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Le misure per il contenimento del contagio da Covid-19 hanno generato una sospensione di scala globale. Il significato dello spazio pubblico si è rovesciato. Le strade e le piazze si sono svuotate mentre i tetti, al contrario, sono diventati luoghi simbolici, piattaforme della vita extra-domestica dove rimodulare la propria routine quotidiana, le relazioni, gli scambi, i rituali del tempo libero.

I tetti sono sempre stati luoghi estremi – dalle forme più esclusive di rito mondano a pratiche clandestine legate ad esistenze precarie. Spazi di fuga, immuni alle logiche normative della città iper-disegnata. Sono difficili da disciplinare poiché ambiguamente sospesi tra il pubblico e il privato.

Eppure, legittimato dall’attuale stato di eccezione, il controllo normativo è arrivato anche sui tetti. Come scrive Andrea Bagnato in “Staying at home” “Possibly the lowest episode was seen on Easter Sunday, when a police helicopter was dispatched to disband some families having lunch on the rooftop of an apartment block in Palermo (lockdown regulations prevented the use of any “public space”).”

L’azione punitiva, di fatto, ha normalizzato la condizione del tetto come spazio pubblico.

Come gli abitanti delle case popolari di Palermo, anche i Beatles, nel 1969, hanno dovuto interrompere bruscamente il loro (ormai mitologico) concerto sul tetto degli Apple Studios per via dell’intervento disciplinare delle forze dell’ordine.

“You’ve been playing on the roofs again, and you know your Momma doesn’t like it; she’s going to have you arrested!”. Sono le parole di Get Back improvvisate in quella situazione da Paul McCartney.

Il tetto è una piattaforma, uno stage rovesciato dove il performer è osservatore critico di un pubblico spesso inconsapevole, troppo indaffarato ad assecondare i bioritmi di una routine urbana, codificata e sistematica, che trova nella normalizzazione dello spazio pubblico (piazze riqualificate, strade pedonalizzate…) la sua scorrevole infrastruttura.

Le seguenti immagini sono state pubblicate durante il lockdown e sono ordinate in modo puramente cronologico.

Alexandra Pirici
Olafur Eliasson
Sofia Pia Belenky
Rachel Libeskind
Antonio Ottomanelli

Post Disaster Rooftops è una piattaforma curatoriale e critica che raduna progettisti, pensatori e artisti ad indagare la condizione dello scenario urbano mediterraneo. La ricerca cerca di fare luce sui meccanismi di disparità innescati dai flussi di produzione su scala globale a partire da Taranto, città simbolica delle contraddizioni interne al sistema socio-economico occidentale. Il progetto mira a generare un dialogo interdisciplinare, inseguendo una ricchezza e complessità di sguardi che i limiti delle singole discipline non potrebbero permettere.

Gli Episodi di Post Disaster Rooftops avvengono sui tetti delle città, sono performance collettive per la costruzione, condivisione e de-centralizzazione di conoscenza – di solito concentrata in contesti urbani culturalmente avvantaggiati.
postdisasterrooftops.com


Tradotto dall’inglese Doggerel è una poesia irregolare nel ritmo e nella rima, spesso deliberatamente burlona o comica. In questo periodo difficile, anche un po’ triste, in cui risulta difficile collaborare o frequentarsi, la redazione di ATPdiary insieme a REPLICA – l’archivio italiano del libro d’artista – ha invitato un gruppo di curatori e artisti a proporre un progetto espositivo in un luogo impensabile e in forme impensabili.
Ad ognuno abbiamo richiesto di presentare una “mostra editoriale”, un sintetico testo critico sulla scelta dello spazio, delle opere, degli eventuali libri d’artista o pubblicazioni indipendenti che fungano da supporto critico documentativo del progetto.
L’invito che abbiamo proposto è stato quello di impostare un’indagine sullo spazio – reale e virtuale – utilizzando immagini di opere, pagine di libri, luoghi impensabili o immaginati.

Per visionare l’archivio di mostre Visual Doggerel ☞