• Scuola della Fine del Tempo – The Somatic Chapter (Moscow): 
Lou Masduraud and Antoine Bellini
Active Substances Bar
Performative bar
  • Scuola della Fine del Tempo – The Somatic Chapter (Moscow):
Alice Chauchat, Togethering, a group solo
Performance (sullo sfondo: Postural Landscape)
  • Installation views from Abracadabra. If I can’t dance I don’t want to be part of your revolution. Secret Words and Related Stories: 
Vasilis Papageorgiou
The darkest hour is just before the dawn (Solo bar), 2018 -Martino Genchi, Comet buried underground, 2016

- Svetlana Vorontsova-Velyaminova, All Work and No Play, 2018
 - New commissions, Co-produced by the Moscow International Biennale for Young Art
- Courtesy of the artists
  • Installation view from Abracadabra. A Hand in the Game. Dark Ecologies and Erotic Cosmonauts: 
Thomas Hämén 
Cosplay Campers, 2018 
Installation, mixed media. Dimensions variable 
New commission, co-produced by the Moscow International Biennale for Young Art
Courtesy of the artist
  • Installation view from Abracadabra. The wind blows where it wants to. Descriptive language and ineffability: Bram De Jonghe
The wind blows where it wants to, 2018
Courtesy of the artist
  • Diego Marcon Monelle, 2017 35mm film, CGI animation, colour, sound, 16ʼ, loop. 
Produced by In Between Art Film. 
Courtesy of the artist and Ermes-Ermes, Vienna
  • Patrick Hough And If In a Thousand Years…, 2017 HD Video, 22ʼ14ˮ
Courtesy of the artist and Jerwood / FVU Awards
  • Beny Wagner Outside, 2017 Video, 14’ Courtesy of the artist

La sesta Moscow International Biennale for Young Art di quest’anno ha sperimentato nuove inclinazioni e nuove autonomie sul tempo presente attraverso lo sguardo di 60 artisti selezionati con una open call. Abracadabra a cura di Lucrezia Calabrò Visconti, infiltrandosi nel carattere performativo della celebre parola magica, ha introdotto una dimensione clandestina di attività in grado di muoversi su un orizzonte invisibile fatto di risposte e gesti minori, discreti e proprio per questo delineati da un forte potenziale politico. La curatrice ha risposto ad alcune domande che la redazione di ATPdiary le ha posto mettendo in luce le fasi progettuali e i contenuti teorici ed educativi della Biennale.

Lisa Andreani: Come sei arrivata a esplorare una dimensione clandestina come Abracadabra, a metà tra dance-floor e parola magica, metafora per fuggire dalla dimensione dell’economia della presenza?

Lucrezia Calabrò Visconti: L’intenzione di dedicare la biennale alle pratiche artistiche che si collocano negli orizzonti prodotti dalle “economie della presenza” è stata la premessa da cui sono partita nell’elaborare i temi e le narrazioni racchiuse nel termine “abracadabra”. A rischio di dire cose già note, mi sembra opportuno addentrarmi brevemente nella descrizione di cosa intendo per “economia della presenza” prima di approfondire i temi principali del progetto. Da quando la cosiddetta “new economy” ha convertito gli arbitri convenzionali del valore legati alla produzione di oggetti in alternative immateriali come esperienze ed emozioni, è stato teorizzato che non stiamo più lavorando, ma costantemente performando. La performance permanente ha reso fluidi i confini tra il lavoro, la ricerca del piacere e l’impegno personale, trasformando la pratica dello sciopero come assenza fisica in una strategia di antagonismo impossibile da intraprendere e fondamentalmente inefficace. Le opere presenti in Abracadabra abitano queste circostanze storiche, che potremmo riassumere nella nozione di “crono-imperialismo”; non forniscono soluzioni per riscattare lo stato attuale delle cose, ma piuttosto sperimentano un certo numero di posizioni e posture che nel frattempo potremmo provare ad abitare insieme, suggerendo alleanze, tecniche e pratiche che pongano l’attenzione sulla nostra presenza, e, di conseguenza, sulla produzione di controllo e autonomia sul nostro tempo.

Installation view from Abracadabra. Fusi Time. Economies of presence and strategic hypochondria: 

David Bernstein
The Garden, 2018
- Ilya Grishaev
Nonsense, 2018
- New commissions, co-produced by the Moscow International Biennale for Young Art
Courtesy of the artists - Andres Baron, Printed Sunset, 2017 - 16 mm film transferred to video, 6’21’’ - Courtesy of the artist

Installation view from Abracadabra. Fusi Time. Economies of presence and strategic hypochondria: 

David Bernstein
The Garden, 2018
- Ilya Grishaev
Nonsense, 2018
- New commissions, co-produced by the Moscow International Biennale for Young Art
Courtesy of the artists – Andres Baron, Printed Sunset, 2017 – 16 mm film transferred to video, 6’21’’ – Courtesy of the artist

Nei lavori in mostra, il tentativo di rivendicare la sovranità sul nostro ritmo circadiano passa attraverso attività sub-politiche, spazi e gesti interstiziali, composizioni minori che si svolgono in scenari opachi, influenzati dalle politiche del rapporto tra invisibilità e totale esposizione della contemporaneità iper-connessa. Alcuni progetti esplorano forme ineffabili di suggestione in cui protagonista è l’oscillare continuo tra la volontà individuale e l’incoscienza, o si pongono nello spazio che sta tra i protocolli contemporanei di disincanto e re-incantamento, proponendo nuove mitologie e strategie narrative per rispondere all’impotenza di fronte alle forme di potere tradizionali. Altri progetti sviluppano l’apprendimento di nuove conoscenze, dalla comunicazione aptica a danze dimenticate, ragionando sul tipo di sensibilità prodotta da processi metabolici e infrastrutturali, o da stati di coscienza alterati come quelli causati dall’ipocondria. Il titolo della mostra funge da segnaposto temporaneo per questa serie di ricerche multiformi, racchiudendo in sé il potenziale critico che accomuna pratiche esoteriche, attività clandestine e in generale l’allenamento di forme oblique di attenzione. La parola “abracadabra” è un incantesimo arcaico dalle origini poco chiare, il titolo di un omonimo successo della Steve Miller Band (una delle hit più suonate nelle discoteche Sovietiche negli anni Ottanta), e una delle frasi più universalmente usate e al contempo intraducibili da lingua a lingua. Trasmette significati differenti a seconda delle diverse epoche e geografie e, secondo la linguistica, è una parola performativa, che suggerisce la produzione di un’azione sulla realtà attraverso una locuzione poetica. Mi sembrava un termine ironico e allo stesso tempo molto potente, storicamente denso e ricco di possibili interpretazioni, quindi adatto per permettere a molti artisti di trovare eco con la loro ricerca nell’open call indetta dalla biennale. Mi interessava anche il fatto che nonostante – o proprio grazie a – l’uso superficiale che ne è stato fatto nella cultura pop contemporanea “abracadabra” fosse una parola densa di potenziale critico eppure apparentemente innocua, oltre che comprensibile in molte culture diverse pur senza passare dalle convenzioni di traduzione previste dall’”International Art English”.

Installation view from Abracadabra. The Theatre of Sleepwalkers. Stories of suggestion and self-suggestion:
Riccardo Giacconi
The Variational Status, 2016-18
Installation, mixed media. Dimensions variable. 
Courtesy of the artist, ar/ge kunst, Bolzano and FRAC Champagne-Ardenne, Reims

Installation view from Abracadabra. The Theatre of Sleepwalkers. Stories of suggestion and self-suggestion:
Riccardo Giacconi
The Variational Status, 2016-18
Installation, mixed media. Dimensions variable. 
Courtesy of the artist, ar/ge kunst, Bolzano and FRAC Champagne-Ardenne, Reims

LD: Com’è stata la relazione con le istituzioni russe?

LCV: La Moscow International Biennale for Young Art è uno dei progetti più ambiziosi nell’ambito dell’arte contemporanea in Russia. L’organizzazione è fondata e coordinata in collaborazione con ROSIZO, la principale organizzazione federale promotrice dei progetti culturali nel paese, e con il MMOMA Moscow Museum of Modern Art. Mi sono dovuta interfacciare quindi con realtà e team diversi, e il rischio che si corre con degli apparati istituzionali così complessi è che buona parte delle energie e delle attenzioni finiscano per essere risucchiate nella burocrazia e nelle politiche interne, a discapito del lavoro di produzione con gli artisti e dello sviluppo dei contenuti, che dovrebbero auspicabilmente essere prioritari.
Ovviamente non è un problema soltanto legato al contesto russo, ma un rischio condiviso e globale, strettamente legato alle politiche culturali contemporanee. Ciò nonostante, sono felice di essere riuscita nell’impresa di collaborare con l’organizzazione alla commissione e produzione di molti nuovi lavori per la mostra, e posso ritenermi soddisfatta della pubblicazione che abbiamo prodotto, che raccoglie non soltanto i progetti degli artisti partecipanti, ma anche una serie di contributi di autori che sono stati rilevanti per la definizione dei temi articolati attraverso la mostra.

Andres Baron Printed Sunset, 2017 16 mm film transferred to video, 6’21’’ Courtesy of the artist

Andres Baron Printed Sunset, 2017 16 mm film transferred to video, 6’21’’ Courtesy of the artist

LA: Come hai affrontato la selezione degli artisti e dei progetti?

LCV: Per riuscire ad affrontare le più di 1500 candidature arrivate ho sviluppato un sistema di pre-selezione basato, in modo piuttosto tradizionale, sull’analisi incrociata della ricerca degli artisti in relazione ai temi che avevo articolato nella open call. Questo mi ha permesso di acquisire una comprensione generale delle narrazioni che si sviluppavano nelle candidature, pre-selezionando un numero di circa 250 artisti. A quel punto ho stampato tutte le candidature selezionate e ho iniziato ad assemblare i progetti in costellazioni tematiche, seguendo i percorsi narrativi che più o meno naturalmente si sviluppavano tra i lavori.
Per un paio di settimane tutte le superfici di casa mia sono state invase da questo schema giorno dopo giorno sempre più simile alla classica parete di ritagli di giornale, fotografie e disegni collegati tra loro con lo scotch dai serial killer nei film americani. A quel punto ho cercato di adattare questa sorta di mostra immaginaria e i percorsi tematici che si erano andati a formare allo spazio espositivo reale a Mosca. In generale i criteri che ho seguito sono stati la qualità del progetto o della nuova produzione, il ruolo che avrebbe potuto avere nella narrazione della mostra in generale, e il senso che la partecipazione avrebbe avuto per il percorso dell’artista che ha applicato. La selezione finale comprende 60 artisti, ma moltissimi altri progetti avrebbero potuto venire inclusi in mostra e sono stata davvero fortunata a poter accedere a un così grande numero di ricerche di giovani artisti grazie alla open call.

Alexandra Anikina Tiger Bones, 2018 Lecture-performance Courtesy of the artist

Alexandra Anikina, Tiger Bones, 2018 – Lecture-performance – Courtesy of the artist

LA: Ti va di raccontarci qualcosa in più sul progetto educativo di The School of the End of Time? Come avete affrontato la dimensione di una conoscenza che non avviene senza una dimensione gerarchica?

LCV: Il progetto espositivo di Abracadabra si snoda attraverso cinque capitoli. Il sesto capitolo, il programma educativo e performativo della mostra, ha preso in prestito la forma de La Scuola della Fine del Tempo, un’istituzione nomadica fondata da Ambra Pittoni, Paul-Flavien Enriquez-Sarano e me nel 2017. Il progetto è nato con l’idea di creare una piattaforma quasi-educativa e performativa che miri ad esplorare collettivamente nuovi modi di abitare la conoscenza, attraverso un approccio non gerarchico tra processo di insegnamento teoretico e ricerca artistica.
Prendendo ispirazione da tecniche e approcci legati alle pratiche somatiche, alle scienze liminari, alle letterature minori, alla scrittura automatica e ai saperi dimenticati, le pratiche proposte dalla Scuola della Fine del Tempo tentano di costruire le circostanze in cui l’evento della conoscenza può prendere forma, attraverso l’alimentazione di una forma specifica di attenzione e postura e l’intervento di una comunità sempre variabile di ricercatori e artisti.
La scuola si serve degli strumenti e dei ruoli sviluppati dalla drammaturgia e dal teatro per situare il processo conoscitivo in un atto specifico ed esuberante. In tale processo, pratica e teoria vengono articolati con l’obiettivo che la conoscenza possa produrre e incarnare la propria estetica. Nel contesto specifico della Moscow International Biennale for Young Art, la scuola non ha un ruolo ancillare rispetto alla mostra, ma ne è una parte fondamentale e fondante, che a Mosca si è strutturata in tre giorni intensivi di performance, workshop, lecture e forme ibride tra questi formati.
Il programma della scuola si è sviluppato in una serie di set, dispositivi temporanei concepiti e attivati per l’occasione: il postural landscape, un’installazione somatica abitata da “maestri silenziosi”, a metà tra strumenti fisioterapici e attivatori di iconografie, il dancefloor come piattaforma principale di sperimentazione, produzione e condivisione di conoscenza e l’active substances bar, un progetto di Masduraud e Bellini che esplora le possibilità di imparare attraverso l’ingerimento di sostanze che trasformano radicalmente la nostra fisiologia.

youngart.ru/en/

Scuola della Fine del Tempo – The Somatic Chapter (Moscow): 
Ambra Pittoni
Postural Landscape 
Workshop-performance
Performer: Teresa Noronha Feio

Scuola della Fine del Tempo – The Somatic Chapter (Moscow): 
Ambra Pittoni
Postural Landscape 
Workshop-performance
Performer: Teresa Noronha Feio

Acabradabra here we go! 
Photo by Vasilis Papageorgiou, 2017

Acabradabra here we go! 
Photo by Vasilis Papageorgiou, 2017

Josefin Arnell Mothership goes to Brazil, 2016 Video, 27’33’’ Courtesy of the artist

Josefin Arnell Mothership goes to Brazil, 2016 Video, 27’33’’ Courtesy of the artist