Namsal Siedlecki. Mine, 218. Travertino, Antminer D3, cavo RJ-45, cavo elettrico. Dimensioni variabili


Namsal Siedlecki. Mine, 218. Travertino, Antminer D3, cavo RJ-45, cavo elettrico. Dimensioni variabili

In occasione della personale White Paper, curata da Saverio Verini all’interno di smART (Roma), Namsal Siedlecki produce una rete di complessi lavori scultorei la cui presenza fisica, sonora e processuale abita lo spazio fino a trasformarlo in un vero e proprio ambiente. L’artista unisce una serie di Miner, calcolatori adibiti all’estrazione della valuta Bitcoin, ad altrettante basi di legno e marmo producendo delle sculture vive e avviando una riflessione paradossale sul concetto di valore dell’opera d’arte, senza per questo abbandonare la capacità trasformativa che da sempre connota la sua ricerca. A fare da contrappunto a queste enigmatiche sculture intervengono delle tele monocrome bianche che si rivelano essere pergamene, quindi prodotte a partire da pelli animali trattate. Grazie a esse l’artista ribadisce il suo interesse per la materia organica e per i suoi «passaggi di stato», complicando allo stesso tempo la riflessione sul concetto di valore dell’opera.

Segue l’intervista a Namsal Siedlecki e Saverio Verini.

ATP: Saverio, parlando del lavoro di Namsal mi dicevi, in modo un po’ ironico, che lo consideri una specie di Re Mida..tutto quello che tocca diventa oro…

Saverio Verini: Sì, era una specie di battuta, ma fino a un certo punto. Namsal riesce a trasfigurare e trasformare tutto – anche l’asola di un bottone – in qualcosa dotato di una proprietà estetica e formale saliente. E non lo fa con l’idea di dare semplicemente una forma degna di nota all’oggetto stesso, ma anche caricandolo di rimandi concettuali. Mi piace poi il fatto che nei lavori di Namsal ci sia un senso di stupore che spesso le opere si dimenticano di poter avere. La prima volta che sono entrato nella stanza dove erano allestiti i lavori di White Paper ho visto di sfuggita questi oggetti che non avevano apparentemente nulla di condiviso e coerente fra di loro; però vederli assemblati in quel modo, funzionanti, attivi, vivi, mi ha fatto effetto. È quel senso di stupore di cui parlavo e che credo la mostra riesca a suscitare.

ATP: Namsal come è nato questo progetto che lavora con il Bitcoin e i miner, cioè quale è stato il tuo interesse nei confronti di questi oggetti e della materia con la quale hanno a che fare? Un interesse narrativo, formale, processuale?

Namsal Siedlecki: Mi ero interessato ai Bitcoin, come tante altre persone in tempi recenti. La cosa che più mi aveva affascinato era la potenzialità di un oggetto di produrre un bene: una scultura che genera valuta. Quali altri oggetti riescono a farlo?

SV: C’è anche da dire che il sistema delle criptovalute ha rappresentato una specie di utopia, almeno agli esordi (transazioni economiche libere e tracciabili, non sottoposte al controllo di istituzioni terze…) e un aspetto che mi piace della mostra è che, in qualche modo, parli anche del rovesciamento di questa utopia, perché nel tempo i Bitcoin si sono evoluti e sono diventati oggetto di speculazione. Le opere in mostra sono il frutto non tanto di un incontro, quanto di uno scontro fra due universi, quello artificiale del miner, afferente al mondo digitale, e quello naturale delle basi: il marmo di Carrara, il travertino, l’olivo, la pietra di Santa Fiora. E poi c’è questo suono continuo, quasi disturbante, delle ventole dei miner. Sembra quasi che le opere stiano faticando, che siano in affanno…

Namsal Siedlecki, White paper, 2018, Veduta dell’installazione, Smart, Roma.


Namsal Siedlecki, White paper, 2018, Veduta dell’installazione, Smart, Roma.

ATP: Nella mostra lavori anche molto in una dimensione ambientale. Non c’è solo una scultura ma una rete di sculture in movimento, che producono calore e suono…

NS: Le sculture sono identiche a migliaia di loro simili, oggetti collegati tra di loro online atti a risolvere il medesimo problema matematico. Sì è una scultura condivisa, diffusa.

ATP: Cosa è successo la prima volta che hai visto uno di questi miner?

NS: Mi ha affascinato. Ha una sua presenza scultorea, un cubo di metallo. È un ready made ma la sua forma non ci è familiare, una forma nuova.

ATP: Stai tenendo traccia del lavoro svolto da queste macchine?

NS: Bisognerebbe sentire Bitminer Factory, la società che mi ha prestato i miner.

ATP: Ti interessa che queste sculture producano effettivamente valore, cioè la criptovaluta, o è la suggestione della produzione di un valore è sufficiente? La narrazione che tu crei è più importante del dato reale o viceversa?

NS: Penso al mio lavoro dove ho sparso le ceneri di un lupo dentro a del cristallo fuso. Lì ci potrebbe essere la cenere di un gatto, chimicamente sono la stessa cosa, e il risultato sarebbe lo stesso. È l’idea che racconto che mi interessa, ciò che potenzia l’oggetto. Detto questo è per me fondamentale riuscire a tramutare in realtà un’idea, è come chiudere un capitolo, mi toglie un peso e mi permette di pensare ad altro.

SV: Sono d’accordo che l’arte sia sempre una forma di finzione, di fiction a tutti gli effetti; però sapere che quelle macchine sono vive e che stanno effettivamente producendo un capitale, mi interessa. Ti ricordi Namsal ce l’eravamo posti il problema del funzionamento della macchina…

NS: Non è stato semplice riuscire ad avere tutte le sculture funzionanti. Però era fondamentale che fossero in azione, che realmente producessero denaro.

SV: Vedi, torniamo al fatto che per te fosse importante che fossero funzionanti, vive.

NS: Se si può fare bene si fa, però è l’idea quella che viaggia più veloce.

Namsal Siedlecki. Mine, 218. Legno di ulivo, Antminer D3, cavo RJ-45, cavo elettrico. Dimen- sioni variabili


Namsal Siedlecki. Mine, 218. Legno di ulivo, Antminer D3, cavo RJ-45, cavo elettrico. Dimen- sioni variabili

ATP: Nel tuo lavoro interagisci spesso con processi di trasformazione – trasformazione di stato, di materia organica ecc.. – che lasciano delle tracce evidenti, visibili. Invece in questa mostra le tracce del processo non si vedono..

NS: Sì non lo vedi. Lo percepisci di sicuro, capisci che c’è qualcosa che sta andando avanti. Dici che dopo la mostra non rimane niente?

ATP: No, dico che solitamente nelle tue opere c’è un processo che ha un punto d’inizio e un punto di fine e che lascia dei segni evidenti. In questa mostra mi sembra ci sia una svolta, o magari una deviazione, da quella pratica lì…

NS: Sicuramente è un lavoro che devia dalla mia produzione passata, non ho mai usato niente del genere. Però c’è un processo in atto. Come la vita, è un processo molto più lungo. Molti miei lavori riflettono su come si trasforma la materia nel tempo, sulla morte della vita. Le galvanizzazioni, per esempio, ci mostrano quello che accade alla materia organica dopo la morte: la putrefazione e tutto quello che ne consegue. Invece in questo caso è come se l’oggetto fosse ancora in vita. Sta lavorando e potrebbe lavorare per sempre. Potrebbe essere questo il cambiamento, sono diverse fasi. Nei miei lavori con il ghiaccio, una volta evaporata l’acqua abbiamo assistito a tutta la vita di quella scultura. Invece in questi nuovi lavori stiamo assistendo solo a un momento della loro vita.

SV: Le tele bianche in pergamena presenti in mostra credo siano il tramite tra la produzione svolta da Namsal finora e la nuova serie di sculture coi miner. E mi piace che ci sia un dialogo muto e paradossale tra queste macchine “vive”, disseminate nello spazio, e le tele a parete, sicuramente più statiche – che poi sono in realtà pelli di animali (abbiamo visto come il regno animale sia spesso al centro delle opere di Namsal).

NS: Sì è una specie di collegamento con il passato.

Namsal Siedlecki. Vellum, 218. Pergamena. 79 x 90 cm


Namsal Siedlecki. Vellum, 218. Pergamena. 79 x 90 cm

ATP: Il tuo lavoro interagisce con un concetto di tempo molto complicato, può essere un tempo brevissimo oppure lungo quanto la storia dell’uomo. Pensi mai al futuro delle tue opere?

NS: Quasi tutti i lavori hanno una componente molto forte che rimane. Anche della zucca gigante, 700 kg, che è marcita completamente sono rimasti 100 semi che avevo precedentemente rivestito di metallo. Tutte le galvanizzazioni sono composte da elementi organici che marciscono e da un guscio di metallo che rimane inalterato. Pur essendoci la possibilità di rendere immortale la materia organica, inglobandola completamente nel metallo, scelgo di ricoprirne soltanto una porzione, un tallone d’Achille che ci permette di assistere a due temporalità, quella organica e quella minerale, assieme.

SV: Però non puoi negare che tu metta in crisi l’aspetto della durata e della conservazione nelle tue opere…

NS: Ma anche la parte organica non marcisce completamente, qualcosa rimane sempre.

ATP: Se un collezionista volesse comprare una delle sculture di White Paper, cosa gli dovresti vendere?

NS: Una scultura che si autoalimenta, si sostiene economicamente. Oggi al cambio attuale ogni scultura genera circa 10 € al giorno. Lentamente il collezionista rientra del proprio investimento. Meglio di così…

Namsal Siedlecki. Squash, 2017. Nichel, zucca. 20 x 9 x 7 cm


Namsal Siedlecki. Squash, 2017. Nichel, zucca. 20 x 9 x 7 cm

Namsal Siedlecki. Cactacee, 2017.Nichel, Cactus. 105 x 15 x 14 cm


Namsal Siedlecki. Cactacee, 2017.Nichel, Cactus. 105 x 15 x 14 cm

Namsal Siedlecki. Limes, 2017. Ceneri di lupo, vetro. 20 x 16 x 3 cm


Namsal Siedlecki. Limes, 2017. Ceneri di lupo, vetro. 20 x 16 x 3 cm

Namsal Siedlecki. Integument, 2016. Veduta dell’installazione, Frankfurt am Main, Berlino

Namsal Siedlecki. Integument, 2016. Veduta dell’installazione, Frankfurt am Main, Berlino

Namsal Siedlecki. Spermoderm, 2016. Zucca, nichel. Dimensioni variabili


Namsal Siedlecki. Spermoderm, 2016. Zucca, nichel. Dimensioni variabili