Dapper Bruce Lafitte, USA 2 Zulu Runs Through The Lafitte!! (6th series) pennarello su carta 76,2 x 204 cm, 2011

Testo di Irene Bagnara —

Un’indagine sul corpo, sulla sua concezione e percezione in ambito sia privato che pubblico; una conversazione multiculturale e cosmopolita, una ricerca sofisticata e poliedrica che rivela un collezionismo svincolato dalle mode e dalle strategie di mercato, intuitivo ma quasi metodico, impegnato e tuttavia imprevedibile. È questo ciò che emerge dalla collettiva When you dance you make me happy, una selezione di opere provenienti dalla collezione di Imago Mundi. Un progetto quest’ultimo che mira a introdurre e approfondire narrazioni alternative, a mappare linguaggi artistici contemporanei provenienti da tutto il mondo, specialmente da aree geografiche poco o per nulla rappresentate nel sistema dell’arte – Asia, Africa, Sud America –. In una cornice ancora fortemente “occidente-centrica” Imago Mundi raccoglie testimonianze altre, dando spazio a voci rimaste troppo a lungo inascoltate o soffocate.

La mostra, curata da Nicolas Vamvouklis, presenta sculture, quadri, stampe e video di artisti internazionali: un dialogo sul tema del corpo e sulla sua percezione individuale e sociale, un percorso in progressiva dilatazione che, partendo dal confronto con il sé (Kosuth), arriva a parlare del corpo come contenitore – di esperienze, tracce (Barkley L. Hendricks), relazioni e contatti (Atefeh Mariani) –, come modalità di interazione con l’altro (Lynette Yiadom-Boakye) e come strumento e simbolo dell’azione collettiva in occasioni di protesta, celebrazione o lutto (Nick Cave, Dapper Bruce Lafitte).

Joseph Kosuth, Reflecteur de Reflecteur, neon gialli, 14 x 135 x 5 cm, 2004

La danza evocata dal titolo è infatti metafora del dinamismo incessante proprio dell’esistenza, della dialettica fra stasi e movimento, interazione e introspezione.

Il corpo in fondo è ciò che ci rende presenti a noi stessi, che (ci) testimonia il nostro vivere nella realtà, calati fra altri individui che condividono la medesima condizione. Se dunque siamo corpi e non ci limitiamo a possederne uno, la fisicità e la percezione sensibile diventano la condizione di possibilità stessa dell’esistenza, dell’occupare uno spazio in un tempo definito, della relazione con l’altro e di conseguenza della definizione della nostra identità.  Una casa intesa non come luogo ma come modo d’essere, che contiene noi stessi, le esperienze passate, il presente e, perché no, forse anche un po’ di futuro. Una dimora fluida, sottoposta alla trasformazione continua, al divenire costante proprio della realtà.

“Siamo contenitori: continuiamo a passare come liquido da un contenitore all’altro, cambiando continuamente forma. Da ogni contenitore tratteniamo qualcosa trasformando incessantemente la nostra identità”.
Atefeh Mariani

Lynette Yiadom-Boakye, Pass, olio su tela, 200 x 248 cm, 2011

WHEN YOU DANCE YOU MAKE ME HAPPY
Highlights from the Luciano Benetton Collection
A cura di Nicolas Vamvouklis
Dal 13 settembre al 10 novembre
Gallerie delle Prigioni, Piazza del Duomo 20, Treviso

Artisti: Hamed Al Moctar, Iskra Blagoeva, Ecke Bonk, Seni Camara, Bianca Casady, Mohammed Charinda, Felix Deac, Birgit Dieker, Nathalie du Pasquier, Joseph Kosuth, Helmut Lang, Joseph Lyombo, Maripol, Ousmane Ndiaye Dago, Hermann Nitsch, Anna Elionora Olsen Rosing, Haralampi G. Oroschakoff, Lynette Yiadom-Boakye, Arturas Valiauga, Arman, Stuart Bird, Nick Cave, Bruce Davenport Jr., Roman Dziadkiewicz, Leo Gabin, Barkley L. Hendricks, Karoline Jeuffroy, Atefeh Marjani, Angel Miov, Asli Narin, Deborah Luster, Hélio Oiticica, Giangi Pezzotti, Iona Rozeal Brown, Accra Shepp, Mario Toral

Barkley L. Hendricks, Fela Amen, Amen, Amen, Amen… acquarelli, matite colorate e tè nero su carta, 113,7x 288,3 cm, 2011
Nick Cave, Soundsuit 4, tecnica mista, 249 x 69 x 36 cm, 2008