dopo nel contesto della iper-presenza richiesta dalla “performance permanente” (Lütticken) di stampo tardo-capitalista, è il tentativo di ri-negoziare degli spazi di autonomia dove gli strumenti tradizionali sembrano totalmente impraticabili. Come sintetizzano molto bene Ambra Pittoni e Paul-Flavien Enriquez-Sarano: “se la mia vita è lavoro, come faccio a scioperare dalla mia vita?”. Nella riflessione sulle forme di sciopero disponibili quando la sottrazione del proprio corpo al meccanismo produttivo non è possibile, attraversare i femminismi mi è sembrato quasi un passaggio obbligato: moltissimo lavoro è stato fatto in questo ambito che può aiutarci a capire la natura totalizzante del lavoro contemporaneo. Non è un caso che spesso si parli di “femminilizzazione” o “divenire-donna” (Corsani) del lavoro, ovvero di una relazione profonda, a livello storico quanto a livello ontologico, tra le forme di sfruttamento tipiche del precariato post-fordista e le tradizionali forme di sfruttamento della donna. Nella lectio per giardino project mi sono concentrata su alcuni degli strumenti critici e delle tattiche offensive praticate in ambito femminista a partire dai comitati per il salario al lavoro domestico per arrivare alle donne che hanno scelto di militare nella lotta armata. Nello specifico, ho tentato di seguire ed estendere la traiettoria del “femminismo estatico” identificata nel 2004 da Tiqqun attraverso diverse figure che gravitavano attorno ai movimenti femministi negli anni Sessanta e Settanta in Italia. Ciò che trovo particolarmente rilevante in questa definizione, o che perlomeno risuona molto con ciò su cui mi sono concentrata negli ultimi anni, è che ricostruisce il potenziale politico di un ambito, quello dell’estasi, che solitamente viene ridotto al misticismo o al godimento (femminile), e lo fa rispondendo alla necessità di scioperare contro se stesse (attraverso la metodologia dell’ek-stasis,dell’”uscita da sé”). 

Red Women’s Workshop, A Woman’s Work Is Never Done, 1974 – Fonte fonte: hotpotatoes.it 
Red Women’s Workshop, Capitalism also depends on domestic Labour, 1975 – Fonte fonte: hotpotatoes.it 

VP: Vita activa. La condizione umana è il titolo italiano del saggio di Hannah Arendt in cui l’agire si afferma nella sfera politica e, in senso più ampio, nella vita pubblica. Come curatrice e giornalista, pensi che l’arte svolga ancora un ruolo fondamentale nella sfera pubblica? 

LCV: Penso che qualsiasi attività in grado di aprire degli spazi di riflessione critica, di ricerca e di relazione diversi o meno ingabbiabili dai meccanismi iper-etero-patriarcal-neoliberisti (di cui sopra) abbia un forte valore politico. Sebbene l’arte contemporanea non sia estranea a questi meccanismi, credo sia importante riconoscere che nell’ambito in cui lavoriamo ci sarebbero, in molti casi, le potenzialità e il sostrato culturale condiviso per poter portare avanti un lavoro teorico-critico, politico ed etico estremamente valido in termini di costruzione di nuove forme di istituzione e di pensiero. È un peccato che altrettanto spesso manchino le condizioni e le risorse per fare un ragionamento a lungo termine o l’indipendenza politica necessaria per salvaguardare delle metodologie radicalmente diverse. Rispetto al ruolo dell’arte nella vita pubblica, mi verrebbe da estendere la tua domanda, chiedendoci quali politiche hanno disincentivato la produzione, fruizione ed educazione alla cultura contemporanea nel corso degli anni. Qualsiasi discorso sul ruolo pubblico dell’arte deve partire da un serio aggiornamento dei meccanismi di comunicazione e valorizzazione della cultura contemporanea, e da una riflessione critica (e autocritica) sulla partecipazione culturale e civica delle persone. 

VP: Il tema del lavoro è centrale nella tua pratica curatoriale e sei attualmente vicepresidente di Art Workers Italia. Come vicepresidente di AWI, quali sono gli obiettivi che vorresti raggiungere per i lavoratori dell’arte, soprattutto in un periodo molto complesso dal punto di vista economico e sociale?

LCV: Spesso riassumiamo gli obiettivi di Art Workers Italia nelle 4 “R”: il riconoscimento della specificità delle professioni dell’arte contemporanea; la regolamentazione dei rapporti di lavoro; la ridistribuzione delle risorse in modo più equo; la riforma delle logiche dell’intero settore. Il lavoro da fare è molto, perché la situazione è particolarmente critica: l’indagine di settore che AWI ha svolto insieme a ACTA negli ultimi mesi ha rivelato che quasi la metà di chi lavora nell’ambito dell’arte contemporanea in Italia dichiara di guadagnare meno di 10.000 euro all’anno (la soglia di povertà per un individuo adulto è mediamente 10.299 euro all’anno), che il 55% dei lavori svolti dalle/i art workers non è regolamentato da un contratto scritto, che quasi il 60% delle art workers lavora più di 40 ore settimanali, nella maggior parte dei casi svolgendo più lavori per poter sostenere la sua attività nell’ambito. Questo a fronte di livelli di istruzione e specializzazione altissimi, spesso ottenuti all’estero. La risposta a questa situazione deve partire da un’azione di tipo politico e tecnico, volta a riempire il vuoto normativo che caratterizza lo svolgimento della nostra professione in Italia, ed è una delle cose su cui sta lavorando Art Workers Italia in dialogo con diversi soggetti politici, tecnici e istituzionali (esperti del settore legale come Alessandra Donati, del settore fiscale come Franco Broccardi, associazioni come AMACI, Mi Riconosci?, oltre che rappresentanti delle istituzioni politiche a livello regionale, nazionale ed europeo). Un obiettivo a cui tengo particolarmente che ci ha tenute impegnate in questi ultimi mesi è il lavoro di revisione e integrazione alla prima legge in Italia che finalmente disciplinerà il lavoro nel settore artistico (Ddl testo unificato fra AA.SS. 2039, 2090, 2127, 2218). Il disegno di legge è stato originariamente scritto per regolamentare il settore creativo e dello spettacolo, e mancava completamente di qualsiasi riferimento al settore delle arti visive. Grazie all’ascolto della VII e XI commissione in Senato siamo riuscite a integrare il Ddl includendo nel testo il nostro settore, le sue specificità, le professioni e le attività ad esso correlate, e abbiamo depositato da poco un secondo giro di proposte di integrazione (visionabile sul sito del Senato). È un’occasione importantissima per uscire dall’invisibilità che contraddistingue il lavoro nell’arte contemporanea in Italia, per contrattualizzare correttamente le nostre professioni e per ottenere tutele che fino ad ora erano impensabili – come, ad esempio, un fondo pensionistico dedicato. 

Ida Faré / Franca Spirito, 1975
Economia della Presenza