#WHATIF, Forensic Architecture, 'Ground Truth', 2016. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018. Photo by Anders Sune Berg.

#WHATIF, Forensic Architecture, ‘Ground Truth’, 2016. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018. Photo by Anders Sune Berg.

Cosa accadrebbe se larte potesse debellare la povertà? E se certe metodologie e pratiche artistiche potessero essere usate per provare crimini contro lumanità? Cosa accadrebbe se i social media e internet diventassero un nuovo strumento per creare archivi collettivi che raggruppino le informazioni che le popolazioni vogliono ricordare, senza che esse sottostiano allautorità dei governi? sono alcune delle domande sollevate dagli artisti invitati a #whatif, la mostra inaugurata lo scorso 16 marzo presso la Kunsthal Charlottenborg di Copenhagen e aperta fino al 20 maggio.

La collettiva è curata dell’italiana Irene Campolmi ed è stata organizzata in collaborazione con il CPH:DOX – Copenhagen Documentary Festival (15 – 25 marzo 2018), uno dei principali festival di cinema documentario al mondo, che si svolge nella capitale danese dal 2003. Quest’anno la rassegna ha trattato il tema degli esperimenti sociali e politici che tra la fine degli anni Sessanta e agli inizi degli anni Settanta si proponevano di rivoluzionare le norme sociali.

Nel corso degli incontri con il team del festival e della Kunsthal si parlava della radicalità delle idee proposte dalle lotte studentesche negli anni Settanta, e allo stesso tempo delle manifestazioni femministe, delle proteste per i diritti della comunità afro-americana, della rivoluzione sessuale e dei cambiamenti dei costumi e delle convenzioni sociali spiega Campolmi. Discutevamo di come allora i movimenti ideologici avessero cercato di scuotere la società, e di quali movimenti politici e sociali potessero oggi essere equiparati a queste esperienze del passato. Riflettendo su quel momento politico, è emerso in maniera chiara che questi movimenti erano accomunati da una premessa comune (forse non troppo) ipotetica di cambiare le strutture sociali esistenti. Da qui è nata la domanda che ha guidato anche la metodologia di selezione delle opere: Cosa succederebbe se … (potessimo cambiare questo o quel paradigma sociale e politico?). Così ho focalizzato la mia ricerca sul lavoro di artisti che attraverso la propria pratica propongono progetti di cambiamento politico e sociale. Inoltre, non potevo non pensare che, a differenza di quelle degli anni Sessanta e Settanta, le rivolte recenti dalle primavere arabe ai movimenti contro la discriminazione femminile e alle manifestazioni contro forme di estremismo e di razzismo, prendono forma nella dimensione virtuale al tempo stesso – se non addirittura prima – che nella vita reale”.

#WHATIF, Marcus Lindeen, 'The Acali Experiment', 2017. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018. Photo by Anders Sune Berg.

#WHATIF, Marcus Lindeen, ‘The Acali Experiment’, 2017. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018. Photo by Anders Sune Berg.

Da qui il titolo della mostra, #whatif, in cui “l# è una sorta di denominatore comune che sul web accomuna la parola o il concetto che ne segue. Il linguaggio degli hashtag è ormai uno strumento di comunicazione globale se così si può dire che permette di aggregare una massa critica attorno a ununica tematica condivisa ed è stato impiegato nella diffusione sempre più rapida di progetti politici legati al movimento femminista, alle lotte di resistenza contro i fascismi e alle istanze di protesta pacifica della comunità afro-americana. In questo caso il simbolo unisce idealmente tutti i progetti in mostra che condividono la stessa spinta radicale, e anticipa what if”, unespressione idiomatica e ipotetica riferita alla volontà di portare qualcosa di diverso nella società”.

I progetti selezionati provano infatti a dare delle soluzioni a problematiche ed emergenze socio-politiche attuali. Da un lato, continua la curatrice, ho voluto invitare artisti che hanno cercato di guardare agli esperimenti dei tardi anni Sessanta da una prospettiva contemporanea, o artisti che riflettessero in generale su rivolte passate o cambiamenti politici recenti, come dimostrato dal lavoro di Marcus Lindeen e da quello di Naeem Mohaiemen, che ha debuttato a Documenta 14 lo scorso anno. Entrambi, sebbene con mezzi e scopi diversi, hanno presentato nuovi sviluppi di due esperimenti rispettivamente sociali e politici avvenuti agli inizi degli anni Settanta: The Raft – The Acali Experiment (2017) dellartista svedese Marcus Lindeen è uninstallazione multimediale che racconta di un esperimento compiuto nel 1973 su dieci soggetti e avvenuto nel corso di unattraversata dell’Oceano Atlantico. In linea con altri studi sociologici radicali condotti negli anni ’70, la spedizione di Acali venne concepita dall’antropologo Santiago Genovés come piattaforma per studiare e analizzare la natura degli esseri umani quando sono liberi da norme e convenzioni sociali. Nel 2016, Lindeen ha invitato alcuni dei membri della spedizione originaria a riunirsi in uno studio cinematografico e per un periodo di dieci giorni, ha filmato i partecipanti, discutendo i loro ricordi della spedizione a bordo della replica della zattera e sperando di rivelare aspetti dell’esperimento che non sono mai stati divulgati.
Two Meetings and a Funeral (2017) di Naeem Mohaiemen è invece un film a tre canali che svela le speranze e le imperfezioni del Non-Aligned Movement (NAM), un’alleanza post-Bandung di nazioni del Sud del mondo, che propone alternative alle polarità della Guerra Fredda controllata dal totalitarismo socialista sovietico, dallo stallo delle Nazioni Unite dominate dagli americani e dalla realpolitik nei confronti delle ex colonie europee.

#WHATIF, CATPC & Renzo Martens, 'The Art Collector' 2015, 'Self portrait' 2014. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018. Photo by Anders Sune Berg.

#WHATIF, CATPC & Renzo Martens, ‘The Art Collector’ 2015, ‘Self portrait’ 2014. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018. Photo by Anders Sune Berg.

Una prospettiva sulle rivoluzioni attuali è fornita da Lara Baladi che in Dont Be Too Candid (2018) utilizza l’archiviazione di materiale fotografico e video delle insurrezioni di piazza Tahrir al Cairo e in altre piazze egizie durante la primavera araba, come mezzo di resistenza.
L’artista ha creato sia una timeline analogica che raccoglie riferimenti visivi quali graffiti, scritte, posters sulla rivoluzione egiziana, sia una digitale, costituendo un database in cui vengono caricate foto, immagini e testi trovati online utilizzando come tags parole quali resist, revolution, uprising, o Jan 25. “La cosa interessante del lavoro di Baladi ci racconta Irene Campolmi “è che la sua ricerca non si riferisce soltanto alla raccolta di immagini specifiche della rivoluzione di Tahrir Square, ma rimanda anche ad altre rivolte come quelle delle primavere arabe e anche a rivoluzioni precedenti, da quella francese a quella degli schiavi dAmerica e poi giunge alla conclusione che tutte queste rivoluzioni condividono la stessa radicalità nel voler cambiare la società. In un certo senso lo stesso titolo del lavoro è una sorta di critica voltairiana che suggerisce che siamo tutti potenzialmente sovversivi, ma che non dobbiamo essere troppo ingenui sui movimenti rivoluzionari e su quello che possono portare. La rivoluzione richiede tempo, costanza e impegno e questo è molto interessante perché nel nostro tempo siamo tutti pronti a rivoluzioni veloci che però è sempre più difficile mantenere vive.

Dallaltro lato prosegue l’ideatrice della mostra mi interessava anche presentare artisti che impiegassero la propria pratica artistica allo scopo di portare un cambiamento nella società. Il lavoro del collettivo Forensic Architecture che col suo operato si occupa di rispondere alla domanda Cosa succederebbe se larchitettura potesse risolvere i crimini contro lumanità?, ne é una dimostrazione. In mostra presentano Ground Truth (2016), dimostrando tramite ricostruzioni video, foto e renderings come le autorità israeliane stiano demolendo insediamenti storici di villaggi beduini nelle zone del confine settentrionale del deserto del Negev/Naqab, in Israele.

#WHATIF, Forensic Architecture, 'Ground Truth', 2016. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018. Photo by Anders Sune Berg.

#WHATIF, Forensic Architecture, ‘Ground Truth’, 2016. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018. Photo by Anders Sune Berg.

Unaltra sala è occupata dal lavoro di Renzo Martens e del progetto artistico Institute of Human Activities (IHA), da lui stesso fondato. IHA e Martens hanno collaborato con una congregazione artistica di persone che precedentemente era manovalanza nelle piantagioni di cacao e olio di palma di Lusanga, al fine di realizzare delle statue di cioccolato. Le sculture permettono alla stessa materia lavorata da questo gruppo di artigiani di entrare in un circuito economico diverso – quello dellarte -, e di assumere quindi un diverso valore. Lintervento di Martens e dei CATPC risponde in questo senso al quesito: Cosa succederebbe se un progetto artistico potesse risolvere le disuguaglianze economiche?. Il valore di mercato della cioccolata si basa su un sistema economico iniquo che permette a chi lacquista di pagare così poco in confronto alla quantità di lavoro che viene svolto, lavoro che sfrutta pesantemente la terra e i lavoratori. Ma cosa succederebbe se con la stessa cioccolata, prodotta dalla stessa manodopera, si creassero delle sculture che vengono inserite nel sistema dellarte? Che valore assumerebbero queste nel mercato?.
Tomás Saraceno propone invece una riflessione sullambiente cercando di rispondere alla domanda: Cosa accadrebbe se potessimo vivere e spostarci senza usare combustibili fossili?.Il suo progetto Aeroecene (2011 -) e, in generale i propositi della sua Aerocene Foundation -, consistono nel formulare un modo etico di collaborare con latmosfera e la natura. In mostra si trova uno zainetto contenente un pallone che può essere gonfiato e che funziona assorbendo le radiazioni solari durante il giorno e trattenendo il calore durante la notte, permettendo a chi lo indossa di fluttuare in aria. Inoltre abbiamo presentato un Aerocene Baloon di 3 metri di diametro che è il prototipo utopico di un microsistema abitabile, in cui è possibile creare insediamenti.

Lultimo intervento è di Larry Achiampong ed è posto sulla facciata daccesso della Kunsthal Charlottenborg: si tratta di una bandiera afro-futurista, chiamata PAN AFRICAN FLAG FOR THE RELIC TRAVELLERS’ ALLIANCE, (ovvero Bandiera dell’Unione Panafricana per l’alleanza dei viaggiatori abbandonati) (2017), con la quale lartista anglo-ghaniano intende aprire una riflessione su cosa accadrebbe se gli africani fossero parte di ununione che non è divisa dai confini territoriali che sono stati creati dai colonialisti.

Non penso che ogni mostra debba contenere un messaggio politico, ma senza dubbio (soprattutto quando avviene in istituzioni pubbliche) ha il potenziale di creare un gesto politico che ha un impatto nel modo di pensare di chi la visita. Ho fatto del mio meglio per attivare quel potenziale conclude la curatrice al termine dell’overview sulla mostra.

#whatif
a cura di Irene Campolmi
con opere di Larry Achiampong, Lara Baladi, Forensic Architecture, CATPC & Renzo Martens, Naeem Mohaiemen, Marcus Lindeen e Tomás Saraceno

Kunsthal Charlottenborg, Copenhagen
17 Marzo – 20 Maggio

#WHATIF, Lara Baladi, 'Don't Be Too Candid', 2018. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018. Photo by Anders Sune Berg.

#WHATIF, Lara Baladi, ‘Don’t Be Too Candid’, 2018. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018. Photo by Anders Sune Berg.

#WHATIF, Larry Achiampong, 'PAN AFRICAN FLAG FOR THE RELIC TRAVELLERS' ALLIANCE', 2017. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018

#WHATIF, Larry Achiampong, ‘PAN AFRICAN FLAG FOR THE RELIC TRAVELLERS’ ALLIANCE’, 2017. Installation view, Kunsthal Charlottenborg, 2018