• Alessandro Dandini de Sylva, Vuoti e Bruciature, 2017, installation view at Operativa Arte Contemporanea, Roma - Photo credits © Alessandro Dandini de Sylva - Courtesy the artist and Operativa Arte Contemporanea, Roma
  • Alessandro Dandini de Sylva, Vuoti e Bruciature, 2017, installation view at Operativa Arte Contemporanea, Roma - Photo credits © Alessandro Dandini de Sylva - Courtesy the artist and Operativa Arte Contemporanea, Roma
  • Alessandro Dandini de Sylva, Untitled, 2017, cm 50x40x10 - Photo credits © Alessandro Dandini de Sylva - Courtesy the artist and Operativa Arte Contemporanea, Roma
  • Alessandro Dandini de Sylva, Vuoti e Bruciature, 2017, installation view at Operativa Arte Contemporanea, Roma - Photo credits © Alessandro Dandini de Sylva - Courtesy the artist and Operativa Arte Contemporanea, Roma
  • Alessandro Dandini de Sylva, Untitled, 2017, travertine marble, cm 220x150x2 (detail) - Photo credits © Alessandro Dandini de Sylva - Courtesy the artist and Operativa Arte Contemporanea, Roma

“There is nothing there, yet it is still a sculpture.”
Michael Heizer

Per la sua seconda personale negli spazi di Operativa Arte Contemporanea, Alessandro Dandini de Sylva presenta Vuoti e Bruciature, un ciclo di opere realizzate tra il 2008 e il 2017. La mostra, aperta fino al 22 luglio, si configura come un archivio di possibili rappresentazioni del vuoto in fotografia.
Come ci racconta Dandini de Sylva nella conversazione che segue, i lavori sono il frutto di una consapevolezza. “I paesaggi erano già nella macchina fotografica, a volte già nella pellicola, e potevo tirarli fuori senza far scattare l’otturatore, senza la luce e senza tutte le informazioni che la luce porta con sé.”
Dalle sue spiegazioni apprendiamo che l’artista interviene bruciando fisicamente e fotograficamente le sue immagini, esponendo i negativi a un eccesso di luce e informazioni che durante il processo di sviluppo annullano o accentuano la loro stessa natura. “il risultato delle due bruciature è diametralmente opposto: le prime con la luce portano al bianco mentre le seconde con il calore portano al nero.”

Seguono alcune domande a Alessandro Dandini de Sylva —

ATP: La mostra ruota attorno ad un concetto molto ‘oscuro’: le possibili rappresentazioni del vuoto in fotografia. Cosa ti interessa di questo particolare tema?

Alessandro Dandini de Sylva: È ricorrente nel mio lavoro il tentativo di generare la percezione del paesaggio fotografando colori puri. Nel tempo, fotografia dopo fotografia, ho compreso che non avevo più bisogno di guardarmi intorno, i paesaggi erano già nella macchina fotografica, a volte già nella pellicola, e potevo tirarli fuori senza far scattare l’otturatore, senza la luce e senza tutte le informazioni che la luce porta con sé. Sono quindi arrivato al vuoto per forza di cose. E per forza di gravità ho approfondito il lavoro di artisti che hanno indagato il vuoto e la sottrazione in relazione al paesaggio come Double Negative (1969-70) di Michael Heizer, LAX NAZ (1975-76) di John Divola, Adam (1989) di Anish Kapoor o Sonne statt Regen (2003) di Olafur Eliasson.

ATP: Il significato di ‘vuoto’ è decisamente affascinate. Percorrendo il significato etimologico della parola, scopriamo parole come rovesciare, vuotare. Sembra che lo spazio vuoto sia stato svuotato di qualcosa. Nelle tue ‘osservazioni’ come hai raccontato il vuoto in fotografia?

ADdS: Il vuoto in fotografia è un colore. Più in generale la percezione del vuoto in un’immagine è solitamente data da zone d’ombra che tendono al nero o da eccessi di luce che tendono al bianco. Attraverso i lavori in mostra ho voluto sperimentare il vuoto fotografico ragionando sulle possibili declinazioni di questi due colori, entrambi traducibili in assenza o eccesso d’informazioni. Vuoti e bruciature è una mostra anti-narrativa, un catalogo non finito o meglio ancora uno dei possibili cataloghi che avrei potuto realizzare.

Alessandro Dandini de Sylva, Vuoti e Bruciature, 2017, installation view at Operativa Arte Contemporanea, Roma - Photo credits © Alessandro Dandini de Sylva - Courtesy the artist and Operativa Arte Contemporanea, Roma

Alessandro Dandini de Sylva, Vuoti e Bruciature, 2017, installation view at Operativa Arte Contemporanea, Roma – Photo credits © Alessandro Dandini de Sylva – Courtesy the artist and Operativa Arte Contemporanea, Roma

ATP: Il titolo della mostra – Vuoti e Bruciature – è come se raccontasse uno spazio annullato: svuotato e distrutto. Mi racconti in cosa consistono le ‘bruciature’ a cui fa riferimento il titolo?

ADdS: Le bruciature in mostra sono sia fotografiche sia fisiche. Le prime le ottengo in fase di scatto sovraesponendo il negativo a una fonte di luce mentre le seconde le realizzo in fase di sviluppo bruciando con una fiamma il negativo e lasciando passare la bruciatura sul positivo. Entrambe rappresentano la diretta conseguenza di un eccesso d’informazioni e permettono di cancellare e svuotare porzioni dell’immagine. Tuttavia il risultato delle due bruciature è diametralmente opposto: le prime con la luce portano al bianco mentre le seconde con il calore portano al nero.

ATP: Mi racconti perché hai deciso di installare in mostra, dunque in stretto dialogo con le fotografie, degli elementi scultorei?

ADdS: È la prima volta che mostro insieme alle fotografie elementi scultorei. Molti dei miei lavori fotografici nascono in studio grazie a dispositivi creati per generare la percezione del paesaggio. L’illusione fotografica nasconde e abbaglia e per svelare l’inganno rendendo il pubblico partecipe del processo ho diretto il mio sguardo sui dispositivi, fotografandoli e portandoli in mostra come immagini tra le immagini. In Vuoti e bruciature ho invece azzerato la mediazione fotografica installandoli direttamente nello spazio espositivo. Le due sculture in marmo non sono altro che esperimenti per indagare il vuoto nelle sue qualità di zona d’ombra. Sia la lastra sia il blocco sono scavati in modo tale da generare il dubbio che i fori neri siano solo un disegno. La loro presenza in mostra permette di instaurare un dialogo serrato con le immagini a parete e fornisce le coordinate per entrare nella logica del processo.

ATP: L’immagine fotografica è descritta spesso come avente un grado zero della lingua (Barthes), una totale opacità. Cosa ti interessa e perché hai deciso di indagare quello che molti teorici descrivono come l’‘opacità’ della fotografia?

ADdS: Indagare l’ambiguità alla base di ogni immagine fotografica è la spinta più profonda che muove la mia ricerca. Sia negli scatti frutto di una paziente organizzazione scenografica dello spazio che nelle manipolazioni di polaroid, l’indagine del paesaggio è per me un mezzo finalizzato a forzare, rompere e capovolgere l’eterna questione del rapporto tra fotografia, realtà e rappresentazione.

ATP: Come avvengono le manipolazioni sulle polaroid? Come procedi in questo tipo di ricerca?

ADdS: Il mio lavoro con le manipolazioni di polaroid consiste in una serie di sperimentazioni fotografiche ottenute attraverso le pellicole istantanee. In pratica intervengo nel processo chimico di sviluppo dell’immagine riducendo all’essenza gli elementi del linguaggio fotografico al fine di restituirne una percezione differente. Il risultato è uno studio sulla possibilità di rappresentare il paesaggio astraendo dal vero, un modo per ripensare la fotografia e cosa significa vedere.

ATP: Per l’allestimento della mostra hai deciso di ritmare piccoli e grandi formati. C’è una ragione particolare per questa scelta?

ADdS: Ogni mostra è per me un’occasione per rileggere tutto il mio lavoro e anche questa mostra è composta di lavori realizzati in tempi e con linguaggi diversi. Spezzando la logica della singola serie sono riuscito a creare un dialogo tra immagini apparentemente lontane tra loro ma che ho riscoperto essere tutte parti di una stessa e più ampia ricerca ancora in corso. Tutti gli elementi del progetto contribuiscono alla costruzione di un lavoro incentrato sulla semplicità del percepire visivo e su una pratica di stampo quasi artigianale. La scelta di un genere o uno stile, sia estetico sia linguistico, può essere un impedimento e può portare a una perdita di valore espressivo. Così ho evitato di scegliere e frammentare ulteriormente una lingua (la fotografia) frammentaria per sua natura.

Alessandro Dandini de Sylva, Vuoti e Bruciature, 2017, installation view at Operativa Arte Contemporanea, Roma - Photo credits © Alessandro Dandini de Sylva - Courtesy the artist and Operativa Arte Contemporanea, Roma

Alessandro Dandini de Sylva, Vuoti e Bruciature, 2017, installation view at Operativa Arte Contemporanea, Roma – Photo credits © Alessandro Dandini de Sylva – Courtesy the artist and Operativa Arte Contemporanea, Roma

Alessandro Dandini de Sylva, Untitled, 2017, travertine marble, cm 220x150x2 - Photo credits © Alessandro Dandini de Sylva - Courtesy the artist and Operativa Arte Contemporanea, Roma

Alessandro Dandini de Sylva, Untitled, 2017, travertine marble, cm 220x150x2 – Photo credits © Alessandro Dandini de Sylva – Courtesy the artist and Operativa Arte Contemporanea, Roma