Nino Migliori, Forza Coppi, Muri (1952) Courtesy Fondazione Nino Migliori
Nino Migliori, CONTROLLATI IL VOLTO POTREBBE NON ESSERCI PIU, Genova, da Muri (anni Settanta), Courtesy Fondazione Nino Migliori.

All’interno della rubrica VISIONI, con alcuni artisti e critici cerchiamo di approfondire il rapporto e il legame tra due linguaggi, in particolare ci interessa comprendere più a fondo una questione: cosa si attiva mettendo in azione visiva la parola contenuta nella fotografia? Cosa suscita una scritta fotografata? Dopo aver posto domande su questa tematica a Marisa Prete, Aurelio Andrighetto, Fabrizio Bellomo, Giulia Flavia Baczynski, Luca Massaro, Filippo Minelli, ora abbiamo coinvolto anche Nino Migliori, che già negli anni Cinquanta aveva rivolto il suo sguardo sulle scritte e sui manifesti strappati presenti sui muri dei centri abitati italiani del dopoguerra.  

Mauro Zanchi: Quando leggiamo e fruiamo una scritta fotografata (nel nostro caso frasi e slogan incisi o scritti sui muri), dobbiamo tenere conto che essa è contenuta anche nel rapporto fra il testo e l’ambiente nel quale questa è collocata. La lettura della scritta contenuta in una fotografia è influenzata quindi dalle variabili visive dell’immagine (tono, colore, forma, texture, dimensioni) e dalle configurazioni percettive che presenta. Secondo te cosa si attiva tra visione e lettura? Cosa cambia se noi leggiamo direttamente una scritta sul muro che abbiamo di fronte in un determinato momento e se invece la stessa scritta la leggiamo in una tua fotografia?

Nino Migliori: Come sottolinei è il contesto in senso lato che informa. Questo è un dato di partenza basilare, del quale a volte ce ne dimentichiamo, ma che può aggiungere, togliere, cambiare senso a una frase, a una immagine, a un comportamento, a una situazione. Nel caso delle scritte penso che entri in campo anche l’attenzione, cioè quello che ci cattura perché, come ho già detto, fotografiamo quello che siamo. Facendo un’ipotesi credo che se mettessimo 10 fotografi davanti ad un muro pieno di scritte ciascuno sceglierebbe quella che gli “appartiene” e molto probabilmente avremmo dieci scelte diverse. Chi guarda una scritta in una mia fotografia legge una possibilità che può condividere o che potrebbe non aver notato, una selezione che magari non avrebbe effettuato, che forse lo intriga e ne viene coinvolto o al contrario la rifiuta o si schernisce. Forte è la differenza tra leggerla direttamente o traslata da un medium che la decontestualizza e inevitabilmente la interpreta.

MZ: Le parole e le frasi sui muri, quando vengono fotografate, diventano anche dispositivi o punti di partenza per tentare un altro utilizzo del linguaggio?

NM: Certamente. Ti posso fare esempi col mio lavoro sui muri. Negli anni cinquanta li avevo realizzati in parte a colori, ma stampati in bianco/nero perché solo così si poteva lavorare nelle camere oscure casalinghe. Negli anni settanta li fotografavo prevalentemente a colori. Così ne feci ristampare anche alcuni degli anni cinquanta per ottenere la versione a colori, ma sia gli uni che gli altri spesso li traducevo in negativo o modificavo i cromatismi per evidenziare il “prelievo” che avevo operato. Un altro utilizzo, sia della singola immagine che della sequenza, è quello che si riferisce alla narrazione letteraria di una storia attraverso la fotografia. Bastano pochi scatti e si può scrivere un racconto, come nel caso di “Teo ama Pina”nel quale le poche parole sono rivelatrici non solo del rapporto tra i due personaggi principali, ma anche del contesto sociale in cui ha luogo la vicenda e in particolare la figura del terzo personaggio del tutto ambigua e decisamente pluridirezionale. Oppure certe scritte hanno stimolato un pedinamento, come in “O N”, si tratta della ricerca, quasi un inseguimento, di una scritta per le strade di Bologna per appagare la curiosità di verificare come la creatività, innescata da un desiderio politico di ironica cancellazione, poteva manifestarsi seguendo il classico gioco dove si deve completare una parola date poche lettere. Oppure ancora come in “ In immagin abile” Lessico distratto, dove le lettere di una frase cancellata in vario modo colta in un unico scatto danno vita a singole immagini di ipotetici segni individuali che la capacità del “bravo e abile” fotografo è stato in grado di identificare e fissare.

Nino Migliori, Io mi chiamo Daniela, da Muri (1970), Courtesy Fondazione Nino Migliori.

MZ:  Nell’opera Vera Fotografia, Mimmo Jodice sembra contraddire qualcosa di quello che è visibile. Il linguaggio verbale e quello visuale, insieme, paiono tradire qualcosa del reale, o forse solo il tentativo di mentire al fruitore di un’immagine. Cosa pensi a proposito di questa contraddizione?

NM: Il lavoro di Mimmo, interessante e acuto, si rifà al celebre dipinto di Magritte Ceci n’est pas une pipe, ma con ulteriori implicazioni. È l’ambiguità della fotografia che aggiunge livelli di interpretazione. Già ne abbiamo parlato e la parola “vera fotografia” è un rompicapo. Questa dicitura veniva stampata sulle cartoline-fotografie di paesaggio, dagli anni quaranta ai sessanta, che si trovavano dai tabaccai e dai cartolai per differenziarle dalle cartoline stampate tipograficamente. Quindi se vogliamo essere precisi l’aggettivo “vera” era relativo alla tecnica di stampa non significava immagine veritiera, mentre prevalentemente quest’ultimo è il significato attribuito. Ma come ben sappiamo, e come scrive Michele Smargiassi, la fotografia è un’autentica bugia!

MZ: In Tentativo fallito di fotografare la realtà (1975) Duane Michals fa coincidere la didascalia con l’immagine. L’artista statunitense scrive un testo direttamente sulla carta fotografica e lo presenta come un’immagine, stampata alla gelatina bromuro d’argento. Esprime la sua difficolta a fotografare il reale. Rivela il limite dell’oggettività. Che cosa si può vedere veramente attraverso la fotografia?

NM: Quella fotografia-manifesto di Duane Michals è molto profonda, direi filosoficamente platonica e non è un caso che sia stampata in negativo. In quegli anni le considerazioni che leggiamo le poteva fare solo un fotografo, perché il confronto con la realtà, la consapevolezza del mutare d’aspetto al minimo variare della luce, e di conseguenza dell’ombra, è intensamente sentito da chi ha a che fare con la “scrittura di luce”, appunto.  La potenzialità del linguaggio fotografico significa investigazione della realtà che può offrire n-risultati diversi perché ogni fotografia contiene e manifesta la “presa” solo di quel preciso istante e non una acquisizione e una conoscenza assoluta.

MZ: Che peso dai alla parola fotografata nelle tue opere?

NM: È un soggetto e ha la valenza di una natura morta, di una persona, di un paesaggio, di un oggetto.

MZ:  Il linguaggio verbale (una scritta sul muro) aggiunge qualcosa rispetto a quello che ha colto e fissato la fotografia?

NM: Per quasi trent’anni ho fotografato muri seguendo percorsi diversi: quelli scorticati, sgretolati dal tempo e dagli agenti atmosferici, quelli coperti da manifesti lacerati e strappati e infine quelli portanti scritte, graffiti, disegni. Questi ultimi sono diari pubblici, che hanno alle spalle secoli di storia, se ne leggono ancora oggi sui muri di Pompei, sono delle autorappresentazioni di persone che hanno sentito l’esigenza di esternare uno stato d’animo, un sentimento prepotente che è rappresentato per esempio dalla grafia infantile di una bambina che urla la sua disperazione al mondo “ Io mi chiamo Daniela mi è morto il babbo”, oppure dalla scritta indignata di un cittadino schifato “ Si piscia al cesso non sulle colonne”, oppure dall’incitamento continuativo all’atleta preferito “ Forza Coppi”, oppure da un corale augurio natalizio“ Buone feste”. Posso dire che sono ritratti di persone attraverso sentimenti scritti.

Duane Michals, A Failed Attempt to Photograph Reality, 1975
Mimmo Jodice, Vera Fotografia, 1979, Collezione dell’artista

MZ: In Damaged, Walker Evans include il significato della parola nella scrittura di luce. Congiunge il significato al significante, l’immagine acustica al concetto (o all’immagine mentale). Tu come leggi la fotografia di Evans?

NM: Trovo che sia una fotografia di grande ironia e spessore. Walker Evans è un intelligente cacciatore che ha catturato la preda!

MZ:  “Su tutto ciò di cui non si può parlare, si deve tacere” (L. Wittgenstein). Questa asserzione è valida anche per quanto riguarda il medium fotografico? Ovvero, su tutto ciò di cui non si può immaginare o mostrare, si deve evitare di fotografarlo? Cosa può evocare silenziosamente la fotografia rispetto a ciò che la parola non riesce a inquadrare?

NM: La filosofia non è pane per i miei denti, per cui mi trovi in difficoltà. Non voglio sembrare blasfemo ma nel libro della Genesi dopo aver creato il cielo e la terra Dio disse “Fiat lux” e poi separò la luce dalle tenebre. Questo per dirti che l’opposizione luce/ombra è al principio del mondo e della sua visibilità quindi finché la luce entrerà nel processo di fissazione di un’immagine, non importa come e con quali strumenti, si può parlare di fotografia. Allora perché porre dei limiti? Certo la fotografia è un linguaggio con pregi e carenze che a volte colpisce e scuote a volte risulta irrilevante. Come affermo spesso, è il medium che è più congeniale per esprimermi, non so se il risultato risulta efficace o banale oppure inutile o funzionale.

MZ:  Ci sono molte intuizioni di grandi artisti del passato che sono rimaste in sospensione nel tempo e nello spazio. La storia poi ama il riaffiorare di alcune questioni che per molto tempo rimangono e fluiscono nel mondo nascosto e poi ritornano alla luce, con altre sostanze, come i fiumi carsici. E immagino anche che qualche artista del futuro ci stia osservando ora, per collegare la ricerca futura ai nostri pensieri, opere e intuizioni. Tu cosa hai raccolto tra le innumerevoli questioni e suggestioni che sono rimaste in sospensione nel tempo? E a tua volta hai lasciato qualcosa o qualche messaggio nascosto per gli artisti del futuro?

NM: Credo che la questione fondamentale che ho raccolto sia la sperimentazione, cioè quell’atteggiamento mentale che spinge verso un obiettivo inedito, che può essere un’idea, una tecnica, un’immagine e quando l’hai conseguito ti rendi conto che all’orizzonte appare qualcosa di nuovo o di diverso per cui daccapo ti metti in marcia alla ricerca. Il risultato può essere un punto di arrivo o un miraggio e questo fa parte del gioco, ciò che importa è non fossilizzarsi in aridi stereotipi. Infatti quando quello che era sperimentazione entra nella prassi il suo potere poietico diventa modello, diventa ripetizione, diventa forma. La sperimentazione è per me il fiume carsico che citi e che vive sotto aspetti sempre diversi e proprio per questo i miei punti di riferimento sono le opere e i pensieri di Lucrezio, Leonardo e Duchamp.

Quindi il mio messaggio in sé non ha nulla di misterioso e sta in questa parola che però è talmente ricca di possibilità che mi piacerebbe verificare cosa potranno realizzare i nostri pronipoti nel futuro. Adesso che ci penso abbi amo già l’applicazione Time Machine sui nostri computer e la utilizziamo per tornare ad una azione passata, perché non invertire la marcia  e andare nel futuro?

(Agosto 2020)

Nino Migliori, LA PIETA. NOI ABBIAMO BISOGNO DI NOI, Genova, da Muri (anni Settanta), Courtesy Fondazione Nino Migliori.
Walker-Evans-Truck-and-Sign-1928-1930
Nino Migliori, Mela Pera, da Muri (1970), Courtesy Fondazione Nino Migliori