• Yvonne Rainer. The Concept of Dust, or How do you look when there’s nothing left to move? 2015. Performers: Pat Catterson, Patricia Hoffbauer, Emmanuèlle Phuon, Yvonne Rainer, Keith Sabado and David Thomson. Photograph © 2015 Fondazione Antonio Ratti, Como Photo: Moira Ricci
  • Yvonne Rainer. The Concept of Dust, or How do you look when there’s nothing left to move? 2015. Performers: Pat Catterson, Patricia Hoffbauer, Emmanuèlle Phuon, Yvonne Rainer, Keith Sabado and David Thomson. Photograph © 2015 Fondazione Antonio Ratti, Como Photo: Moira RicciPhotograph © 2015 Fondazione Antonio Ratti, Como
  • Yvonne Rainer. The Concept of Dust, or How do you look when there’s nothing left to move? 2015. Performers: Pat Catterson, Patricia Hoffbauer, Emmanuèlle Phuon, Yvonne Rainer, Keith Sabado and David Thomson. Photograph © 2015 Fondazione Antonio Ratti, Como Photo: Moira Ricci
  • Yvonne Rainer Assisted Living: Do you have any money? Photo: Ian Douglas
  • Yvonne Rainer. The Concept of Dust, or How do you look when there’s nothing left to move? 2015. Performers: Pat Catterson, Patricia Hoffbauer, Emmanuèlle Phuon, Yvonne Rainer, Keith Sabado and David Thomson. Photograph © 2015 Fondazione Antonio Ratti, Como Photo: Moira Ricci
  • Yvonne Rainer. The Concept of Dust, or How do you look when there’s nothing left to move? 2015. Performers, from left: Keith Sabado, Patricia Hoffbauer, Yvonne Rainer, Emmanuèlle Phuon, David Thomson, and Pat Catterson. Photograph © 2015 The Museum of Modern Art, New York Photo: Babette Mangolte

English text below

Il 9 luglio si è tenuta la conferenza di Yvonne Rainer, una delle due Visiting Professor del XXI CSAV – Artists Research Laboratory (Fondazione Antonio Ratti). Yvonne Rainer, coreografa, performer e film-maker americana, classe 1934, ha condotto le prime due settimane del workshop, lavorando intensamente con i giovani artisti internazionali partecipanti, sia a livello teorico che fisico.

Attraverso la conferenza, incentrata sul concetto del “doing nothing, nothing doing”, Rainer ha messo in evidenza la struttura e le motivazioni dei suoi lavori, dai più storici ai più recenti. L’irraggiungibilità del “non fare niente”, del rimanere immobili sulla scena, del compiere movimenti e gesti “non adatti” a uno show, giustifica il suo interesse nelle azioni più banali e quotidiane, non spettacolari, apparentemente insensate, costantemente presenti nelle sue performance; gesti comuni, spesso improvvisati, sono intervallati a movimenti coreografati e studiati, interrotti inesorabilmente dalla Rainer stessa che, avvicinandosi ai propri performer, ferma il loro movimento invitandoli a leggere testi anche difficili (trattati di storia, archeologia e paleontologia, letteratura ecc.). In gioco sono dunque azioni quotidiane – rilette anche alla luce del trattato sulla “non teatralità” di Micheal Frieze – , azioni che esplorano il sottile confine teso tra la mera presenza, la “non muscular performance” (cui per altro siamo abituati in moltissime altre forme d’arte o di attività umana in genere) e la quotidianità assoluta (anch’essa ritenuta non adatta a calcare le scene). Non trascurabile è anche il ruolo dello spettatore, colui che, in modo ben più palese, all’interno di un contesto performativo, “non fa niente”, se non osservare. La risposta di Rainer è semplicemente quella più logica: non fare nulla è impossibile. Piuttosto, se proprio si cerca un’azione precisa, le sue performance rappresentano l’essere vivi sul palco. E questa teoria viene dimostrata, anche all’interno della conferenza, attraverso la descrizione di varie performance, sia proprie che altrui (in particolare quelle di John Cage e del suo “unattainable sound” e di Andrea Kleine, altra Visiting Professor del XXI CSAV), e attraverso l’aiuto di una delle giovani artiste partecipanti al workshop, che riproduce fedelmente con i suoi movimenti la descrizione dei movimenti dei ballerini coinvolti in una performance di Rainer. Continuando nella descrizione della propria presa di coscienza sul tema del “non fare niente” Rainer insiste sull’impossibilità di raggiungere questo obiettivo, affermando che il cervello, anche durante una performance in cui, apparentemente, non succede nulla, continua sempre a lavorare, non si ferma mai, e, soprattutto, descrive come, quando si viene osservati, sia impossibile non fare niente, trovandosi in un particolare stato di consapevolezza di se stessi: quando ci si trova occhi puntati addosso infatti, si diventa consapevoli di ogni più piccolo gesto, movimento, slancio vitale, e ci si ritrova sempre a interpretare una parte, a recitare. Avvertendo su di sé l’attenzione di qualcuno, si è naturalmente portati a rivolgere l’attenzione a se stessi e al proprio corpo. Il particolare ruolo di Yvonne Rainer durante le proprie performance dunque, quello di partecipante “non attiva” a livello motorio, è compensato dal suo ruolo di osservatrice e oggetto di osservazione e ascolto, che genera quella particolare coscienza di sé e dell’altro che si riflette nella sua dichiarazione di non essere interessata né al teatro, né alla tecnologia, né alla danza e alla recitazione di per se stesse, ma di essere invece molto interessata al pubblico, pubblico che coinvolge, anche inconsapevolmente, e di cui, in modo trasversale, fa parte, anche dall’alto del palco.

Un interesse e una riflessione su questi temi ampiamente ripagati dagli applausi del pubblico, sia della conferenza che della performance The Concept of Dust, or How do you look when there’s nothing left to move?. Diversamente dagli anni passati infatti, durante i quali i Visiting Professor realizzavano, al termine del workshop, una mostra, quest’anno si è trattato di una performance.

Prodotta dalla Fondazione Antonio Ratti e realizzata in collaborazione con il Teatro Sociale di Como – sul cui palco si è tenuta, la sera del 14 luglio 2015 – la performance, presentata in anteprima europea dopo la messa in scena al MOMA di New York lo scorso giugno, è stata interpretata da Yvonne Rainer e la sua compagnia di “aged dancers”, i Raindears. Nei 45 minuti della sua durata, la Rainer e i suoi ballerini hanno messo in scena molti modi diversi di danzare: eseguendo coreografie, presentando movimenti coreografati, effettuando gesti e movimenti assolutamente “banali”, leggendo a turno brani di testi delle più disparate fonti – dalla paleontologia alla storia del Medio Oriente, dalla religione ai diari di un ex generale nazista, dai sogni di Yvonne Rainer a stralci di poesie e testi letterari famosi -, interrompendo i movimenti per la sopraggiunta presenza di un altro performer, alitando, schiacciando una mosca immaginaria, sdraiandosi su cuscini, stando fermi in piedi ai lati del palco, sedendosi su una sedia, correndo, guardandosi a vicenda, stringendosi insieme, traendo a sé il proprio vicino e respingendosi nello stesso tempo. L’assoluto minimalismo della scena, completamente sgombra, della musica, appena percepibile quando presente, e dei costumi, assolutamente indistinguibili da normali abiti sportivi (ad eccezione dell’abito a righe che una delle performer indossa per qualche minuto, abito che riprende quello indossato dalla zingara dormiente del quadro The sleeping gipsy di Henri Rousseau, quadro presente nella rappresentazione della performance al MOMA), focalizzano ancor di più l’attenzione degli spettatori sui movimenti dei danzatori, precisi in ogni minimo dettaglio, anche se quasi esclusivamente totalmente improvvisati. Anche qui forse sta il gioco; siamo di fronte a una performance, accuratamente studiata e preparata, o a un casuale movimento di ballerini che interpretano, improvvisando, testi, letture e interazioni personali in uno spazio? Agli spettatori forse non è dato saperlo, importante è constatare come, anche in questa ultima coreografia di Yvonne Rainer – da quindici anni tornata alla danza dopo quasi trent’anni di abbandono in favore del cinema – siano ben presenti i più ricorrenti stilemi della sua carriera artistica fin dagli anni ’60, cioè la combinazione, senza soluzione di continuità, di danza, musica, voce, linguaggio, testi teorici e letterari e, soprattutto, una riflessione approfondita sulla consapevolezza di sé, del proprio corpo e delle proprie azioni, oltre che del proprio fare artistico, del performer. Ma non solo; anche il pubblico è infatti coinvolto in questa riflessione, cui in realtà essa apertamente si rivolge, mettendo in crisi anche il suo ruolo, spesso considerato passivo e sostituibile. La performance risulta colta, densa, compatta, ipnotica e intrigante. Il “marchio di fabbrica” di Yvonne Rainer è ben visibile, anche tra le righe di questa complessa opera performativa, alla cui anteprima di Como seguirà, dall’autunno, una tournée europea.

Testo di Martina Odorici

Yvonne Rainer. The Concept of Dust,   or How do you look when there’s nothing left to move? 2015. Performers: Pat Catterson,   Patricia Hoffbauer,   Emmanuèlle Phuon,   Yvonne Rainer,   Keith Sabado and David Thomson.  Photograph © 2015 Fondazione Antonio Ratti,   Como Photo: Moira Ricci

Yvonne Rainer. The Concept of Dust, or How do you look when there’s nothing left to move? 2015. Performers: Pat Catterson, Patricia Hoffbauer, Emmanuèlle Phuon, Yvonne Rainer, Keith Sabado and David Thomson. Photograph © 2015 Fondazione Antonio Ratti, Como Photo: Moira Ricci

On July 9th, 2015, took place a lecture by Yvonne Rainer, one of the two Visiting Professors of XXI CSAV – Artists Research Laboratory by Fondazione Antonio Ratti. Yvonne Rainer, American choreographer, performer and film-maker, born in 1934, led the first two weeks of the workshop, working intensely with the young intentional artists, both on theoretical and physical level.

Trough the lecture, focused on the concept of “doing nothing, nothing doing”, Rainer underlined the structure and the reasons of her works, from the most historical to the newest. The unattainability of “nothing doing”, of resting motionless on stage, of making movements and gestures “not suitable” for a show, justify her interest in the most trivial and daily actions, non spectacular, apparently nonsense, constantly present in her performances; common gestures, most of the time improvised, are combined with choreographed movements, studied in every detail, inexorably interrupted by Rainer herself who, approaching her dancers, stops their movements inviting them to read sometimes difficult texts (essays on history, archeology, paleontology, literature etc.). Everyday life activities are put into play – also reread under the light thrown by Micheal Frieze’s essay on “non theatricality” –, actions that explore the thin border between mere presence , “non-muscular performance” (which we are accustomed to in many other artistic practices or human activities in general) and the most real everyday life (which is considered, in turn, not suitable to tread the boards). Not unimportant is also the role of the audience, who, in a more evident way, in a performative context, is the one who “does nothing”, except for watching. Rainer’s answer is very logical: doing nothing is impossible. Or rather, if we are looking for a precise action, her performances represent the act of being alive on stage. And this theory is demonstrated, also during the lecture, through the description of different performances, both hers and others (in particular, those of John Cage and his “unattainable sound” and Andrea Kleine’s ones, other Visiting Professor of 2015 CSAV edition), and trough the help of one the young workshop participants, who accurately reproduced with her movements the description of the movements of the dancers involved in a performance by Rainer. Going on with the description of her process of becoming conscious of the subject of “doing nothing”, Rainer insisted on the impossibility of reaching this goal, stating that our brain – also during a performance where, apparently, nothing is occurring – is always working, never stopping. And, most of all, Rainer describes how impossible it is, when being observed, doing nothing: when a lot of eyes are pointed on us, we will find ourselves in a particular state of self-awareness, more conscious of every little gesture, movement, elan vital, and we will find ourselves performing a role, playing a part. Feeling the attention of someone else on ourselves, it is natural to focus our attention on ourselves and our body. In particular, the role of Yvonne Rainer during her performances is exactly that of an idle participant (in terms of “muscular” activity), but this is balanced by her role of observer and object of observation and listening, that generates that particular consciousness of the self and of the others that is mirrored in her declaration of interest for the audience (instead, she affirms that she is not interested at all in theater, technology, dance and acting in itself), that audience she is constantly captivating – also unconsciously – and she is a part of, also on stage.

An interest and a consideration on these themes extensively rewarded by the clapping of the audience, both of the lecture and of the performance The Concept of Dust, or How do you look when there’s nothing left to move?. Conversely to the past years, when the Visiting Professors set up, at the end of the workshop, an exhibition, this year the exhibition became a performance. Produced by Fondazione Antonio Ratti and realized together with Teatro Sociale di Como – where it took place in the evening of July 14th, 2015 – the performance, European preview after the staging at MOMA in New York last June, was interpreted by Yvonne Rainer and her company of “aged dancers”, the Raindears. During the 45 minutes of its duration, Rainer and her dancers brought on stage various ways of dancing: performing choreographies, presenting choreographed movements, doing really “trivial” movements and gestures, reading by turns texts from the most varied sources – from paleontology to Middle East history, from religion to the diaries of a former Nazi general, from Yvonne Rainer’s dreams to fragments of famous poems and literature –, interrupting the movements for the appearance of another performer, breathing, crushing an imaginary fly, lying on some pillows, standing motionless at the edges of the stage, sitting on a chair, looking at each other, hugging tightly all together, pulling toward themselves the performer close to them and warding off the others at the same time.

The absolute minimalism of the scene, completely empty, of the music, barely perceivable when present, and of the stage costumes, indistinguishable from normal sport clothing (except for the striped dress that one of the perfomers puts on for a couple of minutes, dress that copies the one worn in the painting The sleeping gipsy by Henri Rousseau, painting that was present in the mise-en-scene at MOMA), focused at its best the attention on the movements of the dancers, precise in every littlest detail, even when improvised. Here is the trick to be found, maybe; are we faced to a performance, accurately studied and prepared, or to a casual movement of dancers that perform, improvising, texts, readings and personal interactions in a defined space? The audience can’t maybe know, but what is important to ascertain is how present the most important elements of her artistic career since the 60’s still are, also in this last choreography by Rainer – who came back to dance fifteen years ago, after thirty years dedicated to cinema –, as the combination, seamlessly, of dance, music, voice, language, theoretical and literary texts, and, most of all, a deep reflection on self awareness, on body and actions awareness, and on the artistic awareness of the performer’s work. But this is not the only analysis; the audience is directly concerned by this consideration, to whom it is clearly addressed, putting into question also its role, often considered as passive and replaceable.

The performance looks cultured, dense, solid, hypnotic and intriguing. Yvonne Rainer’s “trademark” is clearly visible, even between the lines of this complex performative work, that will be presented in a European tour, after the preview in Como.

Text by Martina Odorici

Yvonne Rainer Assisted Living: Do you have any money? Photo: Ian Douglas

Yvonne Rainer Assisted Living: Do you have any money? Photo: Ian Douglas