Serena continua a camminare. Si aggira per casa senza meta, sente suonare l’iPhone nell’altra stanza. È un continuo: tre notifiche su Facebook, quel post da caricare su Instagram, il motivetto ininterrotto della chat di gruppo. Forse potrebbe vedere quel documentario in streaming, o aggiornarsi con qualche news, e dovrebbe anche rispondere a quella email, sono già passati due giorni. Eppure la mente le dice soltanto di fermarsi: tutto è “troppo”. Il corpo si fa nervoso, sente che la vita le sta sfuggendo di mano: “Come faccio a concentrarmi? Più che un trauma da isolamento, mi sembra di vivere un obbligo all’iperattività”.

Mentre scrivo l’inizio del racconto, incappo in un buffo articolo in cui si parla dei #Quarantips di Amanda Knox. Guardo il suo Twitter. Tra le immagini da lei caricate, un foglio a righe dove trovo consigli per cucinare la perfetta “Prison Salad”. Continuo a scorrere il suo feed. Gli input sono tanti, e diversi: suggerisce di scrivere una lettera a mano, per “rendere il messaggio più prezioso”, ma dà anche consigli tout court per i migliori pettorali.

Davide Sgambaro – The Void (5 tips to) – 2020

Nel giornalismo e nella comunicazione virtuale i “consigli per” sono ormai un must have per ottenere un algoritmo efficace. Nulla di nuovo, in effetti: nel digitale siamo immersi, in questi giorni più che mai. Per essere presenti alla realtà si deve passare attraverso la tecnologia, e viceversa. Persino i nostri smartphone da 20 megapixel, alla minima pressione sullo schermo per scattare una fotografia, simulano la chiusura dell’otturatore. Questo è soltanto uno dei tanti esempi in cui il vuoto digitale acquisisce materialità. Così familiare, così rincuorante e così vero, quel suono analogico dal gusto un po’ retrò ci fa sentire tutti più sicuri. Sembriamo vivere solo se mediati.
E se fosse questa forzata mimetizzazione con il reale a parlarci – silenziosamente – della necessità di tornare al reale stesso?

In questo momento così difficile sono invitata a pensare a una mostra editoriale, da veicolare online, in un luogo improbabile, fisico e digitale. Allora che faccio? Cerco di togliermi di dosso il mantello del “Signor Invisibile Snobismo” e osservo i fenomeni che proliferano intorno a me (più che osservarli li subisco). Online si testano tutti gli ingredienti per la buona riuscita di iniziative culturali ma sembra che nessuno sia in possesso della formula magica, per ora. Attraverso queste modalità, più che un avvicinamento, la fruizione di contenuti visivi digitali rischia di generare un’indifferenza sintomatica diffusa.
Sorgono alcune domande: una clonazione in digitale di un’esperienza concreta non è forse una sua riproduzione depotenziata? Si può agire nel mondo esclusivamente tramite i media? Come questo immaginario può influire sul reale? Alla luce dei processi in atto, cosa si può trasmettere in questo momento, e come comunicarlo?

Leonardo Caffo – The Void (5 tips to) – 2020

Nonostante siano trascorsi parecchi secoli, nel digitale l’horror vacui sembra spaventarci più che mai. Lo spazio improbabile a cui pensare, allora, diventa per me necessariamente il vuoto.
Bisognerebbe prestare attenzione a spazi invisibili e suoni non scritti, perché dopo poco essi stessi si trasformano in presenza (ce lo avevano detto pure Yves Klein e John Cage!). Lo aveva fatto anche Little White Riding Hood, quel libretto tutto bianco in cui tramite il potere indicativo delle parole si poteva lasciare spazio al vuoto, mettendo al centro la propria immaginazione (“mai vista tanta neve”, scriveva proprio lì Munari).
Allora ci siamo: una pagina bianca, a quadretti. A pensarci bene, non è poi tanto dissimile da quella di un sito web. Lo metto nero su bianco: alla creazione di una mostra virtuale preferisco una condivisione fruibile di azioni reali. Una singolarità multipla come archivio in divenire.

Non resta che usare questo strumento ormai imprescindibile per amplificare quel che sentiamo (o meglio per esercitarci a sentire). Questo spazio vuoto e infinito, in questo momento, non può essere solo un contenitore di apparati visivi spesso in- e de-significanti. Pensiamolo piuttosto come un’estensione della vita vera; digitale e reale possono essere fenomeni di coevoluzione in convergenza.  

Pagina bianca qui, pagina bianca lì.
Non occupare il vuoto, ma esaltarlo. Esercitarsi a vederlo. Ritrovarlo, goderselo, sperimentarlo.
Ascoltare quella voce, darle spazio alla sua essenza. 

Da questi pensieri nasce The void (5 tips to) una mostra editoriale che invita artisti visivi e filosofi a scrivere su un foglio di carta a quadretti “cinque consigli per non evitare il vuoto”: Raffaele Ariano, Leonardo Caffo, Francesca Grilli, Davide Sgambaro e Marco Raparelli.
Il progetto riflette sulla necessità di ripensare il vuoto come realtà fisica, tangibile e necessaria. Nell’oscillare tra forma cartacea e smaterializzazione digitale, The Void (5 tips to) gioca con le caratteristiche costitutive del web e le sue potenzialità, il luogo della singolarità moltiplicata, estendibile e condivisibile come esperienza viva.

Francesca Grilli – The Void (5 tips to) – 2020
Marco Raparelli (Lo spazio vuoto contiene energia anche senza materia) – The Void (5 tips to) – 2020
Raffaele Ariano – The Void (5 tips to) – 2020

Tradotto dall’inglese Doggerel è una poesia irregolare nel ritmo e nella rima, spesso deliberatamente burlona o comica. In questo periodo difficile, anche un po’ triste, in cui risulta difficile collaborare o frequentarsi, la redazione di ATPdiary insieme a REPLICA – l’archivio italiano del libro d’artista – ha pensato di invitare un gruppo di curatori a pensare un progetto espositivo in un luogo impensabile e in forme impensabili.
Ad ogni curatore abbiamo richiesto di proporre una “mostra editoriale”, un sintetico testo critico sulla scelta dello spazio, delle opere, degli eventuali libri d’artista o pubblicazioni indipendenti che fungano da supporto critico documentativo del progetto.
L’invito che abbiamo proposto è stato quello di impostare un’indagine sullo spazio – reale e virtuale – utilizzando immagini di opere, pagine di libri, luoghi impensabili o immaginati.